Unipol, D'Alema, Fassino, Consorte, non vi dimentichiamo.

Unipol: uno scandalo che non dimentichiamo ma sul quale non ci facciamo
illusioni: tutti i protagonisti, continuano imperterriti a tirare avanti per la loro strada milionaria, e al termine, nessuno sarà colpevole, né pagherà, a parte qualche patteggiamentino da quattro soldi. Mica si tratta del pericoloso Fabrizio Corona, che già assomma una 60 ina di mesi di galera e altri ne prenderà. Il giudice che investigava e che voleva rendere tutto pubblico, Clementina Forleo, per ora ancora viva, (Unipol, Forleo accusa: "Politici complici"), è stata mandata via, anche se a breve ci sarà la decisione del Tar sul suo ricorso e tutto
l'ambiente, a suo dire, le rema contro e l'ha isolata. Ma a pensarla diversamente da me, c'è l'inmmarcescibile Travaglio, che vi allego di seguito, il quale, dimenticando la pessima figura della procura milanese sul caso Mills, riparte in
tromba, pronto a giurare che questa è la volta che ci riescono, a Milano (ma va).

Avremo anche l'inizio, invece, del processo per il caso Unipol: qualcuno dirà "già, il caso Unipol che fine ha fatto?", Massimo D'Alema e i suoi fedelissimi ritengono che la gente ormai se lo sia dimenticato e conseguentemente si stanno riprendendo il partito, si accingono a riprendersi il partito, mandando avanti Pierluigi Bersani. In realtà questo processo riaccenderà, si spera, i riflettori su uno scandalo che non è stato affatto archiviato, perché c'era stato raccontato che, a differenza della scalata di Fiorani e della Popolare di Lodi all'Antonveneta, invece la scalata della Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro era tutta regolare: col cavolo! La Procura di Milano, in un'udienza preliminare che sta durando da più di un anno, vuole che venga processato e conseguentemente rinviato a giudizio un bel po' dei processati inizialmente ipotizzati. Sono stati esclusi da responsabilità penali e quindi sono stati chiesti i proscioglimenti per tredici figure che, inizialmente, erano indagate per concorso nell'aggiotaggio, che avrebbe commesso Consorte, ossia nella turbativa del mercato nel momento in cui Consorte intestava occultamente a prestanomi suoi le quote della Banca Nazionale del Lavoro, che non poteva permettersi, almeno subito, di comprare in proprio: il tutto, avendo ormai raggiunto una quota superiore al 30%, che avrebbe dovuto imporgli immediatamente di lanciare l'offerta pubblica, in modo da fare alzare il prezzo delle azioni dei piccoli risparmiatori e poter consentire loro di vendere le loro azioni, nel caso avessero saputo di questo suo interessamento e invece l'accusa è quella che Consorte abbia fatto tutto aumm aumm, in segreto, per non dover pagare tutte le azioni che, evidentemente, non poteva permettersi di pagare. Questo è l'aggiotaggio ipotizzato dalla Procura di Milano, se ne stanno occupando, coordinati dal Procuratore aggiunto Francesco Greco, i Pubblici Ministeri Luigi Orsi e Gaetano Ruta in quest'udienza preliminare, che è davanti al G.I.P. Luigi Varanelli. I tredici che sono stati chiesti di archiviazione, di proscioglimento, sono il Credit Swisse Fest Boston, la banca giapponese Nomura, le cooperative Talea, Estense, Nova e Adriatica con i loro dirigenti, il finanziere bresciano Emilio Gnutti, il costruttore Marcellino Gavio e l'immobiliarista Alvaro Pascotto, questi dovrebbero uscire dal processo. Chi rimane invece?
Rimangono i big: rimangono intanto Giovanni Consorte, già Presidente dell'Unipol, rimane l'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, il suo capo della vigilanza Francesco Frasca, il braccio destro di Consorte e braccio sinistro, ossia Sacchetti e Cimbri, banchieri italiani del BPV Zonin e Ivo Gronchi, il banchiere della BPR Leoni, il banchiere della Carige Berneschi e poi Giampiero Fiorani, che ha già chiesto di patteggiare la pena anche in questo processo. Questi, secondo l'accusa, erano il nocciolo duro della scalata Unipol alla BNL illegale, secondo l'accusa.
E poi c'è quel patto parasociale, ossia c'è il fronte dei furbetti del quartierino: gli immobiliaristi legati a Francesco Gaetano Caltagirone, che avevano sostanziose quote della BNL e che si erano impegnati, più o meno segretamente, a girarle a Consorte, quindi stiamo parlando di Francesco Gaetano Caltagirone, ma anche del quartetto dei furbetti del quartierino, ossia Ricucci, Statuto, Coppola più Vito Bonsignore che, oltre a fare l'affarista, fa anche l'Europarlamentare del Popolo della Libertà. Quelli avrebbero costituito, secondo l'accusa, la sponda indispensabile a Consorte per la scalata: senza le loro quote Consorte non avrebbe potuto conquistare così agevolmente la maggioranza della grande banca romana, Banca Nazionale Del Lavoro, appunto.
Poi c'è il cotè politico e questo è molto interessante, perché con l'aprirsi del processo, del dibattimento, li vedremo sfilare questi politici: non sono potuti sfilare come imputati, perché si sono salvati - adesso vediamo come - grazie a vari tipi di immunità italiani e europei e dovranno quindi sfilare come testimoni, verranno citati come testimoni, dovranno giurare di dire la verità e poi dovranno dirla, perché se non la diranno rischieranno un'incriminazione per falsa testimonianza. Quindi non so se è convenuto loro comparire in quel processo come testimoni o invece come indagati perché l'imputato, a differenza del testimone, ha il diritto di mentire, mentre invece il testimone, se mente, commette un reato.

