Walter Veltroni, Re del Lavaggio del Cervello.

Un video preparato per voi, anche se del 2008, mostra il miglior SpiderVeltroni.
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Walter Veltroni, figlio del potente e valente giornalista democristiano, scomparso
quando lui era stato da poco concepito, è ormai da anni ritenuto un esperto di comunicazione e di relazioni politiche, pur essendo diplomato in tecniche cinematografiche. Grande amico di Ettore Scola, che lo ritiene un genio, in questo colloqui con la maliziosetta Daria Bignardi, legata con la nullità radiofonica Luca Sofri, espressione del degeneramento generazionale, dal punto di vista intellettuale almeno, (ma qui la Daria è molto brava, anche se assieme al marito, fa parte delle snob del Popolo di Sinistra, una popular-pseudo-intellectual PROG., tutta concentrata su semplici cacchiate, come vedrete nell'intervista, a dimostrare il livello dei criteri con cui i signori all'ascolto, secondo la Daria, si formano un indirizzo e un criterio di voto: -dove è andato in vacanza? lo chiedeva la Bindi, -al controllo all'areoporto mi dicono che ci va senza apparati, e via di seguito. Sono domande che servono a valutare la modernità e attualità del personaggio politico, ribadisce la Daria, rilanciando i suoi autori, dei geni, siamo sicuri). Ma è super Walter Veltroni, lo Spiderman dello pseudo-intellettualismo di sinistra, ceci e ciampagne, piedone lo sbirro e topolino, Happy Days e Robin Williams (già, chissà cosa ne penserebbe Robin, dello spiderman Veltroni; quando lo vado a trovare glielo chiedo, ci andrò presto, assieme all'amico  Ferrer. Anzi, non lo chiedo, tanto a chi può interessare? La sua abilità comunicativa è proverbiale, qui riesce a rovesciare ogni frittata, scivola via come un lambruco urticante da ogni trappola, sfoderando la sua arma segreta, la ragnatela avvolgente: il suo bel sorriso da ragazzone scaltro ma di animo buono. Alla fine quasi seduce la Bignardi, che però non sembra molto propensa alle relazioni con i politici, in quell'aurea da monella virginal-progressista, falsamente confidenziale e invece marziale e cinica. A voi il giudizio, io ho dato il mio, sul più grande esperto in Lavaggio del Cervello (dopo il Berla).



A domenica 5 da Barbara d'Urso, chi arriva, prima di Lele Mora? Ma spiderman Walter Veltroni, che mette in campo le foto da ragazzetto, l'amore della sua vita e infine ci parla del suo desiderio di lasciare la politica solo per passare a distruggere completamente la Juventus, di cui vorrebbe assumerne la direzione. Ma il fulcro dell'incontro è NOI, il suo ultimo romanzo, che solo per sua benevolenza, non vedremo trionfare al Premio Strega. booksblog.it/post/5889/dopo-laffaire-veltroni-iniziano-a-circolare-i-nomi-dei-candiati-allo-strega-2010

Un'altre tecnica di lavaggio del cervello è questa.



Paolo Guzzanti
ROMA - "Berlusconi mi fa vomitare". Paolo Guzzanti, deputato Pdl ed ex presidente della Commissione Mitrokhin, attacca frontalmente il presidente del Consiglio. Dal proprio sito internet Guzzanti torna a difendere la Georgia, invasa da Mosca, e attacca la Russia di Putin. Quello stesso leader politico che Silvio Berlusconi non perde occasione di lodare. Un comportamento che a Guzzanti non va giù. E non lo manda a dire.
Stavolta a scatenare la polemica sono le frasi dette ieri da Berlusconi nel corso della riunione del gruppo Pdl alla Camera. Ecco, secondo Guzzanti, la descrizione dei fatti: "Berlusconi ha superato se stesso paragonando il presidente georgiano Saakashvili a Saddam. Ho vomitato. Ieri sera ho ascoltato da Berlusconi parole terribili e inaccettabili che non avrei mai voluto ascoltare. Di questa storia ne ho abbastanza. Ciò che ho trovato più grave, inaccettabile e nauseante è stato il tono con cui Berlusconi ha ripetuto a megafono le storie della propaganda russa, dicendo che 'bisognava ad andare a prendere quello là, quel Saddam', intendendo il presidente Saakashvili. Mi fa schifo e non capisco l'allineamento col capo del Kgb al potere".
Guzzanti - a cui recentemente è stata levata la scorta - non si ferma e rivela anche un dialogo che sarebbe stato raccontato da Berlusconi. "Mi telefona Bush e mi dice: hai visto cosa ha fatto il tuo amico Putin? - scrive Guzzanti riferendo le parole del premier - ma Putin è amico mio quando fa le cose che non ti piacciono e amico nostro quando fa quelle giuste? Sentiamo, che ha fatto? E Bush: 'Ha cancellato tutti i candidati dalle elezioni locali, tutti, e li ha sostituiti con uomini suoi, dal primo all'ultimo. 'Allora - ricostruisce sempre Guzzanti citando il Cavaliere - io vado a Mosca e dico: cos'è questa storia dei candidati? E Putin: ma sai, avevano candidato tutta gente sui 70 anni, quindi erano tutti legati al passato sovietico. Ho voluto dare una svecchiata e ho ordinato di far mettere quarantenni, gente che dirige aziende. Va bene, dico io".
Un atteggiamento che Guzzanti critica duramente. Una reazione troppo morbida, quella del premier italiano, che il deputato della Pdl non tollera: "Berlusconi ha anche detto che quella russa non sarà proprio una democrazia perfetta, ma sapete, ci vuole del tempo per passare dal totalitarismo alla democrazia".
Conclusione al vetriolo. "Ieri sera avevo l'impressione di ascoltare qualcuno che esprimesse parole, sorridenti per di più, per giustificare Hitler". Un qualcuno che si chiama Berlusconi.

