Lucio Magri, il comunista da salotto, prototipo di Bertinotti.

Se cominciassi, sottoponendovi per primo l'articolo che trovate in fondo,
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 pensereste a qualcuno di veramente serio e impegnato, roba d'altri tempi, invece prima, vi faccio leggere questo.
ll Comitato Centrale e la Commissione centrale di controllo del Pci decidono la radiazione di Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Aldo Natoli, Lucio Magri. Il Pci decide la radiazione soprattutto perché legittimare ancora il Manifesto al suo interno comporterebbe l'apertura di una lotta politica in tutto il partito e la crisi degli equilibri interni. Free Image Hosting at www.ImageShack.us
Marta Marzotto, a Cesare Lanza: Sembra di ricordare che una si sdraia e aspetta...». Più avanti, Cesare le domanda: «Com'era Magri?», e Marta: «Un formidabile rivoluzionario da salotto, Magri. Guai se per il gigot d'agneau non c'erano il puré di mele e la salsa di menta: non ci si poteva sedere a tavola. O se i chicchi di caviale non erano g-g-g... grossi grani grigi...».

“Guttuso era onirico, inseguiva sogni e incubi. Non dipingeva se non sentiva la mia voce. Mi faceva sentire dovunque e comunque con lui.”

- Spiegami.
“ Che so… Mi chiedeva cose curiose, se ero lontana: voleva dipingere fiori e io
gli spedivo i cataloghi di Sgaravatti, e si ispirava così. Poi, nei quadri pieni di gente, come quello per i funerali di Togliatti, mi metteva dovunque: irriconoscibile per chiunque, ma io e lui sapevamo dov’ero.”
- Geloso?
“Molto.”
- Sensuale?
“Sfrenato. Ma non chiedermi particolari, non sono il tipo. Cuore e cervello, questo era il sesso con Renato. Per lui la passione non finì mai. Forse perché non poteva avermi. Gli sarebbe piaciuto vivere almeno qualche settimana con me, invece al massimo avemmo la possibilità di stare insieme, di seguito, due giorni, durante un viaggio a Mosca.”
- Tuttavia, com’è noto, tutti sapevano.
“Sì, tutti sapevano. Nelle mie storie, anche quando arrivò Magri, tutti sapevano tutto. Non c’erano slealtà.”
- Prima di arrivare a Magri, vorrei insistere. A rischio di apparire maleducato. E’ difficile pensare che non ci siano stati altri uomini, davvero, nella tua vita.
“Che vuoi sapere? E’ così. Io amo sedurre, piacere. E’ una mia identità, forse per insicurezza. Parlo con te, che mi stai intervistando, e voglio piacere a te. Prendo un taxi e voglio piacere al tassista. E così con tutti. Ma tutto si ferma lì. Coriandoli. Fiori che non colsi. Perché fare i nomi? Sarebbe indelicato, sono vecchi signori ormai tanto lontani da quelle infatuazioni. Ero bella, giovane, corteggiata… Mi piaceva piacere, ma sapevo resistere. Dice bene Busi: Marta di professione è Marta, cioè fa la simpatica, ha voglia di piacerti. Però oggi, di fronte alla tua smisurata curiosità, potrei anche lasciarmi andare a una confidenza.”
- Quale?
“Ho qualche esitazione. Perché lui non ha mai saputo niente, sono certa che non abbia mai immaginato niente. E spero che non si dispiaccia per questa rivelazione. La verità è che ero pazza di lui. E avrei lasciato chiunque, per lui.”
 Chi?
“ Pietro Ingrao.”
- E a quando risale, questa passione segretissima?
“Agli anni ottanta.”
- E quindi, diciamolo ancora per l’ultima volta, i tuoi uomini sono stati solo tre.
“Importanti, importantissimi. Ma solo tre. Senti, una volta Adele Cambria e Dario
Bellezza mi portarono in un covo di femministe. Ostili. Mi aggrediscono perché io faccio questo e quello e sono scandalosa, e quest’altro, e quest’altro ancora… Poi prendo la parola e dico: insomma, che volete da me? Forse sono un’allumeuse. Ma in fondo ho avuto tre uomini nella mia vita e li ho amati tantissimo, cosa c’è di male?”
- E loro?
“Silenzio improvviso in sala, poi una di loro, simpatica, dice: tre soltanto in una vita? Ne ho avuti più io in una settimana! Risate. Urla. E il ghiaccio si ruppe.”
- Arriviamo a Magri. Da un amore a due, da due a tre. Contemporaneamente.
“Come ti ho detto, tutti sapevano tutto. Renato mi scrisse una lunghissima poesiola, che cominciava con: “Ave Martina, madre di Dia…” e finiva con “ma liberaci dal Magri e così sia.”
- Com’era?
“ Un formidabile rivoluzionario da salotto, Magri. Guai se per il gigot d’agneau non c’erano il purè di mele e la salsa di menta: non ci si poteva sedere a tavola. O se i chicchi di caviale non erano g-g-g… grossi grani grigi.”
- Sento il perfido profumo del sarcasmo.
“Fu di un’abilità diabolica, nell’accendermi. Chissà, psicologicamente, la castellana voleva prevalere sulla Castellina. Penso che lui sia stato fedele soltanto a Luciana. Per il resto, si sentiva in dovere di andare a letto con chiunque.”
- Com’era?
“Bello, intelligentissimo e infelice. Forse perché ce l’aveva con il mondo: rimproverava al mondo intero il suo sogno di essere a fianco di Che Guevara. Impossibile fargli capire, per quanto mi riguarda, che non era colpa mia.”
- Durò molto anche questa terza storia.
“Dieci anni. Dormivamo abbracciati, quasi senza respirare. Voleva un figlio da me. Ma non potevo accontentarlo.. Lui in fondo amava solo se stesso, il resto era tutta una posa plastica.”
- Puoi definire in tre sole parole i tre uomini della tua vita?
“Il fascino di Umberto. La fantasia di Renato. La stronzaggine di Magri.”
- Escludendo, pare di capire, il terzo, chi ti manca di più?
“Guttuso. Anche per la qualità culturale della vita, al suo fianco. Mi fece conoscere Sciascia, Moravia che addirittura mi intervistò, e ne fui lusingatissima, per un settimanale.”
- Verso Marzotto e Guttuso hai parole affettuose, rispettose. Verso Magri no. Sei risentita.
“Di più: schifata.”
- Cosa gli rimproveri?
“La grettezza, l’egoismo, il cinismo.”
- Come vi conosceste?
“A casa di Eugenio Scalfari, il giorno in cui nacque la Repubblica, il 14 luglio
1976.”
- E, in conclusione, tanto rancore.
“Per la sua meschinità. Non si può fingere di essere puri, se… Non mi far andare avanti. Anche se non temo querele.”
- La responsabilità è tua.
“Mi limito al rapporto che ti interessa. Dopo lo scandalo e il chiasso successivo alla morte di Guttuso, lui si impaurì. Pensa, mi propose di vederci di nascosto: dopo dieci anni!”
- Mai più visto?
“Una volta, in coda all’aeroporto. Volse lo sguardo, per far finta di non avermi visto. Gli diedi un colpetto sulla spalla: guardi onorevole, sarei io a dover far finta di non vederla, non certo lei.”
- Alla morte di Guttuso, in conseguenza, dello scandalo, tu perdi tutti e
tre i tuoi uomini, di colpo. Renato muore. Marzotto chiede il divorzio. Magri
scappa.
Da una situazione ricca di passioni, emozioni e intrecci, al vuoto totale.
“E’ così. Tre volte vedova.”