Il macigno morale di Fassino, D'Alema e Latorre

Sapete che i politici coinvolti in quella scalata erano almeno tre: erano Piero Fassino, segretario dei DS, Massimo D'Alema, sostegno forte a Giovanni Consorte e poi Nicola Latorre, l'uomo di mano di D'Alema per queste e altre vicende, quello del pizzino, quello che è solito passare pizzini a esponenti del centrodestra in televisione per suggerire loro che cosa dire, quando manca loro la parola. Bene, questo terzetto di dirigenti dei DS fu beccato al telefono con Giovanni Consorte nei giorni caldi della scalata, a scambiare informazioni anche riservate, illegali secondo i Pubblici Ministeri, almeno nel caso di D'Alema e di Latorre. Fassino ha una posizione diversa, perché Fassino fu avvertito a cose fatte, era un po' l'ultimo a sapere poveretto, era il segretario del partito e non gli dicevano mai niente. Quindi, secondo la Procura, non solo Fassino non ha commesso reati, ma anche nelle telefonate con Fassino Giovanni Consorte non ha commesso reati e conseguentemente, per quelle telefonate, va prosciolto, perché inizialmente quelle telefonate erano state ipotizzate come prove di insider trading, ossia di informazioni privilegiate che venivano date a qualcuno rispetto a qualcun altro prima che queste informazioni venissero comunicate al mercato. Bene, scrivono i giudici che il tenore delle telefonate di Consorte a Fassino o tra Consorte e Fassino ha un contenuto informativo assai povero, al di sotto di quanto Fassino stesso avrebbe potuto leggere sui giornali: non gli dicevano niente, gli dicevano poco e glielo dicevano anche tardi, dopo che era uscito sui giornali e quindi Fassino ce lo dimentichiamo.
Invece ci sono le telefonate di Consorte con Latorre e con D'Alema e spesso era Latorre a passare il telefono a D'Alema, che parlava con Consorte sul cellulare di Latorre. Qui le cose cambiano: scrivono i magistrati, proponendo che Consorte venga processato anche per insider trading, sulla base di quello che aveva confidato nelle telefonate sul telefono di Latorre, quando parlava con Latorre e con D'Alema, beh, qui le informazioni invece erano piuttosto sostanziose, qui si entra nel vivo. Scrivono i magistrati " Consorte in quelle telefonate non è così vago: anzi, il 6 e 7 luglio offre a Latorre informazioni che non stanno sui giornali e il 15 luglio - siamo nel 2005 - ribadisce di avere già il 51, 5% della Banca Nazionale Del Lavoro", notizia che effettivamente non era pubblica, anche perché sopra il 30% avrebbe dovuto lanciare l'Opa e qui aveva già il 51% e l'Opa pare che non l'avesse ancora lanciata. Conseguentemente la notizia non solo non era pubblica, ma era la notizia di un reato che si stava commettendo. Consorte ha chiesto di essere interrogato di nuovo, perché sostiene che il quadro accusatorio è stato ridimensionato, perché non ci sono, insieme a Consorte, gli ipotetici concorrenti nel reato di insider trading? Cioè perché non ci sono Latorre e D'Alema?
Ricorderete che la Procura di Milano aveva intenzione di indagare anche loro per concorso nel reato commesso da Consorte: aveva chiesto alla Forleo, la quale aveva inoltrato al Parlamento quelle telefonate, per avere l'autorizzazione a utilizzarle in base alla legge Boato. Il Parlamento aveva fatto il pesce in barile per un bel po', aveva massacrato di botte la Forleo, la quale è stata poi cacciata da Milano da un Consiglio Superiore supino e obbediente agli ordini politici, l'inchiesta però è andata avanti comunque: la Procura di Milano ha reiterato, attraverso un altro G.I.P., al Parlamento la richiesta dell'utilizzo delle telefonate di Latorre e il Senato ha risposto picche per la seconda volta. Intanto D'Alema se l'era svignata, sostenendo che all'epoca delle telefonate lui non era parlamentare italiano, ma era parlamentare europeo e che quindi la richiesta di autorizzazione all'utilizzo delle telefonate andasse inoltrata al Parlamento europeo. Anche lì il Parlamento europeo, con il contributo fattivo dei Deputati italiani di centrodestra e di centrosinistra, compreso Bonsignore, che ha votato per salvare D'Alema, il Parlamento europeo ha deciso che non bisognava autorizzare l'utilizzo di quelle telefonate e conseguentemente, senza la prova contenuta in quelle telefonate, non si possono processare, ovviamente, i due politici. Questo per quanto riguarda l'aspetto penale dovrebbe metterli al riparo da qualunque conseguenza di quelle telefonate intercettate: rimane l'aspetto politico, ovvero rimane l'aspetto di una scalata bancaria per la quale stanno per essere rinviate a giudizio una ventina di persone, banche, banchieri, dirigenti, affaristi, finanzieri etc. etc., ritenuta illegale, ritenuta viziata da reati di aggiotaggio e insider trading, alla quale contribuivano addirittura, in telefonate che costituiscono reato a carico di Consorte, perché nei suoi confronti quelle telefonate possono essere utilizzate, due dirigenti dell'attuale Partito Democratico, che praticamente se, come pare, Bersani vincerà il congresso, saranno i veri azionisti di maggioranza del Partito Democratico, visto che Bersani è uomo di D'Alema, appoggiato ventre a terra da Massimo D'Alema e dal suo entourage, Latorre in primis.

