Rostagno, Francesco Cardella, Craxi, Somalia, Ilaria Alpi. 2 post

Francesco Cardella - di F Sabelli Fioretti   Segue dal primo post   qui  terzo  QUI
Francesco Cardella molti lo ricordano editore porno, oppure guru arancione, oppure amico di Craxi, oppure sospettato di aver fatto uccidere il suo migliore amico, Mauro Rostagno, oppure organizzatore di falsi corsi di formazione, oppure latitante in Nicaragua dove viveva su un albero e faceva il pittore e il biscazziere. Io ho un ricordo molto vecchio di lui. Nel 1974 venne a trovarmi nella mia casa milanese in via Orti insieme a sua moglie Raffaella Savinelli, figlia del re delle pipe. Dissi loro di entrare. "Fai entrare anche tuo figlio", dissi. "Non è mio figlio", disse Cardella. "È Bobo". "Fai entrare anche Bobo", insistetti. Si materializzò davanti a me un piccolo scimpanzé, Bobo, vestito di tutto punto, pantaloni, camicia, cravatta. Andammo a mangiare in un ristorante di Brera, io, Raffaella, Francesco e Bobo. Francesco voleva affidarmi la direzione di "Abc", mitico giornale della sinistra radicale, quello delle battaglie del divorzio e dell'aborto, in crisi di vendite. "Quanto guadagni? Ti do il doppio". Roba da film americano. Io lavoravo come vice caporedattore a Panorama. Il doppio era un milione al mese. Dissi: "Può darsi, ma non vorrei cenare con Bobo". Raffaella prese Bobo e ci aspettò fuori. Andai ad Abc che portai velocemente alla chiusura. Sono passati trent'anni. Quando ho letto che Francesco era tornato dalla latitanza mi sono precipitato a Palermo. Raffaella? "Morta dopo una brutta storia di droga". Bobo? "Morto suicida in un fiume africano". Tu? "Eccomi qua". Francesco, hai ammazzato Rostagno? Hai rubato soldi allo Stato? "Piano". Va bene, comincia da quando eri bambino. E qui comincia l'intervista a Francesco Cardella, un'intervista interrotta ogni tanto da qualche domanda o simildomanda. Perché Cardella è un logorroico e fargli domande è come spegnere un fuoco col cherosene.
"Vivevamo in una famiglia borghese a Trapani. Mio padre era direttore delle poste, mia madre una pianista che aveva rinunciato alla carriera per sposarlo. Mio padre era un atleta che aveva fatto parte della nazionale italiana e aveva il record italiano di salto in lungo, sette metri e quaranta. Neanche poco, era il 1940. Dovette smettere di saltare per andare in guerra".
Durante la guerra tu eri piccolo.
"Non ricordo nessuna sofferenza. Anzi. Ricordo un periodo bellissimo, ero contornato da donne che si occupavano di me. Gli uomini erano tutti in guerra. E vivevamo sfollati in mezzo a una stupenda campagna. La guerra per i bambini era un gran divertimento. La notte c’erano le pallottole traccianti, per noi era come vedere i fuochi d'artificio, c’era il rumore degli aerei che passavano e che andavano a bombardare Trapani, qualche volta durante il giorno c’era l’allarme e noi ci ficcavano sotto i letti. Un grande divertimento".
Che clima c’era a Trapani?
"Trapani è sempre stata una città di destra. Mio padre l’otto settembre andò al nord però non per convinzione politica ma per senso dell'onore, perché un patto non si può tradire. Il mio primo giornale fu Telestar, un giornale di destra, mezzo mafioso, che voleva essere contraltare dell'Ora di Palermo. Era un giornale della sera ma il primo giorno non uscì prima di mezzanotte e noi ci facemmo una grande risata. Fu un avventura divertente".
L'università?
