Il bel paese mancato.

Mi sono letto in questi giorni il libro di Guido Crainz " Il paese mancato ",
books.google.it/book in cui il docente ripercorre le vicende che hanno condotto all'attuale situazione cabarettistica della nostra società, partendo dalla sua allora militanza, come il sottoscritto, in Lotta Continua. Dal momento che non posso riportare molto di un saggio di 600 agine, ho ripreso dal Messaggero Veneto questa interessante intervista, assai illuminante sui "tempi moderni". Se dovessi sintetizzare la partenza del discorso, direi: in principio c'era Pier Paolo Pasolini...
di SERGIO BUONADONNA  La “rivoluzione”, le riforme, le conquiste sociali, gli esperimenti politici, la disfatta. Il paese mancato, di Guido Crainz (Donzelli, 627 pagine, 29 euro) è la cronaca di un sogno destinato a scontrarsi con la realtà; la cronaca di trent’anni di storia italiana dal miracolo economico al terrorismo, dal riflusso a Tangentopoli, passando per il Sessantotto, il Vajont, il terrorismo, i delitti di mafia. Conclusione: l’Italia contemporanea è stata una grande fabbrica di illusioni, di sprechi e di disastri morali e politici.Cinquantasei anni, nato e vissuto a Udine fino all’adolescenza, per poi completare gli studi a Pavia dove diventa dirigente di Lotta Continua, quindi a Roma dove vive e si afferma per l’acutezza dei suoi saggi e, infine, docente di storia contemporanea all’Università di Teramo, Crainz per rappresentare il “tumulto Italia” ha voluto in copertina l’icona dolente di Pasolini, l’intellettuale che denunciò la nascita della «violenza arida, impaziente, senza speranza», la laicizzazione senza valori della società italiana, e vide nella presenza totalizzante del sistema partiti la grande insidia, “il Palazzo”. Seicento pagine di un saggio intenso, ma semplice nel linguaggio, per raccontare ciò che l’Italia avrebbe voluto essere e non è stata perché appunto ha “mancato” gli appuntamenti decisivi.Sembrava un Paese possibile quello che nel 1960 aveva appena sconfitto il tentativo neo-autoritario di Tambroni e ammesso i socialisti nella stanza dei bottoni. Qualche riforma coraggiosa (la scuola media unica e obbligatoria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica), ma sull’urbanistica la Dc non avrebbe ceduto. Eppure sembrava poter farcela lo stesso. Nel 1963 il Belpaese cantava Sapore di sale, di Gino Paoli (inno alla vacanza, al mare e all’amore), inaugurava l’autostrada del sole («il nastro trasportatore del turismo», scriveva Andrea Barbato), Francesco Rosi s’imponeva a Venezia con Le mani sulla città.Ma il cancro era in agguato, non solo quello della corruzione raccontato al cinema dal grande regista napoletano, ma anche il «paese onirico» che Alberto Arbasino descriveva nelle pagine corrosive di Fratelli d’Italia prendendo spunto da quel «vorrei ma non posso» che subito apparve essere l’aeroporto di Fiumicino. Di lì a poco la tragedia del Vajont. «Da due ani se saveva che veniva giù la montagna», dicevano i contadini,
ma non bastò; nel primo rapporto del 1964 il prefetto di Belluno lamentava i blocchi stradali dei superstiti di Longarone; «il processo dell’Aquila avrebbe poi rimosso il disastro».Per leggerlo meglio il tarlo che Crainz illustra con dovizia di fonti, articoli di giornali e corrusche circolari di questori e prefetti, prendiamo a prestito la sequenza conclusiva del bel film di Bertolucci The Dreamers, quando lo studente Theo – allontanato l’amico americano «che non capisce niente» – alza il fazzoletto sulla bocca e lancia una molotov contro la gendarmerie. Esplosione, fiamme, violenza: è il Maggio francese, il Sessantotto e la parte di esso che alla liberazione dei costumi e dei diritti, preferirà il vicolo cieco del terrorismo. In quell’immagine che riconduce al tema di Buongiorno, notte, di Bellocchio e alla domanda senza risposta de La meglio gioventù, di Giordana quando la moglie di uno dei protagonisti s’avvia alla clandestinità, ci sono i sognatori di una rivoluzione finita nell’imbecillità e nel sangue e – alla fine di trent’anni di sfrenata corsa – nell’Italia omologata, silente e conformista dei nostri giorni, «un’Italia – osserva Crainz – passata dall’impegno politico più forte dell’Occidente al disimpegno più disarmante».Ecco il Paese mancato: una gioventù di sinistra che rispose col disordinato movimentismo, se non con la lotta armata, alle delusioni epocali, la mafia che dominava e uccideva, mentre il “Palazzo” si dibatteva sulla possibilità del compromesso storico tra Dc e Pci, e fuori nelle fabbriche il boom si liquefaceva nei licenziamenti e nei grandi scioperi alla Fiat, episodi chiave «della drammatica trasformazione degli operai da classe sfruttata a classe assistita».Corre in questo Paese delle “maschere funebri” (come Pasolini definì i dirigenti Dc) il brivido del ’77, l’anno più violento dal dopoguerra in poi: la notte del 30 giugno, a Pordenone, l’organizzazione terroristica Fronte combattente fa esplodere tre vagoni ferroviari della Zanussi carichi di lavatrici, frigoriferi e lavastoviglie. Poi la tragedia di Moro e il senso d’impotenza delle istituzioni. Il fallimento di nuove speranze politiche sembra sintetizzarsi secondo Crainz in un estremo fatto simbolico: la morte di Berlinguer dopo il drammatico comizio di Padova del 7 giugno 1984. Scrive lo storico udinese: «Quelle immagini rivelano certo una tempra e un costume di dirigente politico di altri tempi, ma sembrano anche evocare simbolicamente quasi una fine inconsciamente cercata, una disperazione più profonda».E siamo anche verso la fine di questo libro che sta suscitando molti apprezzamenti ma anche i rilievi critici di chi lamenta una visione di parte «perché l’autore mosse i primi passi con la generazione ribelle». Dopo le terribili scosse del settennato ’77-’84, il Paese sembra scivolare nell’«individualismo e nello spregio delle regole che ha accompagnato l’Italia fino al 1992», ma è già Tangentopoli.
Aggiungo che Sanguineti dice che oggi siamo passati dalla solidarietà e la lotta operaia, al mobbing diffuso (ndr).