Il dossieraggio Telecom se ne va, dove non si sa.

Ebbene si, il dossier Telecom, e i fondi neri costituiti all'estero per conto di
politici di sinistra, si sta, per volontà bipartisan, dissolvendo in nulla, come prevedibile. La speranza si concentra ora solo su Cipriani. Qui, cerco di riassumervi un poco la vicenda, (a pochi giorni dal nuovo problema che coinvolgerà di nuovo Telecom e quel personaggio, Tronchetti. Il post è del 21 Febbraio, guarda caso, poco prima della vicenda Scaglia e compagnia, forse un caso, vero? ndr aggiunta venerdì 26).
(è un post lunghino).      repubblica

Tavaroli: "Tronchetti mi ordinò un dossier sui soldi ai ds"
di GIUSEPPE D'AVANZO

Di volta in volta bisogna adattare le proprie iniziative all'avversario. D'Alema, per esempio. Penso di contattare Lucia Annunziata, allora direttore dell'agenzia Apcom. Ha buoni rapporti con D'Alema. Scelgo lei come canale per entrare in contatto con il presidente dei Ds. Con Lucia si parla anche di futuro. Lei mi prospetta l'acquisizione dell'agenzia, me ne mostra i vantaggi e le opportunità. Non era una cattiva idea, in fondo. Non avevamo in pancia contenuti e ne avevamo bisogno. Peraltro, saremmo entrati in contatto con il mondo Associated Press, il meglio. L'affare poi si fece, come si sa. Comunque, l'incontro D'Alema/Tronchetti si organizzò e Lucia divenne consulente della Telecom.
Racconto un altro episodio dello stesso tipo. Un giorno mi chiama Buora. Nel suo ufficio Berlusconi.  Nessuno gli ha tolto più quell'idea dalla testa.
ci sono tutti quelli che contano e sembrano sull'orlo di una crisi di nervi. Buora mi dice che Giulio Tremonti (ministro dell'Economia), soffia ai banchieri, in ogni occasione, che Telecom è prossima al fallimento. La voce diffusa in ambienti qualificati da una fonte così autorevole è per noi una sciagura. Mi metto al lavoro. Tra Tremonti e Tronchetti non ci sono rapporti. Ho come la sensazione che Tremonti, da sempre consulente dei maggiori imprenditori italiani, diventato ministro, stia scaricando sui suoi antichi assistiti una ruggine velenosa. Decido di mettermi in contatto con il capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Milanese, che poi lascerà le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello studio di Tremonti. Contattare Milanese, proprio lui e non altri, è un modo per dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e interpreta, da dove possono venirti le informazioni - vere o false - che possono danneggiare la mia azienda. Non c'è bisogno di molte parole. Quelle cose lì, si capiscono al volo nel nostro mondo. I due - Tronchetti e Tremonti - si incontrano. I problemi si risolvono. Nessuno parlerà più di fallimento con i banchieri. Altro episodio. Il Dottore (Tronchetti) mi chiede di dare uno sguardo a Finsiel, allora amministrata da suo cugino Nino Tronchetti Provera. Perché non si vince una gara, perché si perde sempre? Gli appronto una rete di relazioni e qualche "analisi". Ancora. La Kroll, la maggiore agenzia d'investigazione del mondo, riceve da Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) l'incarico di rintracciare il tesoro segreto di Calisto Tanzi (Parmalat). Nell'autunno del 2004, l'uomo in Italia della Kroll, un belga d'origine italiana che si chiama Nunzio Rizzi, incontra Gianni Letta e gli chiede "se il governo ha nulla in contrario che l'agenzia organizzi un'azione di discredito contro Marco Tronchetti Provera". Sorprendentemente, invece di metterlo alla porta, Letta (ha anche la delega ai servizi segreti) prende tempo: "Le farò sapere!". Letta avverte Tronchetti. Che, allarmatissimo, mi spedisce a Roma in tutta fretta. E' il mio primo incontro con Gianni Letta. Mi tiene lì per quaranta minuti. Beviamo un caffè. Mi dice: noi abbiamo un amico in comune, "il nostro Marco" (Mancini). Letta mi spiega le intenzioni di Rizzi. Organizzo una contro-operazione di discredito ai danni della Kroll. Il 6 novembre 2004, faccio pubblicare che c'è "un mandato d'arresto per l'uomo della Kroll, Nunzio Rizzi". La notizia è del tutto falsa, ma alla Kroll capiscono che gli è andata male. E noi, in Telecom, capiamo il senso di quella storia: hanno mandato a dire a Tronchetti che non si fidano di lui, che la sua reputazione può essere sporcata se gli ambienti politici non fanno barriera e quindi è meglio andare d'accordo". (Tavaroli chiarisce che dal suo orizzonte di lavoro - e intende la rete di rapporti e liaison che possono rendere trasparenti o protette le intenzioni di Tronchetti - nessuno è escluso. Nemmeno la magistratura). "Era più o meno il settembre del 2001. Mi chiama Armando Spataro, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Mi dice: "Il tuo capo ha risolto i problemi di Berlusconi". Era accaduto che Pirelli Real Estate avesse rilevato Edilnord di Berlusconi che navigava in cattive acque. Per Pirelli era un affare, per Spataro un favore. Nel 2003 Armando ritorna a Milano come procuratore aggiunto. Ho l'idea di farlo incontrare con Tronchetti. Organizzo il meeting. Ma, quel giorno, commetto un errore grave. Invece di andare via, come facevo sempre, rimango nella stanza e sono testimone della loro conversazione. Che non va per nulla bene. Quasi al termine, Tronchetti chiarisce che magistratura e politica devono reciprocamente rispettarsi e che il lavoro dei giudici non può pregiudicare le responsabilità della politica. E' più o meno una banalità, ma detta in quel momento suonò alle orecchie di Armando come una difesa pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura. Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli interessi di

DA PORCELLONIA A PORTOFINO SILVIO BERLUSCONI A LUME DI CANDELA CON AFEF E TRONCHETTI PROVERA.

