Eugenio Scalfari, il moderal chic del giornalismo da salotto.

Michele Serra, il genietto della Milano libri, assieme a Fulvia Serra, Saverio
Tutino, e tutta la compagnia di Linus, che trovavate negli anni ’70 in tutti i circoli Arci e Croce Verdi, ha definito Eugenio Scalfari, in una sbottata: Arrogante, velenoso, portajella, meschino, grossolano, legnoso, superbo, cattivo maestro. Aggiungo anche che a leggere il sacro testo del maestro del giornalismo indipendente e autonomo, dedicato alla Storia d’Italia, Bruno Vespa, che anche il giovane Scalfari, era tra coloro che guardavano con una certa enfasi, le sfasciate e cialtronesche truppette di camerati, mentre sfrecciavano sotto le sue finestre, diretti alla concquista di Roma. Ma dal momento che Serra non ha usato il termine ex fascista, non lo userò nemmeno io, anche perché non mi sembra adeguato, ma un ex entusiasta forse potrebbe meglio rappresentare l’immagine. forum.la7.it
Free Image Hosting at www.ImageShack.usLa fondazione di La Repubblica è trapelata nelle poche e
riservate, quanto discrete conversazioni che ne ha riportato nei salotti di buon livelllo, la signora Marta Marzotto, cui aveva avuto l’onore e il privilegio di partecipare, forse anche per la sua vicinanza con l’allora leader della dissidenza Pci, Lucio Magri, che può vantare una radiazione dal partito, cui poi in seguito ha finito per confluire di nuovo, dopo lo sfascio. Cesare Lanza le domanda: «Com'era Magri?», e Marta: «Un formidabile rivoluzionario da salotto, Magri. Guai se per il gigot d'agneau non c'erano il puré di mele e la salsa di menta: non ci si poteva sedere a tavola. O se i chicchi di caviale non erano g-g-g... grossi grani grigi...». Signora Marzotto, io l’adoro, ho avuto il piacere di stringerle la mano durante un incontro in quel di Versilia, e capisco cosa doveva provare un artista come Guttuso a trovarsi davanti un essere come il suo: una mano gigantesca, ruvida e al tempo stesso mai vista prima, e forse mai avrò il piacere di rivederne una simile. Ma quello che più mi ha colpito, non si sorprenderà, è stata la sua fenomenale capacità intuitiva, la sua mente aspramente femminile e dolcemente maschile, che le faceva dire con un candore da Adamo ed Eva: -anche il nuovo soggetto, il PD, ormai abbiamo visto tutti che appena nato era già finito, che non aveva alcuna possibilità di uscita, di originare qualcosa di nuovo e propulsivo-. Come darle torto?
Lucio Magri, dice Marta essere stato solo fedele a Luciana (Luciana Castellina è nata a Roma il 29 agosto del 1929. Dal 1947 al 1969 ha fatto parte del Partito Comunista Italiano, nel 1969 è stata tra i fondatori del gruppo de Il Manifesto che divenne poi il PDUP (Partito di Unità Proletaria). Dal ’58 al ’61 è stata editrice della rivista settimanale della Federazione Giovanile Comunista Nuova Generazione e poi del quotidiano Il Manifesto. È stata eletta deputato nelle file del Partito Comunista Italiano nel 1976, nel 1979 e nel 1983. Nel 1984, nel 1989 è stata eletta nel Parlamento Europeo. Nel 1992 dopo la separazione del PCI è stata eletta al Parlamento con Rifondazione Comunista). Insomma, come carriera politica non è male, anche se il servitore della femminilità, Corradino Mineo, la presenta al suo Caffè su rainews24 come giornalista e scrittrice, direi almeno un poco riduttivo, se si considera che da metà anni ’70 fino a dieci anni fa, è stata parlamentare un poco dappertutto.
Corradino Mineo (Partanna, 1° gennaio 1950) è un giornalista italiano. Laureatosi in filosofia e poi in giornalismo a Palermo, lavora inizialmente a il manifesto per poi entrare nella redazione del TG3, di cui diventa caporedattore e, in seguito, vicedirettore. È stato corrispondente RAI a Parigi (1995-2003) e a New York (2003-2006). Dal novembre 2006 è direttore di Rai News 24, dove conduce il programma Il Caffè.
Come si vede, Il Manifesto è stato una buona palestra per molti giornalisti: addirittura il Mineo, da Partanna sembra essersi infilato direttamente dentro il Manifesto, a razzo. Ragazzine aspiratrici, se siete nate in Sicilia, forse avete ancora qualche probabilità. Ma un’altra strada ve la suggerisco io: fatevi assumere come tirocinanti da un giornalista che fornisce la firma per l’Ufficio stampa della Regione e della Provincia, mal che vada, dopo due anni e un tot di veline firmate, vi assicurate il diritto a iscrivervi come pubbliciste.