Ecco: chi rinfaccia le questioni morali e le questioni politiche, le questioni di correttezza, giustamente, a Berlusconi, dovrebbe ricordarsi anche delle proprie e il caso Unipol è un macigno che può anche essere rimosso, con le immunità italiane e europee, dal punto di vista penale, ma dal punto di vista morale questo è macigno che il signor D'Alema e il signor Latorre si porteranno finché campano sulle spalle. Passate parola."

Poi vi metto uno stralcio da un'intervista de Il Tempo a Claudio Velardi, lo spindoctor di D'Alema, grande smanettone prima come uno dei tanti rampanti giovani della Fgci, come Augusto Minzolini, che ne venne espulso nel 1975, poi testimone dei travagli degli uomini seguaci di Stalin, fino a divenire uno dei consulenti durante le elezioni e il governo, assieme a Fabrizio Randolino, portavoce di D'Alema, anche lui grande furbacchione dell'immagine, della comunicazione, che ha poi lavorato come ideatore di programmi in Rai e assieme alla moglie in Rai e Mediaset, programmi che erano delle vere perle, una quintessenza della cialtroneria spettacolar televisiva per il popolino godereccio degli impiegati e studenti della medio-bassa classe borghesuccia e operaiuccia.

Il curriculum vitae della moglie di Randolino, Patrizia Ercolani (i due sono stati spesso ospiti in talk televisivi da quattro soldi), da me letto, è uno spettacolo: dalla consulenza pubblicitaria per preservativi, fino a corsi di regia e master pubblicitari, lavori di impiegata eccetera, un elenco incredibile, sostenuto da una personalità con regolazione timica sicuramente molto sostenuta (lo dico a quanto mi consta nel vederla parlare e muoversi).

Non intendo insegnare nulla a nessuno ma in fatto di personalità, funzionamento psichico e personologico, caratteristiche comportamentali e modalità di comunicazione non prendo lezione da nessuno (da nessuno), e posso affermare che quei dirigenti che hanno fatto fuori Occhetto (che era un tricheco improponibile sul piano comunicatico e televisivo), non hanno dovuto compiere le fatiche di Ercole.
Ma se si sono avvalsi fino a tutto il 2000 e anche oltre, di personaggi sul tipo di Velardi, Randolino e simili, posso tranquillamente affermare che questa gente del Pds ora DS, non raggiungerà mai (m.a.i.) una stabile identità politica, nè una stabile credibilità proprio di quella classe borghesuccia cui aspirano e che li votano (gente delle Asl, scuola, ferrovie, cooperative, enti locali e anche udite, udite, operai). Anzi, sapete cosa penso: che nel clima di disintegrazione continua del sistema di classe e di produzione, anche le cooperative saranno prima o poi il baluardo di latta e in definitiva, entro uno due anni, per le elezioni comunque del 2013, i DS non supereranno il 26% Tanto, ma sufficiente a relegarli a vita all'opposizione, a meno di non fare accorducci con i soliti noti (Mastella...).
Alla prossima da a. marini      perdentipuntocom.blogspot.com