Portofino 14 Giu 2009(Corsera.it)PUNTO DI VISTA AL VETRIOLO DI MATTEO CORSINI.
Berlusconek si concede una serata da nonno,a spasso a Portofino insieme alla figlia Barbara e al nipotino Alessandro,riccioluto.Dopo lo scandalo della Minorenne Noemi Letizia e le fotogorafie dell'orgia di slave nella sua villa conosciuta anche come Porcellonia in quel di Porto Rotondo,il Presidente del Consiglio si concede un attimo di relax con Marco Tronchetti Provera,fresco della vertiginosa ecatombe della Pirelli real estate(una trombata per azionisti vecchi e nuovi) e l'Osanna tunisina Afef, riccioluta, con ambizioni politiche che Corsera.it ha stroncato sul nascere.Free Image Hosting at www.ImageShack.us
Negli anni '90 Afef folleggiava insieme al suo ex marito Marco Squatriti,detto Squatriarcos, sui bordi della piscina della loro mervigliosa villa nel cuore dei parioli.Lui bello e riccioluto dava in escandenza, quasi come Topolanek ,con il suo cazzo gigante,una leggenda,ma utile per accrescere la fama della coppia più bella della capitale.Aerei privati,elicotteri,un panfilo di 40 metri e una sala per i sigari a deumidificare.La coppia Afef Squatriti si occupava di vecchietti,mentre il nostro Silvio Berlusconi si occupa di terremotati e slave con i tacchi a spillo che spopolano nella sua Porcellonia.Corsi e ricorsi storici,qualcuno ci rimette le penne.Negli anni '90 si scoprì che le case per riposo che Squatriti aveva messo su insieme ad uno dei figli dell'ex Presidente dell Repubblica Giovanni Leone erano in realtà delle topaie,utili a ricoverare porci e non certo i nostri genitori,magari ammalati.Le porcilaie però fruttarono bene e Squatriarcos viveva come un magnate del petrolio,e insieme a lui,ignara della provenienza di quella ricchezza l'Osanna tunisina Afef.Uno scandalo che si risolse con una feroce condanna per Squatriarcos,nel famoso procedimento denominato Italsanità.La moglie di Bruno Vespa,la Augusta Iannini,lo assolse in primo grado,forse annacquata dalle belanti osservazioni del marito,primo giornalista della repubblica italiana.


A leggere i giornali, e qualche anticipazione del documento che annuncerà oggi la chiusura delle indagini del pubblico ministero di Milano, l'affaire Telecom sembra essersi sgonfiato come un budino malfatto. Più o meno, si sostiene che fossero all'opera, in Telecom, soltanto un mascalzone (Giuliano Tavaroli) e un paio di suoi amici d'infanzia (Emanuele Cipriani, un investigatore privato, e Marco Mancini, il capo del controspionaggio del Sismi). La combriccola voleva lucrare un po' di denaro per far bella vita e una serena vecchiaia. I "mascalzoni" avrebbero abusato dell'ingenuità di Marco Tronchetti Provera (presidente) e di Carlo Buora (amministratore delegato). Tutto qui. L'affaire Telecom è stato dunque, secondo quest'interpretazione, soltanto un bluff mediatico-giudiziario utilizzato (o, per alcuni avventurosi osservatori, organizzato) da circoli politici per sottrarre al "povero" Tronchetti la società di telecomunicazioni. La ricostruzione è minimalista. Evita di prendere in esame, anche soltanto con approssimazione, la sequenza dei fatti accertati (a cominciare dalla raccolta di migliaia di dossier illegali); la loro pericolosità; i protagonisti (alcuni mai nemmeno nominati); un multiforme network di potere che condiziona ancora oggi un'imprenditoria debole senza capitali e una politica fragile senza legittimità: imprenditoria e politica sorrette, protette o minacciate - secondo convenienza - da alcune burocrazie della sicurezza. È nelle pieghe di questi deficit e contraddizioni italiani che è fiorito l'affaire, uno scandalo che nessuno - a quanto pare - ha voglia di affrontare. Vedremo se lo farà la prudente magistratura di Milano.