Evidentemente Il Foglio non rilascia pubblicamente i propri dati, perche' sul rapporto Ads non ci sono.
Posso darti quelli di Libero (2007), per consolarti:
Tiratura media: 233.558
Resa: 102.412
Vendita totale: 125.410
Abbonamenti pagati: 1.120
Totale copie pagate: 126.530

E per par condicio il Manifesto (2007):
Tiratura media: 90.861
Resa: 64.006
Vendita totale: 22.832
Abbonamenti pagati: 2.411
Totale copie pagate: 25.243

Be', io no.... pensavo che il Manifesto se la cavasse meglio (e avevo guardato in passato altre testate, ma sempre quelle "grosse", mai quelle piccole).In pratica, Il Manifesto di pagato vende circa la meta' del Corriere del Ticino. E i ticinesi sono circa 340 mila, mi pare, non 56 milioni. Lo trovo incredibile.Comunque... mettiamo pure di essere d'accordo sul fatto che i giornali di partito debbano essere finanziati dallo Stato. Mettiamo pure di essere d'accordo sul fatto che i giornali di partito possano anche essere di partiti creati a tavolino da 4 deputati. Non entro nel merito (ma le 160.000 copie di resa dei due giornali reclamano una vendetta della natura, che sono certo seguirà).

Scalfari, si diceva: La sua prima esperienza assoluta nel giornalismo è con Roma Fascista, organo ufficiale del GUF (Gruppo Universitario Fascista), mentre era studente di giurisprudenza. Verso la fine degli anni Trenta, venne espulso dal Partito Fascista perché accusato di scrivere articoli di contenuto antifascista. Anni dopo, lo stesso Scalfari racconta di essere stato persino preso per il bavero, in occasione della sua espulsione, dall'allora Segretario del PNF Scorza. Ciononostante, Scalfari continuerà a collaborare con riviste e periodici legati al fascismo, come Nuovo Occidente, diretto dall'ex squadrista e fascista cattolico Giuseppe Attilio Fanelli. Nel 1942, inoltre, Scalfari sarà nominato caporedattore di Roma Fascista.
Nel 1950, mentre lavora presso la Banca Nazionale del Lavoro, diventa collaboratore prima a Il Mondo e poi all'Europeo di due personalità che spesso richiama nei suoi scritti: Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti. Ricorderà, poi, con orgoglio di essere stato licenziato dalla B.N.L. per una serie di articoli sulla Federconsorzi non graditi alla direzione. Nel 1955 partecipa all'atto di fondazione del Partito Radicale. Nello stesso anno nasce il settimanale L'Espresso: Scalfari è direttore amministrativo. Nel 1963 passa al Partito Socialista Italiano con il quale è eletto nel consiglio comunale di Milano. Sempre nel 1968 pubblicò insieme a Lino Jannuzzi l'inchiesta sul SIFAR che fece conoscere il tentativo di colpo di Stato chiamato piano Solo. Il Generale De Lorenzo li querelò e i due giornalisti furono condannati rispettivamente a 15 e a 14 mesi di reclusione, malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal Pubblico Ministero Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti integrali prima che il governo ponesse il segreto di stato. Ambedue i giornalisti evitarono il carcere grazie all'immunità parlamentare loro offerta dal Partito Socialista Italiano: alle elezioni politiche del 1968 Scalfari fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del PSI, mentre Jannuzzi divenne senatore.
Nel 1976 Scalfari fondò il quotidiano la Repubblica, che debuttò nelle edicole il 14 gennaio di quell'anno. L'operazione, attuata con il gruppo L'espresso e la Mondadori, aprì una nuova pagina del giornalismo italiano. Il quotidiano romano, sotto la sua direzione, compie in pochissimi anni una scalata imponente diventando per lungo tempo il principale giornale italiano per tiratura (primato attualmente detenuto dal Corriere della Sera). sponsorizzò il "governo del Presidente" candidandovi il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi già negli anni Ottanta; indicò al presidente Scalfaro la moralità indiscussa del commissario PSI a Milano Giuliano Amato come viatico per la sua scelta a premier nel 1992; apprezzò Guido Rossi come commissario delle aziende travolte nel turbine di Tangentopoli. (Guido Rossi, una nota: rinfrescatina di memoria.