"A Roma, Scienze politiche. Abitavo in una pensioncina che chiamavo il sommergibile perché la mia stanzetta era stretta stretta, ci stava appena il mio letto. Ma io non riuscivo mai ad andare a dormire, la sera uscivo e camminavo, camminavo, camminavo, passavo la notte in giro per Roma, mi affascinava la città, era il periodo della dolce vita, c’era via Veneto, guadagnai un sacco di soldi quando bruciò l'albergo e la gente si buttava dalle finestre. Ero con un fotografo, Alexis, fotografammo e vendemmo al Messaggero. Fu il mio primo colpo giornalistico. In tutto il periodo dell’università sono sopravissuto facendo collaborazioni, lavoravo per un settimanale che si chiamava "Cronaca Nera" che parlava solo di delitti, mi davano dei ritagli dei quotidiani locali e io dovevo scrivere un pezzo come se fossi stato inviato, ogni articolo diecimila lire che allora erano soldi, da casa ricevevo trentamila lire al mese, venticinque mila andavano per la pensione. Avevo conosciuto Luciano Oppo, direttore dello Specchio che era una specie di Espresso di destra. E collaboravo anche con lui. Un giorno mi fece una lettera di raccomandazione per il direttore di Momento
Sera, giornale che ogni tanto assumeva qualche giovane. Io andai ma non mi fecero parlare col direttore. Mi dissero di lasciare la lettera ma io la lettera non la volevo mollare e così me ne andai senza assunzione ma con la lettera. Quando Oppo diventò direttore del Corriere dello Sport mi presentai da lui con la sua lettera di raccomandazione. Non mi assunse nemmeno lui. Era proprio difficile allora trovare un posto. Tornai a Trapani e ogni tanto scendevano in Sicilia i grandi inviati del nord che mi dicevano sempre che Parigi era una grande figata. Caricai tutto sulla mia Triumph Pr3 spider e partii per Parigi. Ma arrivato a Roma mi fermai e andai con Oppo a lavorare a Playmen, mensile di donne nude inventato da Balsamo sulla scia dell'americano Playboy. Playmen pagava bene. C'erano le riunioni del venerdì sera drammatiche per un giovane come me".
Francesco, respira.
"Dovevamo produrre delle idee e io ero sempre l'ultimo a parlare. Ero il più sfigato perché nessuno prima di me produceva idee e allora tutti mi guardavano speranzosi. Un giorno dissi: "Facciamo un fumetto su Supersex, un extraterrestre superdotato".
Quello che quando raggiungeva l'orgasmo diceva "Ifis cen cen?".
"Bravo, ti trovo preparato. Lo facemmo anche in Francia. Altri soldi. Ma non diceva più ifis chen chen. Diceva "u cha cha", o un’altra puttanata del genere. Poi varie vicissitudini. Tipo il giornale porno per intellettuali. A Genova. Si chiamava "Executive". Andai da Pasolini con una faccia tosta incredibile. Lui mi presentò la vecchia madre, mi tenne a colazione. E io gli spiegai l'idea di un giornale patinato con foto di donne nude e articoli molto colti e importanti".
Tipo Playboy americano.
"Esatto. Lui mi disse: "L’idea è bellissima ma ho un casino di cose da fare. Potrebbe occuparsene Alebrto Moravia, ma anche lui ha molto da fare". Insomma Pasolini fu molto carino, molto pietoso con me, e invece di mandarmi a quel paese alla fine mi consigliò di rivolgermi a Enzo Siciliano. Andai da Enzo Siciliano che accettò con grande entusiasmo. Facemmo il primo numero che venne bellissimo, con scritti di Siciliano, di Moravia, di Pasolini. Venne fuori un pieno enorme, Moravia si incazzò a morte, Siciliano disse che non ne sapeva niente, quel traditore. Fine dell'esperimento del erotico-intellettuale".
E parte l'Ora, il quotidiano che non si legge ma si divora.
" Non ancora. Prima c'è Jazz, per l'editore Peruzzo, un giornale di cultura, che pubblicava Bulgakov e Marquez e testi della sinistra extraparlamentare. Fu in quella occasione che diventai amico di Mauro Rostagno, di Adriano Sofri, di Guido Viale. E poi c'è Rodeo Far West, una specie di spettacolo di cow boy e di indiani che portammo in giro per l'Europa, dietro il quale c'era Barney Konsiet (?), l'inventore dei fondi comuni di investimento, un miliardario che andava in giro sempre col barbiere personale e il violinista personale. Finì in un mare di debiti".
Una vita avventurosa.
"Poi incontrai Antonio Cafieri, tipografo comunista che aveva una vecchia macchina da stampa cecoslovacca. E
facemmo Ora, il quotidiano che non si legge ma si divora".
Politica, gossip…
"Vincino dice sempre che fu il quotidiano cui si ispirarono per fare il Male. Pubblicavamo perfino la borsa della droga. Dopo due mesi affogavamo nei debiti e facemmo un paio di giornaletti porno, OS. OV, ne facevamo sette od otto e cominciammo a fare un sacco di soldi. Ci comprammo una macchina da stampa enorme. A questo punto arrivò sul mercato 600 milioni per comprarlo. Massimo Pini, quello della Sugarco, socialista, andò da un distributore e gli chiese tre miliardi per portargli Abc.