Per definire almeno la cornice del "caso" e gli attori e un metodo e qualche fondo fangoso, Repubblica - nel corso del 2008 - ha avuto sei colloqui (a Bereguardo, Milano e Albenga) con un Giuliano Tavaroli convinto già da tempo (e quel che accade sembra dargli ragione) che "nessuno avrà interesse a celebrare il "processo Telecom". Nessuno: né i pubblici ministeri, né gli imputati, né la Telecom vecchia, né la Telecom nuova. Ma io non sono e non farò né accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare. Io vorrò con tutte le mie forze il processo e nel processo vorrò vederli in faccia ripetere quel che hanno riferito ai magistrati. Il mio vantaggio è che tutti - tutti - hanno mentito in questa storia, e io sono in grado di dimostrare che le informazioni che ho raccolto sono state distribuite in azienda perché commissionate dall'azienda e nel suo interesse... Ne ho sentite di tutti i colori. Come Marco Tronchetti Provera che nega di aver mai avuto conti all'estero, come se non sapessi che per lo meno fino al 2006 i suoi conti erano a Montecarlo". Tavaroli lamenta di essere stato "messo in mezzo" per aprire la strada all'inchiesta Abu Omar. E' il "signore della sicurezza" Telecom. I pubblici ministeri devono intercettare gli uomini del Sismi che hanno cooperato con la Cia per sequestrare illegalmente il cittadino egiziano, sospettato di essere un terrorista. Con i buoni rapporti di Tavaroli con il Sismi, l'operazione sarebbe stata a rischio. "Così - dice Tavaroli - hanno cominciato a indagare su di me in modo strumentale. Sì, strumentale. Potrei farvelo leggere nelle carte. Nelle carte c'è scritto. Dispongono la perquisizione nel mio ufficio con un unico obiettivo: rimuovermi dal mio posto nella convinzione che, se non lo avessero fatto, non avrebbero avuto campo libero per le intercettazioni dell'inchiesta Abu Omar e quindi per l'ascolto decisivo dei funzionari del Sismi. Pensavano: questo Tavaroli se ne accorge e avverte il suo amico Mancini (era il capo del controspionaggio dell'intelligence) e noi non caviamo un ragno dal buco. Così sono finito nel tritacarne...". Sarà, quel che è saltato poi fuori giustificava l'iniziativa penale, ma qui conta altro. E' vero o è falso che, nel tempo, si è creata una sovrapposizione operativa, una contiguità d'interessi tra l'intelligence di Stato, le security delle grandi aziende al servizio di obiettivi ora istituzionali ora politici ora economici, ora l'uno e l'altro? Un "sistema" che per alcuni anni ha avuto il suo centro nella Telecom di Marco Tronchetti Provera?
Tavaroli dice che, se si vuole davvero capire che cosa è accaduto in Telecom, bisogna andare indietro nel tempo.
Una data d'inizio.
"Questo metodo ha, se si vuole, una data d'inizio con la nascita del nucleo speciale di polizia giudiziaria a Torino, un gruppo che non aveva alcuna corrispondenza nell'Arma dei carabinieri. Esisteva soltanto lì a Torino, dove il generale Dalla Chiesa era comandante (Tavaroli lo chiama sempre il Generale, e sembra di vedere la maiuscola). E' nel "nucleo" che nascono l'operazione di Frate Mitra che conduce all'arresto di Renato Curcio o all'arresto di Patrizio Peci. In quest'occasione furono "infiltrati" in Fiat - con l'assenso e la collaborazione della "sicurezza" dell'azienda - cinque operai "collaborazionisti": uno di essi fu poi reclutato dalle Brigate Rosse; fu l'uomo che indicò al Generale il "covo" di Peci.
Dopo questi successi il metodo trovò una "natura giuridica", una sistematizzazione legislativa. Non è che le nuove leggi lo prevedessero esplicitamente, ma rendevano possibile - meglio, tolleravano - quei sistemi se, in qualche modo, "controllati" dall'autorità giudiziaria. Diciamo che le linee di collaborazione con la magistratura si accorciarono e capitava che il pubblico ministero lavorasse gomito a gomito con il sottufficiale operativo senza la mediazione delle gerarchie. Nacquero le sezione speciali anticrimine. Con l'assassinio di Guido Rossa, comincia la collaborazione anche del Pci e dei sindacati. Ugo Pecchioli offre tutte le informazioni che i militanti e i sindacalisti raccolgono nelle fabbriche. Indicano tutti i nomi di coloro che, in fabbrica, sono o paiono essere vicini al terrorismo. Ci sono ancora in giro ex-sindacalisti che possono essere buoni testimoni di questo lavoro". (Dunque, vediamo integrati in una sola "piattaforma", l'Arma dei carabinieri con un suo nucleo speciale, le procure alle prese con un "diritto speciale di polizia", le attività informative della più grande impresa privata del Paese, la Fiat, e del maggior partito di opposizione, il Pci, presente in modo massiccio nel sindacato e nelle fabbriche. Lo schema è destinato a riprodursi e, con la sconfitta del terrorismo, a deformarsi, a "privatizzarsi").