durante la bufera di calciopoli, la federazione italiana giuoco calcio, venne commissariata. come commissario per gestire l'emergenza venne nominato guido rossi. guido rossi gestì lo scandalo e assegnò lo scudetto tolto alla juventus all'inter. Uomo di grandi competenze, in passato guido rossi fu presidente di telecom italia. ruolo che ricoprì poi nuovamente nel settembre 2006, non appena concluse la sua esperienza in federcalcio.
guido rossi. telecom italia. chi era stato nel frattempo presidente e azionista di telecom? marco tronchetti provera. e di quale società di calcio è esponente di spicco marco tronchetti provera?).
Free Image Hosting at www.ImageShack.us
Fu tra i garanti della sciagurata Missione in Albania, documentata da striscia, e tralasciando tutto il resto, salto a Romano Prodi, che nella considerazione di Scalfari, (uomo dal polso fermo, schiena dritta, che non cambia certo parere con facilità), era: “ Di Prodi si può pensare, dire e scrivere il peggio, tranne che si acconci a galleggiare”. Per poi, scrivere nell’editoriale del 28 gennaio 2007: “Perciò non sono stato d’accordo con chi.. che il Presidente del consiglio versasse in uno stato di incertezza, fosse incapace di decidere alcunché e si fosse rassegnato a galleggiare come un re- Travicello lasciando la barca al furore delle
onde, senza timoniere e addirittura senza timone”. Free Image Hosting at www.ImageShack.us
Prodi, quello della Legge Prodi, detta anche Legge del Salvataggio dei Grandi Gruppi Industriali in Crisi. Tradotta, prendi in presidente dell’Iri, nominalo Ministro, fagli proporre la legge e approvala, poi rimandalo all'Iri. Ora, quando una azienda del gruppo è in crisi nera, e ormai insolvente, se riesce a fare un bel buco, potrà essere ammessa ai benefici della legge, che prevede la PREDEDUZIONE dei nuovi contratti di fornitura. Cioè si pagano i nuovi debiti con i soldi dello stato, mentre per i vecchi creditori, quelli sono fregati, peggio per loro. Un capolavoro dell’Italia dell’inciucio, quello vero, degli anni fine ’70 e ’80.Free Image Hosting at www.ImageShack.us
Ecco, il Dottor Scalfari si riassume tutto qui, in uno dei suoi soliti cambi di orientamento, che ormai, con la facile eccezione per il Berlusconi, ci fanno attendere anche repentini cambi di fronte. Ora, che il Prodi fosse tutto meno che uno che si abbandona alla corrente, come si faceva a dirlo? Tutto, ripeto, tutto quello che Prodi ha avuto modo di macinare è stato caratterizzato dalla opacità referenziale più fitta, ad esclusione della sua vena cattolica, quasi settaria (ma non voglio accennare agli aspetti più truculenti della sua carriera pubblica, le appartenenze associative e quanto altro; chi vuole può scrivermi o consultare la rete, dove troverà dei forum su server giapponesi. Iscrizione e accettazione rules sono obbligatori, ovvio. Ci sono anche cosucce su Ciampi...).
Cosa abbiamo appreso, da questa breve ma allargata girata attorno a Scalfari?
Che si diventa giornalisti anche con una certa rapidità, che si può cambiare orientamenti e idee anche in modo repentino, pur mantenedo una certa coerenza, che si può essere dei bravi fichetti da salotto, specie se ci si ammanta dei colori di qualche fodera rossa o rosacea, che si può essere espulsi da un partito, fondarne un altro e poi divenire parlamentare per molte volte, sempre per il partito da cui si è stati espulsi o dimessi; che si possono stampare 1000 copie di un giornale, per poi venderne un terzo e prendere un bel contributo statale, e altre cosucce che potrete trarre da soli. (La Repubblica (Eugenio Scalfari) …Berlusconi ha avuto successo, ha ricevuto complimenti da tutti, ha evitato con abilità i guai che incombevano sul suo capo e di questo gli va dato atto. Per che cosa è stato complimentato? Per il suo ruolo, magistralmente ricoperto, di padrone di casa. Se lo è meritato…)