11 febbraio 2008
il 10 febbraio di Walter.
10 Febbraio 2008, Spello, Umbria, Italia, Europa, Mondo. Dal particolare all’universale. Un occhio al borgo italico medioevale e l’altro a Obama e al grande sogno americano. Commistione di sensazioni, viaggio nel tempo, divagazione tra spazio e emozione. Il "discorso per l’Italia" di Water Veltroni ha toccato anche le nostre corde, quelle più logorate dalle urla della politica che divide e non unisce; e le ha fatte vibrare dicendo poco o nulla ma dicendolo talmente bene da farlo sembrare tanto o tutto.
Una domenica bella, solare con lo sfondo scenografico di un paesino arroccato su una verde collina, teso verso il cielo come il futuro. Eppoi quel vento che soffiava e scapigliava e scompigliava e dava un'idea di aria nuova, fresca, pulita. Una domenica importante, "una domenica italiana” da ricordare. Una domenica serenamente e pacatamente patriottica, ma anche mistica. Vittorio Taviani lo ha paragonato a San Francesco, santo e guerriero, fede e determinazione; e di fronte ad un paragone del genere le provocazioni di Oliviero Toscani non ci toccano: “… mi metto il colletto su o giù? Mi metto a parlare sull’erba o vado nell’eremo? Neanche fosse Gesù Cristo”. Gesù Cristo ancora no. Ma non è detta l’ultima parola: perché "uno che vuole passare per nuovo ma dice le stesse cose con la stessa faccia da 30 anni", non va disprezzato con il solito qualunquismo, perché vuol dire che porta con sé un messaggio universale.
La location di Spello era azzeccatissima, se solo avessero indovinato le inquadrature. Forse qualche cipresso di troppo ma anche questo è un segno della storia perché se "dobbiamo capire bene dove il mare della storia ci sta portando", il passaggio dalla quercia al cipresso ce lo indica molto bene: la sinistra trapassa e la svolta arborea è ancora più netta di quella politica.
Un discorso intenso, un po' retorico ma necessario, per metterci "in sintonia con le correnti profonde della storia". Un discorso che parla alla gente ma senza la gente, perché sono più importanti le telecamere. Veltroni si rivolge al "destino dell’Italia, alla sua struggente e meravigliosa bellezza". Un discorso vivo, che parte "dalla bellezza dell’Italia, dalle coste del Mediterraneo, attraverso le colline e la grande pianura, fino alle Alpi"; un discorso che cita Moro, Spinelli ma fa pensare a De Amicis; un discorso che tocca "l’orgoglio di essere italiani”, che ricorda che "la qualità è l’Italia. E l’Italia è qualità”. Un discorso innovativo che cita 56 volte la parola "Italia", 26 volte "italiani" e manco una volta "compagni". Un discorso con cui “guardiamo negli occhi l’Italia e le diciamo: comincia un tempo nuovo”. Un discorso che sembrerebbe scritto a destra ma anche a sinistra perché noi dobbiamo essere "uniti sotto il tricolore, sotto la bandiera italiana. Uniti nella Resistenza”. Un discorso sulla "memoria che si fa speranza”. Appunto.
10 febbraio, era anche la giornata del ricordo. Veltroni non se ne è ricordato. Ci saremmo aspettati almeno un passaggio, una breve citazione, anche solo una piccola emozione buttata tra una riga e l’altra di un discorso fumoso; magari là dove ha parlato del “silenzio dei deportati” e “dei tanti giusti che seppero aprire la porta a chi cercava aiuto”. Ricordando quella parte d’Italia che la porta non l’aprì ai nostri fratelli perseguitati e cacciati dalle terre di Istria e di Dalmazia, relegandoli anche fuori dalla propria coscienza. Ed anche la città che lui governa e che ospita una delle più grandi comunità di esuli giuliano-dalamti, ha negato anche un piccolo gesto istituzionale di riconciliazione.
Il 10 febbraio di Veltroni è stata un’occasione perduta, una distrazione colpevole. Ed ora, ripensandoci, a vederlo lì, tra un tricolore ammainato e un cipresso, il leader di questa nuova sinistra che non ha "paura del nuovo perché il futuro è l’unico tempo in cui possiamo andare”, non da’ neanche una grande idea di novità, di coraggio, di speranza. Ma molta, troppa mestizia...
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                                     CHI E'  SPIDERMAN  VELTRONI
E’ il 3 aprile 2006. Matteo Maritano, 16 anni, mamma filippina e papà italiano, si suicida. Apre la finestra della sua stanza e decide di volar giù. Un angelo senza ali e con un buco dentro profondo come la notte. I giornali ne parlano perché il sospetto è che il male da cui abbia voluto liberarsi sia stato indotto. Si parla di bullismo, di pregiudizi, d’intolleranza. Si dice che a scuola venisse preso in giro perché gay anche se non lo era.
Il motivo per cui un ragazzo di 16 anni si getta nel vuoto è cosa che appartiene a quel mistero profondo e pauroso che affonda nella profondità del male… e nella sua banalità. La volgarità del nostro mondo, democratico e tollerante, sta in questa dimenticanza. Nei giorni successivi Matteo diventa il simbolo delle rivendicazioni omosessuali. Diventa la palestra su cui si esercitano i professionisti della morte ad effetto: sociologi, psicologi, omosessualisti in carriera, ispettori ministeriali e giornalisti… soprattutto loro, i giornalisti: dietro l’imbroglio del "diritto di cronaca" che è solo il perverso gioco del rendere banale la vita degli altri, per rendere più sopportabile la propria. A distanza di un anno la Procura di Torino chiude l’indagine e archivia il caso: Matteo non ha subito alcun atto di bullismo. Il suo suicidio non fu spinto da pressioni esterne, né da una sua presunta omosessualità perseguitata.
Immagino che chi sceglie di uccidersi scelga il silenzio, il vuoto, l’ombra, l’angolo più buio. Anche quando la morte è un urlo disperato, una denuncia, una condanna… alla fine racconta un silenzio. Il silenzio di un disagio, di una sofferenza che ricopre la morte e il silenzio dovuto dentro una pietà che dovrebbe accompagnare il pudore di non fare ulteriore violenza a chi compie un gesto definitivo. Perché il senso della vita è dato dalla "possibilità". E chi decide di negare a se stesso il dono della "possibilità" avrebbe bisogno di un "sssssssssssstttttt" lungo quanto i nostri rimorsi. Ma queste sono cazzate per questo mondo che ha bisogno di rumore perché del silenzio ha paura. E allora, la storia di Matteo non finisce qui. Sul suo corpo straziato arriva la pennellata finale, il tocco dell’artista: e il narcisismo degli uomini colti e per bene si rivela un’altra violenza verso Matteo.