"Diciamo che nella lotta al terrorismo nacque un "sistema" e fu selezionata un'élite di professionisti, che è o è stata al vertice della security delle maggiori imprese italiane. Con i pool di magistrati, operavamo a stretto contatto, avevamo molte responsabilità anche di decisione. Accadde quello che nelle aziende si sarebbe chiamato "accorciamento della catena decisionale". Gli ufficiali in parte partecipavano e comprendevano l'importanza dell'esperienza, in parte avvertivano di avere meno potere: contavano le competenze e non il grado sulla spalla. Si forma così una generazione di uomini che emerge per il merito, la competenza. Siamo in un periodo di "leadership situazionali", ovvero di persone che prendono la leadership a seconda delle situazioni e delle circostanze, con grande flessibilità. E' in questo periodo che si afferma "la dittatura della conoscenza". Conta chi ha competenza e conoscenza e capacità di analisi. Ecco perché io e Marco Mancini ci affermammo nonostante fossimo soltanto dei sottufficiali: noi avevamo competenza e conoscenza. I generali avevano i gradi, ma né l'una né l'altra. Nel dicembre del 1988, quasi con un colpo di testa - decisi d'istinto, dalla mattina alla sera, appena mi arrivò la proposta - lasciai l'Arma per l'Italtel. Ormai noi dell'Antiterrorismo ci giravamo i pollici. Molti si decisero a riciclare i loro metodi nella lotta alla criminalità organizzata. Non era per me. Io penso che la mafia ti rovini la testa, ti avveleni. Quando mi chiudo alle spalle la porta di casa, voglio poter lasciare fuori anche il pensiero del lavoro. Ma quando hai a che fare con gente che scioglie un bambino nell'acido, come fai a dimenticartelo? Te lo porti a casa, il lavoro. Andai via".
"Lo scambio delle figurine"
"Per il mondo della sicurezza privata, quelli, sono anni decisivi. Nel 1989 cade il Muro, implode l'Unione Sovietica. Le ragioni costitutive di una cultura della sicurezza, della sua organizzazione, metodo, visione del mondo vengono meno. Io ho 30 anni e sono consapevole che devo trasformarmi in un uomo di business. Comprendo subito che la sicurezza deve diventare una funzione dell'azienda, non restare - come era allora - un corpo separato dell'impresa. Tra il 1991/1992 nascono business intelligence, market intelligence, competitive intelligence... Un vecchio mondo si frantuma, prestigiosi "salotti" diventano polverosi e inutili. Mondi che prima erano separati da ostacoli, più o meno, invalicabili - o valicabili a prezzo di grandi rischi - entrano in costante comunicazione. A quel punto i servizi segreti che, con il mondo diviso in blocchi, erano monopolisti dell'informazione perdono, nello spazio di un mattino, la loro supremazia. E' uno scettro che passa nelle mani dell'impresa privata.
Italtel, per dire, aveva dopo il 1989 150/200 uomini in Urss e agiva con i governi delle singole repubbliche dell'ex-blocco sovietico mentre il Sismi faticava per infiltrare anche soltanto un uomo oltre le linee. Chi contava di più? Chi poteva avere più informazioni? Queste condizioni creano un nuovo mercato. Comincia lo scambio delle figurine tra security private e servizi segreti. La parola d'ordine convenuta è "diamoci una mano". E' una collaborazione che cresce, si allarga e sviluppa senza uno straccio di protocollo, senza rendere trasparente e condiviso che cosa è lecito, che cosa non lo è. In ogni altro paese - Stati Uniti, Inghilterra, Francia - ci sono protocolli che regolano i rapporti tra imprese, sicurezza privata e servizi. Da noi, c'è un vuoto che ciascuno occupa come crede. Nel 1996, aprile, vado in Pirelli. A quel punto le aziende che agiscono sul mercato globale hanno già una sovranità superiore a quella degli Stati. I governi hanno abdicato. L'11 settembre, se riproduce nel mondo una nuova logica bipolare Occidente contro Islam, esalta le potenzialità e il protagonismo delle imprese multinazionali o plurinazionali. Con in più lo straordinario e inedito potere della tecnologia. Cambia di nuovo tutto. Cambiano la cultura e i players dell'informazione. Tutti affidano tutto all'indagine elettronica: tracce elettroniche, carte di credito ecc. ecco che le telecomunicazioni diventano appetite, sempre più strategiche. Le indagini si fanno con le intercettazioni. Di nuovo: difficile dividere lecito e meno lecito. In Francia, la polizia fa le intercettazioni legali; la Direction de la Surveillance du Territoire (Dst) fa quelle illegali. Tutto normale, in Italia no".