Noi andammo dal nostro distributore, Parrini, che già faceva un sacco di soldi con i nostri giornaletti porno e gli
chiedemmo solo 250. Coi suoi 250 milioni demmo la caparra e cominciammo a stampare e vendere Abc. Due settimane dopo gli dicemmo: ”Guarda, adesso ti possiamo portare anche “Cronaca vera”. Ci servono altri 400 milioni”. Parrini, nell'entusiasmo, ci diede i 400 milioni. Coi 400 milioni noi pagammo i 250 milioni che rimanevano e ci rimasero anche i soldi per cominciare a gestire Abc".
Una truffa?
"Certo. Ma i nostri porno vendevano tantissimo. Lui abbozzò e fu contento".
I porno erano pericolosi?
"No. Li sequestravano in edicola quando erano già tutti venduti".
E i direttori non rischiavano?
"Avevamo sempre le redazioni al piano terra. Quando vedevamo arrivare i carabinieri, i direttori scappavano dalla finestra sul retro".
Abc era un giornale politico.
"Andai da Bettino Craxi, da Marco Pannella".
Come sei entrato nel giro dei socialisti?
"Mi ci portò Colucci, un deputato socialista milanese. Io dissi a Bettino: "Ho Abc. Trovami un direttore importante". E lui mi trovò Ruggero Orlando".
Perché ti serviva Craxi?
"Perché in Italia non si poteva fare un giornale senza sponda politica".
Tu eri socialista?
"Sono sempre stato socialista".
I tuoi amici erano quelli di Lotta Continua.
"Rostagno diceva sempre: "Meno male che non abbiamo vinto". Te lo immagini uno Stato con Sofri presidente del consiglio Sofri? Adriano è intelligente, per carità, ma è un noto fuori di testa. Avremmo avuto come ministro degli Interni Pietrostefani, uomo profondamente illiberale".
Insomma venne Ruggero Orlando.
"Mettemmo un televisorino in tutte le edicole. ”Buon giorno, qui vi parla Ruggero Orlando, da oggi sono direttore di Abc”. Orlando andò bene ma aveva una moglie rompipalle che voleva stare in redazione e non voleva che ci stessi io. Un giorno tirò un posacenere in testa al redattore capo. E Ruggero Orlando fu costretto a dimettersi. Io volevo che Abc entrasse nel mercato di Panorama e dell'Espresso. E chiamai te".
Tralasciamo. Conflitto di interessi.
"L'operazione non andò bene. Tu eri troppo moralista. Io prendevo i soldi dalla Montedison e tu attaccavi tutti i giorni Cefis. Il giornale perdeva 50 milioni alla settimana. Ma gli altri giornali ci rendevano un enorme flusso di danaro. Però il mio socio mi fregava".
Tu giravi in Bentley.
"Giravo in Rolls. Quando chiudemmo Abc, per un anno incassai tantissimo. Alemno cento milioni alla settimana. Poi un giorno, senza nemmeno avvertire il mio socio, me ne andai. Era un brutto periodo. Mia moglie mi aveva lasciato e se ne era andata con Bobo in Africa. Credo di essere l'unico uomo al mondo lasciato dalla moglie per uno scimpanzé".
E tu?
"Io sono andato in India. A Poona, dal Bagwan Rajsnish".
Gli arancioni.
"Gli arancioni. Quando tornai in Italia fondai la comunità terapeutica.
(fine bobina)
Il tuo rapporto con i soldi?
"Da bambino, avevo quattro anni, vedevo che i miei amici avevano scoperto un aereo caduto durante la guerra e pezzo a pezzo lo smontavano e andavano a vendere i pezzi. Ci andai anche io e mi cacciarono. Una volta, due volte, mi cacciavano sempre. E allora mi incazzai. Io sapevo dove loro andavano a vendere. A un chilometro e mezzo dalla carcassa dell'aereo c'era la strada provinciale. Quando passava quello con il carretto comprava l’ottone a un prezzo, il ferro a un altro prezzo. Una mattina andai presto sulla strada e dissi al tipo del carretto. "Te lo vuoi comprare tutto
l'aereo?". Quello disse di si e mi dette mille lire".
Morale?
"Morale, io non sono mai stato ricco e non sono mai stato povero. Ma quando ho voluto avere soldi li ho avuto. Raishnish diceva: "Essere ricchi è meglio che essere poveri. Però non vi abituate né alla ricchezza né alla povertà. Non sbattetevi troppo per questa la ricchezza. Può rubarvi la vita. Io non ho fatto nulla nella mia vita per avere soldi. Ma ho sempre avuto facilità nel procurarmi la grana. Ho fatto il giornalista e ho fatto un sacco di soldi. Ho fatto l’editore e ho fatto un sacco di soldi. Ho fatto il gutu e ho fatto un sacco di soldi. Mi ricordo Bettino che mi prendeva in giro. "Ma come? Io sto cambiando il Paese e tu ti occupi di trenta sfigati della tua comunità?" Ma io sapevo che dovevo fare quella cosa lì. E quella cosa lì ad un certo punto ha cominciato a produrre un sacco di soldi".