Pochi mesi dopo la sua morte il Corriere della Sera inaugura una collana di scritti: "Corti di carta", brevi racconti che ospitano inediti di grandi autori italiani; e tra questi c’è anche Walter Veltroni con un libello di 54 pagina dal titolo "Aspetta te stesso". L’anarca lo legge con la curiosità che in genere accompagna la sua ingenuità e scopre che la storia che c’è dentro, raccontata con strazio intellettuale, è quella lì. Veltroni ha strappato dalla cronaca una tragedia e un orrore e li ha trasformati nell’ennesima vetrina di malinconia e vanità.
Matteo diventa Giulio. Non è più filippino ma peruviano. Ma c’è il fratello maggiore e un suo diario, c’è la mamma separata e c'è il suicidio; ci sono le motivazioni decise dai giornali ("a scuola dicono che sono frocio!"). C’è l’armamentario del politicamente corretto: il ragazzo aguzzino con il giaccone di pelle nera in realtà mai esistito ma così utile alle coscienze democratiche e antifasciste.
Ora che la storia di Matteo sembra essere riconsegnata alla verità (che non c’è...) l’idea di utilizzare una tragedia, un dolore che umilia tutti noi per raccontarci una storia da Corriere della Sera francamente fa ancora più schifo. Soprattutto quando la fatica letteraria partorita sul corpo straziato e vero di Matteo, è servita a rilasciare interviste idiote sul Corriere Magazine su come fa, il sindaco scrittore, a scrivere tutte queste cose, quale musica ascolta quando cerca l’ispirazione e a quale ora della notte…e via dicendo…
Veltroni usa spesso al morte degli altri per colpire, emozionare; lo fa con i raccontini di 54 pagine…o citando una lettera della "ragazza della mia città" morta a 15 anni di una malattia incurabile per concludere il discorso che lancia la sua candidatura al Pd e far credere che i giovani siano quelli… quando anche lui sa che non lo sono. Perché una ragazza di 15 anni che sta per morire dentro una malattia non è più una ragazza… è altro. Più grande di me e lui messi insieme.
Veltroni usa la morte non per trovare le ragioni su se stesso. Non è un altro modo di comunicare; né l’emergere di un’altra identità, sofferta e nascosta. E’ qualcos’altro. La "necrofilia" di Veltroni serve a mescolare i piani, a confondere il ruolo pubblico e politico con quello privato, facendo si che su di lui i giudizi siano raramente politici (cosa bizzarra per uno che in vita sua ha fatto solo quello).
"Aspetta te stesso" è il marchio d’infamia di un personaggio che non esita a catturare la morte degli altri e rivenderla come un rigattiere di buoni sentimenti. Soprattutto quando la morte è inspiegabile. Dietro il suicidio di un ragazzo, o quello di un musicista (buono per una sceneggiatura ed un film in piena campagna elettorale… ed altri ce ne aspetteranno per le prossime) c'è un Veltroni "necrofilo" che usa la morte degli altri svuotandone il senso e rendendola funzionale ai propri turbamenti, alle nevrosi mai superate. Perchè non serve andare a fondo, provare a indaga i recessi dell’animo, basta limitarsi al "politicamente corretto". Una cosa da vomitare che perdoneremmo a un intellettuale ma non ad un politico.
Bisogna capire questo per capire chi è veramente Walter Veltroni e il suo profondo e infantile egoismo.
Post Scriptum:
L’anarca oggi ha 41 anni ma ricorda come fosse ieri quella sera di 20 anni fa, il rumore ovattato di una corsa al piano di sotto che seguiva un "no" urlato. Quei passi sordi gli rimangono nelle orecchie dopo tanti anni a immaginare la rincorsa presa, quando Marco, 18 anni, decise di volare giù da un sesto piano. Proprio la finestra sotto la sua. L'anarca ricorda lo stupore di tutti e in fondo quel corpo lì, visto dall’alto non sembrava un corpo frantumato nell’orrore di una morte terribile. E ricorda i rimorsi inutili lavati con il senso del destino. Eppoi gli sguardi bassi di quando s’incrociava il padre di Marco in ascensore. Quel non saper cosa dire, non voler dire, lo sperare che l’ascensore arrivasse al piano velocemente per scappare da un uomo inerme perché si ha più paura degli uomini inermi; un padre che avrebbe seguito lo stesso destino qualche anno dopo. Senza volo, con una pistola alla tempia.
L'anarca pensa che il suicidio rende vana la morte non la eroizza. La svuota della sua sorpresa della sua inaspettata presenza. Per questo un suicidio è un oltraggo alla morte. E’ un rifiuto di incontrarla. Il suicidio non è mai un atto di coraggio. E’ la paura di aspettare la morte e la sfida di riempire questo tempo che ci separa da lei con l’amore, la lealtà, l’onore e il coraggio, anche quando a volte si finisce in mezzo alla notte e non ci si fa ad attraversarla.
Per questo la morte cercata avrebbe bisogno di tanto silenzio… blogdellanarca