"Tronchetti voleva il Corriere"
"Poi Pirelli acquista la Telecom. E' per tutti noi una sorpresa. Forse non tutti sanno che Tronchetti Provera non aveva alcuna intenzione di entrare in Telecom, in realtà. In quel 2001, stava scalando Rcs. Ha sempre avuto una passione non nascosta per il Corriere della Sera che riteneva, e forse ritiene, un'istituzione essenziale per la democrazia italiana. In quei mesi stava acquisendo posizione e posso credere che si preparasse a lanciare un'offerta pubblica di acquisto. Fu Buora a proporre il dossier Telecom. Tronchetti gli diede fiducia.
Le cose, per noi, non stanno per niente messe bene nel 2001, quando Berlusconi e i suoi si insediano a palazzo Chigi. Era al potere una famiglia impenetrabile, gente che è insieme, gomito a gomito, dai banchi di scuola, gente che pensa soltanto agli affari e all'assalto alla diligenza e tutti - dico, tutto l'establishment - sono "fuori asse". A chi rivolgersi? Come scegliere gli interlocutori "giusti"? E ci sono davvero, in quella compagnia, gli "interlocutori giusti"? Per dirne una. Telecom aveva un contenzioso per un centinaio di miliardi di lire con il ministero della Giustizia. Come venirne a capo? Chi era Roberto Castelli? E quel Brancher lì (era l'"ambasciatore" di Forza Italia presso la Lega di Bossi), che "pesce" era?
La verità è che noi in quell'avvio avevamo soltanto pochissimi interlocutori. Ad esempio, Pisanu (ministro per l'attuazione del programma). Vecchia scuola. Formazione politica solida. Interlocutore affidabile. Con lui, Tronchetti filò subito d'amore e d'accordo. Con gli altri soltanto guai. E i guai toccava a me affrontarli. In quel periodo accade qualcosa che mi fa capire. Accade che dovevamo rivedere gli organici e le responsabilità negli uffici di Roma. Una persona, di cui non voglio dire per il momento il nome, mi sollecita a "salvare", negli uffici della capitale, la signora Laura Porcu. La cosa mi convince e la Porcu viene "salvata". Dopo qualche tempo, la Porcu mi chiede se voglio essere messo in contatto con personalità influenti del mondo romano. Accetto".
"Il network eversivo"
"La Porcu organizza un giro delle sette chiese, un'agenda di incontri con Nicolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Enzo De Chiara (uno strano personaggio, finanziere italo-americano, vicino alle amministrazioni Usa, già finito in qualche inchiesta giudiziaria), Pippo Corigliano (Opus Dei) che a sua volta mi presenta Luigi Bisignani che già aveva chiesto di incontrarmi (se fosse stato siciliano, dopo averlo conosciuto, avrei pensato che fosse un mafioso) e la Margherita Fancello (moglie di Stefano Brusadelli, vicedirettore di Panorama), che a sua volta mi riportò da Cossiga, Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, il generale Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Insomma, dai colloqui, capisco che questi qui sono in squadra. (Tavaroli annuncia in settembre una memoria difensiva molto documentata e comunque va ricordato qui che la sua è la ricostruzione di un indagato). Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l'uno stretto all'altro, a diversi livelli d'influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. E' il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l'amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo.
Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava. Che quei segreti potevano distruggere la reputazione di chiunque e la vera sicurezza è la reputazione. C'era insomma, tra la Telecom di Tronchetti e quell'area di potere, un disequilibrio informativo che andava affrontato subito e nel miglior modo da noi, riequilibrandolo o addirittura annullandolo con la creazione, a nostra volta, di altri segreti. C'era bisogno di coraggio. Che è proprio la virtù che manca a Marco Tronchetti Provera. Ha il culto di se stesso. Non decide mai. Non se la sentiva di attaccare frontalmente, magari pubblicamente, quel network né voleva "sporcarsi le mani", cioè entrare nel club pagandone il prezzo in opacità, ma incassandone i vantaggi lobbistici. Non prende posizione. Non si "compromette" né in un senso né nell'altro. Per questo quella "compagnia" lo scarica. Come, lo spiegherò presto. Il fatto è che quando Tronchetti si insedia in Telecom è debole. Debole non per l'indebitamento, come tutti pensano. Ma per il suo isolamento nel mondo politico, economico. Tronchetti non piace alla politica. Ne è distante e questo non è gradito. Non capisce la politica di Roma e questo è un problema. Non piace agli industriali. La Confindustria è guidata da Antonio D'Amato, espressione della media industria, e questo è un altro problema. E' su questa zona di confine che mi dicono di "ballare". E io ballo. Me ne ha dato atto, quando mi ha liquidato, anche Tronchetti. Mi ha detto papale papale: "Forse le abbiamo chiesto troppo". E' vero, mi chiesero molto. Forse troppo".