In definitiva vi dico la mia: se non l’avessi già appreso, direi che in definitiva si impara a conoscere quanto la gente è infingarda, menefreghista, disinteressata e in ultima analisi, fessa, e ami prenderselo nel famigerato posto, da persone come quelle che abbiamo spesso citato, per finire con i Berlusconi.
Ah, dimenticavo, un abbraccio al Lino Jannuzzi, l'ex pluriricercato di Parigi.
a. marini per perdentipuntocom 11 Aprile 2010 riprod. riservata.
finanzainchiaro.it/dblog/articolo.asp?articolo=8489#commenti

Una volta chiesi a Montanelli un giudizio su Eugenio Scalfari. «Non è dei nostri», rispose senza esitazione il grande Indro, intendendo dire che non è un giornalista. Il suo stile è orripilante: ciceroniano, «ore rotundo», privo di capacità di sintesi, involuto, avvocaticchio, retorico, pomposo, magniloquente, sussiegoso, oracolare.

E corrisponde perfettamente all’uomo. In un libro senile, Incontro con io, con ambizioni penosamente filosofiche, ha scritto: «Ho finalmente raggiunto la pienezza di me». Non osiamo immaginare, perché pieno di sé Scalfari lo è sempre stato.

Parlando, come suole, ex cathedra, non ha mai rinunciato a impartire lezioni, soprattutto di morale; in particolare ai colleghi. Del suo giornale ha scritto: «La qualità culturale e morale di Repubblica non ha riscontro con nessun fenomeno analogo nel giornalismo italiano... i suoi lettori rappresentano il meglio della società».

Questa boria incontrollata lo ha esposto anche a figuracce incresciose. Nel 1969, quando era deputato socialista, un vigile osò fargli una multa alla Stazione centrale di Milano perché aveva parcheggiato la macchina in sosta vietata. Lui esplose nel più classico e italico «Lei non sa chi sono io!» e gli scagliò contro L’Espresso dove il vigile figurava come l’emblema del potere arrogante e protervo e lui, Scalfari, come il cittadino inerme. Del resto una certa vocazione censoria questo campione della «libera stampa» l’ha sempre avuta. Quando nei sinistrorsi anni Sessanta Maurizio Costanzo invitò Montanelli al suo talk-show, attaccò il conduttore perché aveva dato la parola a «un fascista».