Quando ha cominciato a produrre soldi?
"Quando è morto Rostagno. La morte di Rostagno scatenò un'isteria collettiva. Rostagno diventò un icona, un santo e noi, io e sua moglie Chicca Roveri, di riflesso venimmo illuminati dalla sua luce. Calcolammo che i giornali e la televisione ci fecero cinquanta miliardi di pubblicità gratuita. E le donazioni cominciarono a piovere. Ricordo un uomo tirchissimo che mi si avvicinò ai funerali di Mauro e mi dette un assegno di quattro milioni. E anche le contribuzioni pubbliche arrivarono una dietro l'altra. Prima non ci si filava nessuno. Improvvisamente diventammo dei grandi personaggi. Alla Chicca dettero una medaglia d'oro a Genova a me l'Ambrogino d'oro. Ci regalavano case, interi palazzi per fare nuove comunità. Arrivammo a 23 comunità in Italia e mille ospiti e 250 operatori.
Ti contestavano di andare sullo yacht, "il povero vecchio".
Ci andavo con i tossicodipendenti. Ci andassero loro con i tossicodipendenti, brutti figli di puttana, che se ne vedevano uno da lontano vomitavano".
Torniamo a Poona, al Bagwan.
"Avevo lasciato Cafiero, l'editoria. Avevo molti soldi però mi chiedevo: che faccio della mia vita? Mi pareva di aver bruciato tutte le mie chances. In Italia c'erano ammazzamenti, sparatorie, terrorismo. Vedevo Rostagno, frequentavo Macondo, avevo comprato un palazzo enorme in via Plinio, frequentavo una ragazza comunista di Soccorso Rosso. Spendevo soldi vivevo bene. Facevo grandi giri per il mondo con la mia barca. Con Rostagno decidemmo di pubblicizzare il Bagwan e realizzammo “Il guru a dispense”. Erano i discorsi del Maestro. Non se ne fece niente ma conoscemmo il Maestro e diventammo arancioni. Per tre anni, dal 78 all'81, siamo stati in India. Rostagno lavorava in lavanderia , io in cucina. All’inizio scaricavo sacchi di juta pieni di barbabietole. Poi sono passato a lavare i piatti, poi a tagliare il pane. Tagliare il pane era una cosa sufi, importante, veniva la gente a vedere come tagliavo il pane. Doveva essere di 8 mm esatti ogni fetta. Poi mi hanno passato a cucinare per i dirigenti. Poi al supermarket dove stavo alla cassa. Dovevo fare i conti ma in realtà non li facevo. Guardavo in faccia la persona, se era un poveraccio gli facevo un prezzo basso, se arrivava un giapponese tutto elegante sparavo. Poi un giorno il Maestro se ne andò in Oregon, mollandoci soli tutti e 5 mila. Io e Mauro tornammo in Italia, andammo nella mia casa nella campagna di Trapani e ci dicemmo: "Perché non aprire qui un ombrello per tutti quelli che se ne vanno via dall’India e non sanno dove cazzo andare? Pensavamo a qualche decina di persone. Ne arrivarono centinaia".
Che cosa facevate?
"Vivevamo in questo vecchio baio siciliano che avevamo ristrutturato, un cascinone grande con una bella piscina, con gli orti, gli alberi, si viveva insieme, si mangiava insieme, si dormiva insieme e poi si facevano queste tecniche di liberazione del corpo. La meditazione dinamica, immagino che tu sappia che cosa è…"
La meditazione dinamica?
"Non hai mai letto niente? È una tecnica che si fa all’alba: tu fai delle respirazioni, iperventilazione del corpo, espressione della rabbia accumulata, dei dolori, poi un salto verso l’alto lanciando le braccia in alto e ricadendo piegando le ginocchia e facendo un grosso respiro che serve per abbassare il diaframma. Tu lo sai no che quando il diaframma è basso tu vivi in uno stato di calma? E che quando il diaframma è alto, è il contrario?"
Insomma….
"Io cominciai a fare il guru e il Maestro mi mandò un'ispezione. Ma lo convinsi che andava bene così. Per un paio di anni raccolsi soldi per il Maestro in Italia. Poi mi stufai e quando chiese a tutti noi di andare in Oregon io e Mauro decidemmo che non ne avevamo nessuna voglia. E nacque l’idea di occuparsi dei tossicodipendenti o meglio di tutti quelli che provavano sofferenza a vivere".