Italsanità SpA fu una società del gruppo IRI, costituita nel 1988 per operare nel settore della promozione, progettazione, realizzazione e gestione di infrastrutture sanitarie. Fino al 1990, essa ha svolto solo attività promozionale, finalizzata ad ottenere l'attribuzione di appalti pubblici. Successivamente la società fu al centro di uno scandalo giudiziario. A seguito del buco finanziario creato con alcune operazioni condotte nel 1990 e riguardanti la locazione di immobili da ristrutturare ed adattare al fine di adibirli a residenze sanitarie, nel 1992 la società è stata posta in liquidazione. Il fallimento della società portò ad un maxiprocesso che si concluse con le condanne, tra gli altri, dell'amministratore delegato Ugo Benedetti per "truffa ai danni dello Stato" e di Mauro Leone (figlio dell'ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone) coinvolto nella sua qualità di vicepresidente del Crediop, nonché di Ferdinando Mach di Palmstein, Tullio Ciarrapico (figlio di Giuseppe Ciarrapico, anch'egli coinvolto nell'inchiesta), Marco Squatriti, avvocato d'affari noto alle cronache per la vita principesca e per aver sposato la modella tunisina Afef Jnifen. I capi d'accusa andavano dalla truffa al falso in bilancio ed alla tentata estorsione.
Chi è Marco Squatriti
Legale coinvolto nello scandalo Italsanita' Banditi nella villa di Squatriti L'avvocato sorprende i ladri che fuggono con il bottino- ROMA - Una moglie bellissima. Amicizie chiacchierate. Uno scandalo colossale come quello dell'Italsanita', in cui era stato coinvolto assieme a Giuseppe Ciarrapico e Mauro Leone. E adesso anche una rapina miliardaria nella sua favolosa villa ai Parioli, con tanto di sequestro della servitu' da parte dei ladri - rapinatori, fuga con il malloppo a bordo di un furgone bianco, inseguimento sul filo dei 130 chilometri orari e carambola finale tra una "volante" e una macchina di passaggio. Rieccolo, l'avvocato d'affari Marco Squatriti, 47 anni, personaggio del jet - set sempre conteso tra cronache mondane e cronache giudiziarie, detto "Squatriarcos" per la sua prodigalita' da magnate greco: un tipo che non ama le mezze misure. Lo scorso luglio Squatriti era tornato alla ribalta perche' condannato a 12 mesi nell'ambito dell'inchiesta sugli "ospedali d'oro". Un anno fa invece si era parlato di lui perche' la moglie Afef, top model tunisina conquistata con 21 rose rosse dopo un fugace incontro nella hall di un albergo, aveva annunciato pubblicamente la separazione. Una tegola dopo l'altra. Una triste parabola per uno degli uomini piu' ricchi della prima Repubblica. E l'altra notte, ci si sono messi anche quattro gangster incappucciati a complicare la vita del finanziere. L'assalto a Villa Squatriti, una bellissima costruzione inizio '900 con parco, piscina e vista su tutta Roma che si trova in via Ammannati, ai Parioli, e' avvenuto prima dell'alba, tra le 4 e le 5. In quel momento, dietro il muro super - protetto dai sistemi d'allarme, dormivano il figlio dell'avvocato, la coppia di domestici filippini e la governante. I ladri avevano studiato bene il colpo: quasi sicuramente avevano chiavi false. Prima hanno scavalcato la recinzione, aperto il cancello automatico e fatto entrare un furgone per caricare la refurtiva. Il bottino? "Solo" cinque orologi da collezione, di oro e platino, per un valore di 4 - 500 milioni, si e' saputo piu' tardi. E per un soffio la polizia non e' riuscita a recuperarlo. E' stato lo stesso padrone di casa ad avvertire il "113". Ma chi erano? La Squadra mobile indaga. Con un sospetto: che ci possa essere una "talpa" interna alla villa, magari tra gli operai che da due anni stanno ristrutturando la facciata.
Peronaci Fabrizio Pagina 19(10 ottobre 1997) - Corriere della Sera

Finalmente Cipriani parla.  dicembre 2009
L'udienza preliminare dura da sei mesi in tribunale a Milano
Cipriani, l'uomo del dossier Telecom
"Tronchetti sapeva quel che facevo"
di GIUSEPPE D'AVANZO
ROMA - "Spiavo per il Sismi e per Telecom, e l'allora presidente Marco Tronchetti Provera sapeva tutto delle mie attività". Lo dice Emanuele Cipriani, l'uomo dei dossier Telecom, in una intervista a Repubblica. Cipriani: "Spiavo per Telecom e Sismi -Tronchetti Provera sapeva tutto". Emanuele Cipriani, 49 anni, è "l'uomo dei dossier Telecom" o, come più gli piace definirsi, "un imprenditore della sicurezza privata".
Oggi è il solo imputato "eccellente" di quella oscura storia (lo scandalo dello spionaggio Telecom nell'èra Tronchetti Provera) ad avere ancora interesse a non far cadere il velo su una scena dove, nonostante le omissioni del lavoro istruttorio, affiorano dossier illegali; figure che decidono della cosa pubblica senza alcuna responsabilità istituzionale; comportamenti obliqui di governanti; ricatti; corruzione piccola e grande; debolezze della magistratura, dell'informazione, delle amministrazioni dello Stato e, al centro, una sorda lotta per il potere che non si fa mai trasparente.
