Guardia di Finanza, dal caso Speciale sacche di malaffare e cordate.

Di recente, un funzionario militare ha affidato un dossier all'Espresso,
dimostrando che la sua fiducia verso le forze dell'ordine non era certo al massimo, ma riflettiamo: se in occasione del caso Speciale, sono emersi certi intrighi nell'ambito della testa di comando della Guardia di Finanza, è difficile immaginare che tali situazini si producano anche a livello basso e locale?
Di Pietro non è né un esordiente né un candido. Sa come in quell'essenziale istituzione dello Stato che è la Guardia di Finanza si sono create, ripetute nel tempo, sacche di malaffare e cordate di poteri storti. Come pubblico ministero,
 egli ha "pizzicato" generali corrotti e ne ha ottenuto la condanna. Come cittadino e politico, ha dovuto pagare il prezzo della vendetta di settori della Guardia di Finanza che gli hanno cucito addosso false accuse: gli costarono anni di lavoro per liberarsene e le dimissioni da ministro. Soltanto a parlare di Guardia di Finanza, Di Pietro avrebbe dovuto diventar prudente. Avrebbe dovuto farsi vigile, avere la voglia di leggersi le carte con attenzione, risvegliare il suo acume percettivo. Da ben scozzonato prosecutor, gli sarebbero subito saltati all'occhio - dell'inchiesta romana - un'inopportunità, un'improprietà e una stravaganza. Gli sarebbe apparso quanto meno sconveniente che il pubblico ministero dell'inchiesta fosse fratello di un ufficiale della Guardia di Finanza, oggi al Sismi.

Angelantonio Racanelli è pubblico ministero di buona reputazione, ma quella parentela ne pregiudica, in questo caso, l'immagine di indipendenza. Ripeto, l'immagine: in fondo, si discute di generali con cui, prima o poi, il fratello dovrà avere a che fare, e si sa che un magistrato non deve solo essere, ma anche apparire indipendente. Ancora. Di Pietro è così navigato che non gli sarebbe sfuggito che la procura conclude in modo molto dubbio. Definisce "atto illegittimo" la presa di posizione di Visco che al massimo può essere detta comportamento e non atto.  Non c'è nessuno "atto" di Visco nell'inchiesta, solo le parole dette. Gli unici atti in questa storia sono di Roberto Speciale che avrebbe dovuto essere, in linea di principio, indagato perché complice dell'abuso (firma l'atto contestato). A meno che - sola via d'uscita dai guai per il generale - non si ipotizzi che Speciale sia stato vittima di un'estorsione, costretto cioè a firmare l'atto con la violenza o l'inganno.  A Di Pietro, a questo punto, non sarebbe sfuggita una bizzarria. Per una coincidenza, a inchiesta aperta (è il 5 luglio 2007), un signore denuncia Visco, appunto, per estorsione. Quel signore è Costantino Belluscio, iscritto alla P2 ("fascicolo 540, attivo"). Ci piace immaginare Di Pietro farsi ora molto guardingo, quasi sospettoso e spulciare tutti gli interrogatori e i documenti e gli allegati dell'inchiesta, a cominciare dalla trascrizione dell'esame di Vincenzo Visco. Le ragioni e gli argomenti del viceministro gli sarebbero apparsi evidenti, plausibili, coerenti. Ritorna al ministero dove fu già ministro delle Finanze con la missione di riportare nelle casse dello Stato parte dei miliardi evasi al fisco (100 mila). Conosce l'energia, le capacità e la dedizione della Guardia di Finanza, ma non si nasconde che esistono aree di inattività e di complicità con i poteri politici, economici e finanziari.
Non gli piace che, in quel momento, più d'un generale appaia legato agli interessi della Juve di Luciano Moggi, società quotata in borsa. Chiede informazioni, vuole saperne di più. Gli viene detto, anche autorevolmente, che a Milano si è creata un'incrostazione che fa capo agli ufficiali che Giulio Tremonti, suo predecessore, ha scelto, indicato e promosso uno per uno con il consenso di Roberto Speciale ("È un intreccio, sempre gli stessi, sempre negli stessi luoghi, sempre a contatto con gli stessi interessi"). Chiede che il comandante vi ponga rimedio sostituendoli, "senza danneggiarne la carriera" e senza indicarne i successori. Se avesse voluto punirli per l'inchiesta Unipol, li avrebbe danneggiati. Se avesse voluto controllare l'indagine, avrebbe scelto fidati "controllori".
Visco si muove come un elefante, è vero. Forse per ingenuità, forse per superbia. Sbaglia a non rendere trasparenti le ragioni delle sue scelte, a non farne una questione pubblica. S'inganna ad affidarsi, in quest'operazione di risanamento, a un gruppo che ritiene più affidabile. Sottovaluta che il gruppo uscente gli avrebbe preparato un "trappolone". Roberto Speciale lo allestisce con sagacia, come è evidente dalla ricostruzione degli avvenimenti. Tace. Dissimula. Finge. Ha gioco facile. Come spesso capita all'onesto, Visco è un gaffeur. Provocato, incalza senza misura. Imbrogliato, s'incazza.  Il generale lo attende al varco. Si procura testimoni (suoi subordinati e collaboratori); prende nota di ogni parola; annota ogni telefonata. Precostituisce le sue accuse. La lettura delle carte potrebbe essere anche univoca per un investigatore sperimentato come Di Pietro, ma una circostanza dovrebbe convincerlo a essere più cauto nel sostenere il generale. Roberto Speciale, dice Visco, voleva conquistarne la benevolenza spifferandogli segreti investigativi: "Una cosa riservatissima, ci sono indagini in corso in Puglia sui finanziamenti elettorali, riguarderebbero anche i Ds"; attenzione, "è imminente una perquisizione nei confronti di un amico di Giovanni Consorte, il presidente dell'Unipol".  Visco sostiene di aver mandato al diavolo il generale e Di Pietro può anche non credergli, ma ce n'è a sufficienza per non prendere posizione con avventatezza a favore di Speciale, per attendere le conclusioni dell'indagine perché è ragionevole credere che il procuratore di Roma dinanzi a questa notizia di reato, tanto autorevolmente santificata (un membro di governo), abbia aperto un'indagine (magari non affidata ad Angelantonio Racanelli) e indagato il militare.

A irrobustire la prudenza di Di Pietro dovrebbe essere l'assoluta coincidenza delle rivelazioni di Visco con un metodo - già affiorato in questi anni e documentato da qualche inchiesta milanese - di alcune burocrazie della sicurezza che, con la collaborazione di un network clandestino di spioni, lavorava in proprio raccogliendo e gestendo informazioni riservate (o false o mezze vere e mezze false) da offrire a power élite, angosciate dalle mosse degli alleati; spaventate da possibili complotti o desiderose di apprestarne qualcuno.