Anche i tossici li curavi con la meditazione dinamica?
"Usavamo molte tecniche. Una era il sogno guidato. Me la insegnarono a Poona. Induci un soggetto in uno stato ipnotico, gli fai immaginare una serie di situazioni, per esempio sta galleggiando dentro un fiume, poi la corrente aumenta, e la corrente lo porta dentro un buco, lui va sotto terra. Piacere e paura. A seconda di come reagisce tu puoi capire in quale situazione psicologica generale si trova e aiutarlo. Sostanzialmente li tenevamo lontani dalla droga. Nell'ambiente dei tossico dipendenti teoricamente non avrebbe dovuto circolare però circola sempre, noi non ci eravamo fatti delle illusioni. Quando uno veniva beccato veniva allontanato. Noi dicevamo: entrare é difficile, uscire è facilissimo. Perdevamo un casino di gente. Le guarigioni erano pochissime, ma la riduzione del danno molto alta".
Poi tutto questo finisce.
"Un giorno arrivò la polizia e mi arrestò. Per i corsi di formazione".
Inventati.
"Ma stiamo parlando di tossicodipendenti, vi rendete conto? Una comunità non è mica una fabbrica, un'azienda, un'università. Noi non abbiamo fatto altro che presentare come domanda per corsi le cose che già stavamo facendo. Avevamo 23 comunità, avevamo della terra, si facevano delle cose che riguardavano la terra, gli orti, in tutte le comunità c’era gente che faceva gli orti. Poi quando c’era il bando di concorso si presentavano due, tre quattro progetti che dicevano “il pomodoro stupendo, corso di formazione per imparare a coltivare i pomodori”. Lo Stato prometteva soldi nel 90, me li dava nel 93, mi chiedeva la documentazione nel 95 e sette anni dopo mi contestava che la documentazione non era corretta. E’ stata una vergogna, io mi sono vergognato per loro che mi arrestavano. Io non ho truffato lo Stato, ma ho dovuto patteggiare sennò non uscivo di galera.
Poi è partita l'indagine sul peculato (avrei preso più soldi del dovuto ma soprattutto me li sarei tenuti io. E poi mi hanno appioppato l'omicidio di Mauro, il mio più caro amico".
E sei scappato.
"E che dovevo fare? Mi stavano arrestando di nuovo, è evidente. Guardami: sono in Italia e sono libero. Significa che mi avrebbero arrestato ingiustamente. Perché dovevo continuare a fare della galera ingiusta? Era il 95, erano anni strani in Italia, anni di collaborazione tra gli avvocati e le Procure. Quando il mio avvocato, Grazia Volo, mi invitò a presentarmi, io le dissi che l'avrei fatto. E lei mi disse: "Grazie, grazie". A quel punto capii che era meglio0 scappare".
Tu hai ammazzato Rostagno?
"Rostagno era mio amico, io non sono uno che ammazza gli amici. Sono rimasto sotto inchiesta sette anni. E adesso sono innocente. Archiviato. Per cui io non ho nemmeno diritto a leggere le carte perché, quando si archivia, le carte rimangono segrete".
Chi ha ucciso Rostagno?
“Non lo so. Ma ho detto subito che era un delitto di mafia".
Tu frequentavi molto Bettino Craxi?
“Sì, quando non era più presidente del consiglio, anche se contava ancora molto. Passavamo insieme il week end a Milano. Andavamo a giocare ai cavalli, ai mercatini di cose militari. Io ero importante per il Psi che non aveva un'anima sociale mentre io avevo la Comunità. Il Psi aveva qualcuno da mostrare ai congressi".

Che cosa ti ricordi di Craxi?
“Ho tanti ricordi. Mi ricordo che mi parlava dell'affare Sme. Mi diceva: "Si sono messi d’accordo per darla a De Benedetti per quattro lire". De Benedetti non poteva sopportarlo perché attraverso Repubblica e Scalfari gli aveva rotto le palle durante la sua presidenza".
Quando sei scappato, Chicca Roveri, che era stata arrestata, ti mandò un messaggio attraverso i giornali invitandoti a tornare.
"Non fu una cosa carina da parte sua. Io glielo avevo detto: "Non tornare in Italia, ti arrestano. I giudici trapanesi hanno avuto la delega per divertirsi su di noi. Vogliono giocare a Mani Pulite". È brutto stare dentro, è terribile. Io scappai a Los Angeles. Avevo 10 mila dollari, comprai una macchina e insieme alla mia compagna, la bellissima Claretta Hosszufalussy, cominciai a girare per l'America Latina. All'inizio ho vissuto con i soldi prestati da amici. In parte li ho restituiti, in parte no. Come prima cosa mi fermai in Belize. Poi arrivai in Nicaragua".