Il processo Telecom è diventato, come ampiamente previsto da Repubblica (non ci voleva un mago), un niente che non fa onore alla magistratura milanese. Anche senza l'incombente "processo breve" che lo soffocherebbe, l'udienza preliminare in corso da sei mesi vede il fuggi fuggi degli imputati. Il cinquanta per cento ha patteggiato. Quelli che restano si affidano al colpo di spugna della prescrizione.
Emanuele Cipriani, al contrario, ha un diavolo per capello. Non per la minaccia di una condanna penale, che forse non ci sarà, ma per il blocco dei suoi beni, per di più minacciati dalla rivalsa di Telecom e Pirelli, costituite parte civile contro di lui. Ai suoi occhi, la beffa dopo il danno. Dice Cipriani: "Non voglio essere e non sarò il capro espiatorio di questa storia. Quei soldi sono il frutto del mio lavoro". Un frutto avvelenato, ottenuto con procedure illegali.
"Questo è vero soltanto in parte. Ammetto - l'ho fatto con la procura di Milano - che alcuni dossier si sono avvantaggiati di manovre non corrette, ma l'illegalità non è stata la regola, tutt'altro, l'attività verteva spesso in consulenze e servizi ad alto valore aggiunto, sempre strettamente legate al business aziendale. Nell'estate di due anni fa, in oltre duecento ore di interrogatorio, ho raccontato ai pubblici ministeri, pratica per pratica...".
Cioè, dossier per dossier...
"Preferisco chiamarle pratiche. Ho raccontato, dicevo, chi me le ha commissionate e l'obiettivo legale o illegale dell'operazione e, infine, la fattura di riferimento e da chi mi è stata pagata".
Che cosa vuole dire questo?
"Vuol dire che, sempre, in ogni circostanza, per ogni pratica, il mio lavoro è stato svolto nella consapevolezza del committente Pirelli-Telecom e nell'interesse delle società e, in alcuni casi, del presidente Marco Tronchetti Provera, nonché di suoi conoscenti e addirittura di alcuni suoi legali che erano miei clienti".
Ma, signor Cipriani, è proprio questa "dipendenza" diretta che l'inchiesta ha escluso. L'acquerello dipinto dai pubblici ministeri è un altro. Tre amici d'infanzia (Tavaroli, Mancini, Cipriani) fanno carriera partendo dal fondo della scala. Conquistano la potente e ricca security della Telecom (Giuliano Tavaroli), il controspionaggio militare (Marco Mancini), un'importante posizione nell'intelligence privata (Emanuele Cipriani). Incrociano le informazioni in loro possesso. Formano dossier spionistici in libertà con le risorse della tlc e dello Stato. Lucrano profitti e potere personali. Fine dell'affaire.
"E' un quadro falso. Non è vero che Tronchetti non sapesse chi fossi io. Ne era consapevole. Egli ha chiesto e ottenuto informazioni sul suo personale di servizio, dai domestici alla guardarobiera della signora Afef. Molte di queste pratiche non erano illegali, non erano aggressive e sono state pagate da Telecom e da Pirelli. Mi sono occupato personalmente della tutela della signora Afef; delle vacanze in barca del dottore in giro per il mondo; della sicurezza della sua barca a Saint Tropez; del matrimonio della figlia Giada a Portofino dove c'era tutta l'Italia che conta. E sono sorpreso che Tronchetti oggi dica di non saperne nulla. Ai magistrati ho raccontato di svariate pratiche aperte a suo esclusivo beneficio. E questo, naturalmente, è soltanto l'aspetto diciamo privato, svolto nell'interesse del Dottore. Per la maggior parte, il mio lavoro si è sviluppato nell'interesse delle società a verifica delle condizioni dei business a rischio".
Se capisco bene, lei è infuriato per il blocco dei suoi beni, incattivito dalla possibilità che Telecom si dichiari parte lesa minacciando di mettere le mani nel suo "tesoretto", arrabbiato perché la procura di Milano si è fermata, intimidita, sulla soglia della camera oscura dell'affaire. Il suo rancore e interesse le consigliano di far saltare il banco. E' così, è questo che sta dicendo?
"Mi ascolti bene. In oltre 200 ore di interrogatorio, io ho fatto ai pubblici ministeri nomi, cognomi, circostanze, indicato i dossier legali e quelli illegali, le notizie di reato che vi erano contenute. Ho invocato inutilmente per mesi che cercassero riscontri e testimonianze alle mie dichiarazioni. Non è accaduto nulla. Ho detto con chiarezza che Tronchetti Provera era a conoscenza dei contenuti di quei dossier o direttamente o indirettamente. Si è preferito credere alla favola che il Dottore quasi non avesse rapporti con Giuliano Tavaroli che era il mio referente diretto...".
Non è così?