Aggiungo che al Teatrino dell versiliana, a Pietrasanta, quando era primo Sindaco di Roma, il Walterone ci presentò un altra delle sue perle libresche, scritte trovando il tempo rubato ai figli e al sonno, non certo al sindaco: il disco del mondo: breve vita di Luca Flores, la storia di un bravo pianista jazz, morto suicida, come Fulvio Sisti, cui il Walter non ha dedicato niente, per fortuna.
Una notte di due anni fa, Walter Veltroni ricevette in regalo il disco di un pianista jazz che non aveva mai sentito nominare. Una musica che evocava un misterioso paesaggio interiore, che esprimeva un dolore profondo. Dalle note di copertina Veltroni scoprì che il giovane musicista, Luca Flores, si era suicidato poco giorni dopo l'incisione, nel 1995. Da allora, l'attuale sindaco di Roma ha cercato di scoprire tutto quello che poteva su un uomo che ormai considerava un amico perduto. In questo volume ripercorre la sua vita, dalla nascita a Palermo nel 1956 al diploma al Conservatorio di Firenze, fino alla sua affermazione sulla scena del jazz italiano e internazionale, e alla morte.
Come vedete si può essere primi sindaci e trovare il tempo per scavare nella vita di un giovane talento, per scrivere un libro, e poi girare con tutto il codazzo di auto blindate, per l'Italia, andando a parlare di tutto, prendendo a pretesto il solito nuovo libro.