È poco credibile che non avessi una lira. Hai maneggiato miliardi.
“Capisco che non è facilmente accettabile. Mi hanno beccato in un momento in cui tutto pensavo tranne che dovessi scappare. Era tutto intestato alla Comunità".
Vivevi alla grande.
"Facevo una bella vita. Avevo un problema di rappresentanza. La Comunità era una grande realtà. Pensavo di avere necessità di una immagine. Non avevo nessun attaccamento al denaro. Quando tutto questo è finito, non me ne fregava niente. Non ho più l'aereo? Pazienza".

A proposito di aereo.
"Certo, il fantastico aereo con il quale spupazzavo Craxi aiutandolo a eludere le difficoltà della latitanza…"
Tutte balle naturalmente.
“Bisogna parlare di Pietrostefani. Quando muore Rostagno si presenta da me Pietrostefani e mi dice: "Guarda Cardella
che tutta questa roba, la Comunità, è nostra". "Come sarebbe a dire vostra?", dico io. "È di Lotta Continua, Mauro era di Lotta Continua, quindi l’ha lasciata a noi", dice. E io: "Siete scimuniti e non mi rompete il cazzo". Passa un giorno e Pietrostefani torna e dice: "Mi fate lavorare con voi?" E io gli dico: "Perché no?" e gli affido la nuova comunità calabra".
L'hai presa alla lontana.
"Io volevo internazionalizzare Saman, avevo aperto in Francia, avevo fatto una società a Malta, avevo comprato due navi in Finlandia come base di appoggio per una operazione in Somalia. Insomma un aereo ci serviva. Spendevamo 700 milioni all'anno di biglietti aerei. Qualcuno me lo disse. "Ma perché compri questo aereo? Sarà la tua rovina". Avevano ragione. Io credo che l'aereo sia stato uno dei motivi fondamentali della vampata di odio, di gelosia, di invidia che mi ha investito. Insomma a gestire l'aereo era una società che faceva capo a Pietrostefani".
Ti sei mai drogato?
“Insomma drogato. Prima della comunità sì. Dopo la Comunità, si. Durante no. Canne, spinelli, fumo. Eroina no".
Cocaina?
"Avevo tirato la cocaina qualche volta per provare, vai ad una festa e ti passano la cartina. Mi metteva in alto. Ma non ho sentito mai una grande passione francamente".
Eravamo alla storia dell’aereo.
"L'aereo è diventato uno scandalo nel 1995 quando sostennero che Craxi l'aveva usato per i suoi giri segreti durante la latitanza".
Vero o falso?
“Falso. Il pilota lo disse: "Andate a guardare le carte e scoprirete che Craxi ha viaggiato su questo aereo, nel '93 e nel '94, quando era nella bufera ma era ancora deputato, andava da Roma a Tunisi, da Roma a Nizza, ma non era latitante".
Sei andato a trovarlo ad Hammamet durante la latitanza?
“Certo che ci sono andato. Mia madre aveva ottantacinque anni e io volevo vederla. Non potevo tornare in Italia e allora ci davamo appuntamento a casa di Bettino, in Tunisia".
La tua vita da latitante?
"Mi sono messo a dipingere. Vendevo quadri anche a 800 dollari, a mille dollari. Andavo a pescare, facevo il bagno, elaboravo il mio lutto".
Perché sei andato in Nicaragua?
“Dovevo pur fare qualche cosa per mangiare. In Nicaragua c'era Daniel Ortega che era stato aiutato da Bettino, al tempo della rivoluzione contro Somoza. Quiandi avevo un'entratura".
Tu avevi la sensazione che il Psi di Bettino esagerasse in qualche modo?
“L'arroganza del potere c'era. Io mi ricordo l’impressione che mi fece la sede del vecchio Psi, era un posto tutto cadente. In via del Corso, nel nuovo Psi, era pieno di ascensori, tappeti, quadri. Ma io frequentavo Bettino, non il Psi. Gli altri socialisti li incontravo ogni tanto e mi stavano anche sulle palle. Bettino non era come loro. Il cameriere nero, tutto vestito di bianco, in guanti bianchi, che serviva a tavola nella villa di Martelli sull'Appia Antica pagata dal partito era una cosa vergognosa. Ci sono stato una volta e non ci ho più rimesso piede. Quante volte Bettino si lamentava: "Quel figlio di puttana, ma lo sai che cosa ha fatto?""