Lucio Magri ex dirigente del Pci   segue

Il Pci è morto da tempo, ma l’Italia tanto bene non sta.
Con la sigaretta spenta fra le labbra ha seguito per ore il dibattito sul suo libro (un bellissimo libro) sul Pci, un saggio storico sebbene infarcito di autobiografia.
Del partito comunista italiano Lucio Magri è stato un esponente importante, seppure sempre su posizioni di minoranza, anche se a quei tempi non è che ci fossero delle votazioni per misurare esattamente i rapporti di forza: ma minoranza era, e ne era, lui e gli altri ingraiani, orgoglioso. Dunque, il libro: Il sarto di Ulm ha venduto parecchie copie, ha suscitato interventi e recensioni (ne abbiamo parlato anche qui su Europa), poi ieri c’è stato questo che hanno voluto chiamare “ seminario”, per dire che non era una semplice presentazione e per far capire che non sarebbe stata una cosetta leggera come usa oggi. C’era un sacco di gente, una platea – senza mancare di rispetto – non giovanissima ad ascoltare interventi di assoluta qualità, dalla Rossanda a Tronti, lontano dalle piccinerie della politica d’oggi, non si è parlato di D’Alema e Veltroni e meno che mai di Berlusconi, Fini e Tremonti. Piuttosto di Togliatti, dell’Urss, del Sessantotto e del movimento operaio, della Cecoslovacchia, di Amendola e Longo. C’era Reichlin che ha valorizzato la grande storia del Pci, al di là degli errori, c’era Bertinotti, c’era Macaluso. Tutto un parterre orgoglioso di esibire, naturalmente polemizzando (sennò che sinistra sarebbe), la propria diversità e, diciamolo, la propria superiorità intellettuale rispetto a questi qui di adesso. Lui, Magri, ha radunato tutti questi vecchi saggi della sinistra ancora una volta a parlare di sé, della sinistra medesima, con l’inevitabile sentore di amarcord e con l’aria inevitabile di quelli che guardano la storia dall’alto dei trampoli del tempo lasciando aperta le domande sugli errori fatti e le occasioni mancate.

Aggiungo che il Magri, in merito alle-" scelte di Occhetto, di quanti lo sostennero e di chi rinunciò a contrastarlo (Magri dice di sé di avere allora peccato di viltà) furono in diversa misura decisive-". Come non detto, nella più ovvia e scontata autocritica da ex Pci, ci si vanta di essere stati dei vigliacchi. Fate voi.

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