Radical Chic. Il fascino dei rivoluzionari da salotto

Tom Wolfe sollevò un gran putiferio dalle pagine del New York Magazine con
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questo attacco corrosivo e divertentissimo alla società benestante e progressista della Upper Manhattan. Oggetto dell’ironia di Wolfe, che sarebbe stato investito dalle critiche dell'establishment letterario e intellettuale, quella moda che si andava diffondendo a fine anni sessanta negli ambienti colti e raffinati newyorkesi, e che portò personaggi come Leonard Bernstein ad organizzare nel suo duplex di Park Avenue un party (“Una riunione!” sarebbe insorto il grande compositore e direttore d’orchestra) a cui avrebbero partecipato, oltre ai soliti noti dell’elite, un gruppo di agguerrite e fichissime Black Panthrs. Nasce così – da eventi come l’episodio scelto e mirabilmente descritto da Wolfe - il radical chic, termine poi entrato nell’uso comune per identificare un bianco benestante, con idee liberali e di sinistra, che subisce il fascino di rivoluzionari radicali ammantati di romanticismo; che li invita nel suo salotto ad una serata mondana per conoscere i problemi della strada e per raccogliere fondi rigorosamente “non deducibili fiscalmente”; che poi, davanti all’insorgere delle polemiche, li scarica per tornare alla più innocua lotta per la difesa dei diritti degli animali. Il tema,
quasi inutile dirlo, è ancor oggi attualissimo. A “Radical Chic” si accompagna anche il coevo e altrettanto divertente “Mau-mauizzando i Parapalle”, in cui Wolfe prende di mira i rapporti tra le minoranze militanti dei quartieri poveri di San Francisco e la burocrazia negli anni del Programma Povertà del governo.
In precedenza aveva preso di mira tutto il movimento pseudo-culturale che ruotava attorno a San Fancisco, che usava gli Acid-test, come momento di esplorazione di sé e autocoscienza. Tom Wolfe ha mostrato sempre idee chiare sulla tipologia dei WASP, cioè i bianchi americani di origine irlandese e olandese, cattolici o protestanti, basati sulla espressione della forza economica e ancor più se appartengono alla aristocrazia illuminata progressista, quella dei Kennedy, per intenderci o quella delle famiglie più ricche d'America, magari di origine ebrea, e rigorosamente ispirate da una tolleranza verso le minorannze, i neri, i poveri, gli immigrati messicani, compatibile con la ricchezza che costoro, nel contempo accumulano, anche sfruttando quellle stesse persone che in linea di principio difendono (a parole). Insomma, se lo avesse mai conosciuto, in Italia, direi che il prototipo di queste personne possiamo riassumerle in Walter Veltroni e Diego Dalla Valle, sempre pieni di buoni propositi, di buone azioni, che poi riflettono comportamenti triti e ritriti, tipici di ogni politico e industriale. Basta leggere Il Falò delle Vanità, o Un Uomo Vero, per ritrovare tutti questi aspetti, a 40 anni  dalla sua originaria osservazione contenuta nel piccolo volume, una serie di articoli pubblicati sul magazine di New York, tra '69 e '70, raccolti in Radical Chic, termine coniato da lui, prima inesistente. Ce n'è anche per gli attivisti del Radical Party, persone appartenenti a famiglie benestanti e ultra bene, con attico su Park Avenue, pronti a farsi paladini dei diritti delle minoranze, e a vestirsi con gli abiti di seconda mano, da sfoggiare alle riunioni e ai party, perché  fanno fico. Un prototipo italico potrebbe essere quella Beatrice Borromeo, che da Santoro presentava gli ospiti in studio, quelli sfigati, con cipiglio da paladina del popolo, per poi ritornare il giorno dopo a vestire gli abiti di Krizia, e a presenziare ai party più esclusivi, con i rampolli delle famiglie nobili e ricche.