Però le sentenze parlano anche di arricchimento personale per quanto riguarda Craxi.
“Bettino era uno che viveva bene. Mangiava nei ristoranti buoni. Ma non aveva stranezze. Non diceva: "Prendiamo l’aereo e andiamo a Parigi a mangiare le ostriche. Non gli passava neanche per la testa. In fondo me la passavo meglio io di lui perchè lui aveva addosso un sacco di cani a morderlo".
Accompagavi Bettino nei salotti milanesi?
“Due o tre volte trascinato da lui. Una volta da Gancia, mi ricordo, e un’altra volta in una villa di Portofino".
In Nicaragua ti sei costruito una casa su un albero.
"All'inizio avevo una casa in affitto. C’era il fratello del sindaco di Milano, Pillitteri, che aveva un’agenzia di pubblicità e quindi sono andato a lavorare con lui. Non è stato un grande successo. Poi, insieme a Pillitteri e ad altri comprammo degli aliscafi russi ma anche questo affare finì male. Poi ho comprato un po’ di terra che ho rivenduto. È andata meglio. Con i soldi guadagnati con i terreni sono diventato biscazziere. Adesso ho il 50% di un casinò a Managua".
Sei tornato a fare un sacco di soldi.
"Un sacco di soldi no. Un po' di soldi sì. Dipende da come va la bisca. La mia parte va da 5 mila a 30 mila dollari al mese".
Come è nata l'idea della casa sull’albero?
"A Managua fa un gran caldo, non si respira. Avevo un terreno con un bellissimo albero. Ho chiamato due o tre amici, ci siamo messi lì e abbiamo fatto la casa. Ho l’acqua, la luce, il telefono, la parabola satellitare".
A Managua attaccano l'energia elettrica a un albero?
"Certo, Tutto regolare. Sono venuti anche i pompieri a dare la loro autorizzazione".
Tu sei stato in uno nei templi degli adulatori, i craxiani, che poi sono scomparsi come neve al sole.
"Il più grande adulatore che mi viene in mente è Giuliano Amato. Di lui mi è rimasta impressa un'immagine. Siamo entrambi seduti sui gradini dell’Università di Palermo aspettando Bettino. Si sente un rumore di macchina, lui fa un balzo, si mette a correre, raggiunge l'auto, apre la portiera: "Ah, caro Bettino!" Come se vedesse la fidanzata dopo venti di lontananza. Ma anche Martelli non scherzava. E alla fine lo ha mollato facendo il patto con i magistrati. Lo ricorso il giorno dopo la morte di Bettino. Era stato appena sepolto. C'era una riunione, tutti attorno a un tavolo, Claudio al centro che chiedeva: "Che cosa diceva negli ultimi tempi? Che linee indicava?" E quegli stronzi attorno al tavolo che gli davano retta. C’erano tutti De Michelis, il senatore Pizzo, Formica, i due figli. Solo Salvo Andò non lo
stava a sentire. Ma nessuno che gli dicesse: "Sei proprio uno stronzo". Il giorno dopo Martelli mi incontrò in albergo: "Ah, caro Francesco". Ma quale caro Francesco, tu non sei quello che quando mi hanno arrestato hai detto che non mi conoscevi?"
Però tu facevi parte dei nani e delle ballerine(….)
"No. Bettino mi ha sempre protetto da queste cose. Ad un certo punto qualcuno disse: facciamolo senatore. Io sinceramente mi sentii lusingato. Ma lui disse che ero scemo, che i senatori non contavano nulla, servivano solo a prendere ordini, a obbedire. Lui i nani e le ballerine li disprezzava".
C’è qualcuno che ha fatto il nano o la ballerina e poi l’ha negato?
“Mi viene in mente la D’Eusanio. Questa era una appassionata. Era anche mucciolina Si .
“Il figlio ti ha querelato? Ma perché tu cosa avevi contro Muccioli? Muccioli era una brava persona , il figlio non lo conosco. Tu lo prendevi per il culo? Ma se tu lo prendi per il culo quello ti può querelare?