"Per niente. Oggi si dice che, negli anni, Tronchetti ha ricevuto Tavaroli soltanto in qualche occasione e per non più di qualche minuto. Non è vero. Giuliano aveva accesso diretto e costante a Tronchetti, in qualsiasi momento. Io posso testimoniarlo. E' capitato che raggiungessi Tavaroli con un dossier che mi aveva commissionato. Lo ragguagliavo su quel che avevo scoperto. Non avevo ancora finito che Giuliano afferrava il telefono, chiedeva alla segreteria di Tronchetti di poter raggiungere il presidente e subito dopo, con il dossier sotto il braccio, lo raggiungeva. E questo è soltanto un aspetto del lavoro svolto per Pirelli/Telecom".
Perché ci sono altri aspetti?
"Certo, quelli istituzionali".
Che intende dire?
"Intendo dire che sono a conoscenza di questioni molto delicate che hanno visto sovrapporsi l'attività svolta per Telecom con il lavoro trattato per soggetti istituzionali e nell'interesse nazionale". Senza tanti giri di parole, signor Cipriani, lei ha lavorato per Telecom e Pirelli e anche per il governo e i servizi segreti?
"E' bene precisare che le attività per le aziende erano regolate dalle aziende, come è stato riscontrato. Per le collaborazioni con il Sismi, non posso risponderle perché sono vincolato al segreto di Stato. Posso dirle che è acclarato che io ho avuto rapporti con il Sismi, in taluni casi insieme ad altre istituzioni dello Stato. Con l'assenso del pubblico ministero, al tempo, ho riferito di due operazioni, di cui una internazionale, molto importanti per la sicurezza del Paese. Non sono state le uniche. Non sono sicuro di poterle dire di più senza violare il segreto di Stato. Finora ho taciuto per più alti interessi nazionali, ma non ci sto a farmi fare terra bruciata intorno, a passare per un avido truffatore, lo spione che ha tradito la fiducia che gli era stata ingenuamente concessa da Tronchetti Provera e dal Sismi. Non ci sto a distruggere il mio lavoro, la mia onorabilità per proteggere qualche furbastro che oggi finge di non sapere o di non aver mai saputo. Per di più, dopo essere stato messo nella condizione di non potermi difendere perché quei dossier cui ho lavorato saranno distrutti e, con loro, le tracce e le ragioni dei committenti che me li hanno richiesti". Nell'udienza del 13 novembre, la sua difesa (gli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Vinicio Nardo) ha chiesto a Marco Mancini, già capo del controspionaggio del Sismi, "se avesse mai incontrato Marco Tronchetti Provera". Mancini ha opposto il segreto di Stato. Tronchetti ha subito fatto sapere "di non aver mai avuto rapporti con il signor Mancini". E' in questo criptico batti e ribatti che si nasconde la chiave della sua difesa cui non intende rinunciare?
"Senta, anch'io mi sento vincolato al segreto di Stato e vedremo il Governo cosa dirà, ma intanto credo di poterle dire che Tronchetti è fin troppo ingenuo a dire di non avere avuto mai rapporti con il generale Pollari e Mancini. E' certo che Mancini e Pollari, suo direttore dell'epoca, hanno incontrato l'allora presidente di Telecom in varie occasioni tra il 2002 e il 2004".
E questo che vuol dire?
"Glielo dirò in modo brutale. Di fronte alla mia tentata distruzione morale, ho soltanto due strade da percorrere: o parlo o non parlo. Glielo ripeto: non farò capro espiatorio, non sarò il solo a pagare il prezzo di una storia scritta da altri".
Signor Cipriani, questo è un ricatto. Chi sta minacciando?
"Io non ho mai ricattato nessuno e sfido chiunque a dire se è mai stato ricattato da me: le pratiche non erano per il sottoscritto, ma per chi me le commissionava. Giri la domanda a costoro. Credo che - la mia - sia una difesa legittima dopo avere servito fedelmente, in molti anni di attività, un portafoglio clienti di tutto rispetto; le società Pirelli e Telecom; un uomo d'impresa (Tronchetti Provera) e, quando mi è stato richiesto, lo Stato". Le parole di Emanuele Cipriani dimostrano che l'affaire Telecom, miniaturizzato fino alla caricatura dall'inchiesta della procura di Milano, distilla ancora liquido velenoso "dietro le quinte dell'ufficialità economica e politica e di un lavorio sordo fatto di favori, di ricatti, di relazioni più o meno sporche e più o meno segrete" (Galli della Loggia, 27 settembre 2006). La sottile speranza (allo stato dell'arte, ingiustificata) è che l'udienza preliminare in corso a Milano sappia fare luce su quel groviglio che i pubblici ministeri non hanno voluto o potuto illuminare. Le dichiarazioni di Emanuele Cipriani lo rendono doveroso. Soprattutto ora che ritornano in auge protagonisti di quel recente, buio passato come Niccolò Pollari, candidato a diventare presto Consigliere per la Sicurezza del capo del governo.  23 dicembre 2009