Quando, negli stessi anni, gli extraparlamentari diedero l’assalto al Corriere cercando di impedirne l’uscita, plaudì all’iniziativa: «Questi giovani ci insegnano qualcosa (...)l’assalto alle tipografie può essere un ammonimento per tutte quelle grandi catene giornalistiche abituate (...)a nascondere le informazioni, a manipolare le opinioni pubbliche (...). Chi ama la libertà (...)non può che rallegrarsene» (L’Espresso, 21 aprile 1968).

Prototipo assoluto del radical-chic, con cuore a sinistra ma portafoglio ben sistemato a destra, e ostentato calzino lungo color panna come massimo dell’eleganza mentre lo è del kitsch. O per dirla con le parole di un insolitamente coraggioso Giorgio Bocca, «aveva un po’ di questa disinvoltura: esser di sinistra però esser sempre amico dei potenti». Scalfari ne ha fatto un’intera collezione con una particolare predilezione, lui che cominciò come impiegato di banca, per banchieri, finanzieri, uomini di denaro, da Carli a Baffi a Visentini a Rovelli a Cefis poi abbandonato a favore di Sindona (ah, la mai trovata lista dei 500 privilegiati che scamparono al crac sindoniano...).

Dal suo maestro Cicerone Scalfari ha preso, oltre al trombonismo e alla doppia morale, anche lo spudorato opportunismo. È stato, via via, fascista, azionista, liberale, radicale, repubblicano, socialista, comunista, democristiano demitiano. Non c’è stanza del Potere che non abbia bazzicato. Quando si accorse che la Lega di Bossi stava per prendere piede e sconvolgere il sistema di potere in cui era così ben incistato, Scalfari fondò una comica «Lega nazionale» che, scalzando quegli straccioni di leghisti, avrebbe dovuto provvedere, nientemeno, alla «gestione della Nazione... con una morale nuova, con gente credibile e non compromessa» (la Repubblica, 1° dicembre 1991). Più avanti creò, con Ferdinando Adornato, una Alleanza democratica che alle elezioni prese percentuali da albumina. Il fatto è che in politica (la sua grande e vera passione se intesa come Potere) Scalfari non ne ha mai azzeccata una.

Nel 1959, già dimentico del massacro ungherese, pubblicò sull’Espresso un articolo dall’eloquente titolo «La Russia ha già vinto la grande sfida?», in cui profetava, con la consueta sicumera, che il sistema sovietico avrebbe prevalso su quello liberista americano, che, riletto oggi, ha effetti esilaranti e surreali, alla Bergonzoni. Ogni volta che ha dato il suo appoggio a qualcuno, si trattasse di Berlinguer o di De Mita, il suo si è trasformato in una sorta di «bacio della morte». Ma la vera, grave responsabilità di Scalfari è un’altra. È di essere stato il grande corruttore della coerenza intellettuale e morale dell’intelligencija del nostro paese. È lui che ha dato inizio alla pratica di scrivere una cosa e il mese dopo, una settimana dopo, il giorno dopo, a seconda delle circostanze, l’esatto opposto, senza batter ciglio. Il record lo raggiunse in un articolo su Craxi dove nella seconda parte smentiva la prima.

In vecchiezza, non bastandogli l’omelia domenicale su Repubblica, s’è messo a scrivere romanzi, con esiti imbarazzanti. Perché dal punto di vista letterario ha una cultura da bigino. È rimasto un impiegato di banca. In tanti anni non ho mai letto nei suoi lunghissimi articoli un riferimento colto se non qualche accenno alla Recherche che però conosce di seconda mano perché gliel’ha sunteggiata l’amico Visentini che ne era un cultore.

In una recente biografia autorizzata ha fatto scrivere: «Scrittore italiano occasionalmente prestato alla politica». Ha raggiunto, finalmente, «la pienezza di sé». ( Fonte: il giornale.it)