(interruzione)
Lui menava. Lui polemizzò con noi . In stampa di settore , polemiche interne alle comunità, noi polemizzammo, lui ci rispose , poi lui fece un congresso e ci invitò e noi ci andammo, io e Rostagno. Questo era all’inizio della comunità, il secondo o il terzo anno. Allora noi lo mettemmo in un angolo e dicemmo: tutto bello però tu ci hai le stimmate, che cazzo facevi, ti tagliavi? E lui disse: che debbo fare , è l’unico modo per ottenere aiuti e aiutare questi ragazzi . A me piacque. E poi mi pacque perché ad un certo punto disse: Cazzo Cardella quando non ci avevamo una lira ci lasciavano in pace, adesso che abbiamo soldi ci vengono addosso . E questo è vero. E io sono anche a conoscenza di un tentativo di sbaraccarlo e mi fu fatta una proposta, abbastanza velatamente, non voglio dire da chi, di prendere il suo posto. Io dissi no, queste cose non le faccio. C’era un grande lavorio intorno e contro di lui.
Faceva il santone
“Si lui faceva all’inizio il santone. Metodologicamente io lo discuto in maniera drammatica ma che lui diventi uno stronzo e un figlio di puttana questo no.
….
“Omicidi che lui ha coperto. Se quei figli di puttana fanno fuori uno, che cazzo fai. Lui non era molto intelligente, questo era il suo problema. Muccioli non aveva una grande testa veloce, mentre io ho una bella testa veloce
Tu seguivi dal Nicaragua le vicende italiane, c’erano dei voltagabba?
“Intanto io ho i miei di voltagabbana. Io ho don Mazzi, quello che un giorno si e un giorno no , è in televisione . Aveva fatto una organizzazione delle comunità lui era presidente, io vicepresidente , questo si è girato da così a così ed ha cominciato a dire cose terribili contro di me, terribili. ChelLui l’aveva detto che lì giravano un sacco di soldi, che quella era la casa di Erode , mentre lui stava nella casa di Gesù.
Probabilmente ti rimproverava che tu non hai mai fatto il martire..
“Ma io l’ho scritto nel libro “La scuola del Sud”, noi vogliamo fare una cosa ricca, abbondante. L’ho detto ai giornalisti quando abbiamo fatto Via Plinio, ma perché mai in questo palazzo al centro?. Perché noi li dobbiamo portare al centro della città. Le ho teorizzate. E nessuno ha detto niente. Ha via Plinio in mano, glil’hanno affittato quelli della Samani.
Vedendo da fuori che idea ti sei fatto dei casi di voltagabbana in Italia .
“I più clamorosi sono i socialisti. Si sono squagliati, nessuno ha tenuto, come è possibile una cosa così drammatica, così clamorosa, coì’ improvvisa, al punto da sospettare una capacità specifica di sentire il vento. Per gli adulatori sono una costante, ci sono sempre stati. Io mi ricordo come veniva adulato Bettino
Questi qua dicono che non era vero che non c’era una corte intorno a Bettino
“C’era c’era, come c’è intorno a Berlusconi. L’altro giorno, per esempio, ero a Trapani e c’era la presentazione di questa candidata provinciale, Giulia Adamo, ad un certo punto arriva un signore, un giovanottello che è il responsabile siciliano di Forza Italia, tu dovevi vedere la gente… Ma tu non ci vai mai a queste cose? Ma insomma fate i giornalisti dovete andare a guardare… La gente davanti al potere va in deliquio. Ma insomma cosa intendi per adulazione? Io sono stato molto adulato quando facevo Samani.

Una critica da Alexis, uno che le cose le ha viste e vissute

"Sette", il settimanale del "Corrierone", a firma dello stimato Claudio Sabelli Fioretti, ha pubblicato un lungo articolo intervista a Francesco Cardella. Si tratta di un "ex giornalista, ex editore porno, ex guru di una comunità di tossicodipendenti, una vita tra Macondo, Rolls Royce, aerei privati, studi di pittura e case da gioco. Uomo di sinistra, ora esalta il Polo. E non trova di meglio da fare che sputare veleno sui suoi ex compagni di strada". Nella conversazione con Sabelli Fioretti il Cardella ha ricordato tanta gente. Immaginatevi se poteva dimenticare il giornalista Alexis con il quale, in una modesta pensione di via Alessandria, a Roma, circa dieci lustri orsono, ha diviso pranzo e cena e, per dormire, camere a due-tre letti. Erano i periodi che non c'era una lira. Per quanto ci riguarda, il Cardella, ha dedicato sei righe. Raccontando una enorme bugia. Evitiamo di mandarlo a quel paese perché sentiamo troppo rispetto per il settimanale "Sette". Il collega Alexis non fotografò le povere donne che si gettarono nel vuoto, dal decimo piano in fiamme, dell'Hotel Ambasciatori di via Veneto. Le foto esclusive non le pubblicò il "Messaggero" perché il collega Geppetti le vendette al settimanale "Lo Specchio". Il collega Alexis firmava la rubrica "Cronache Bizantine" de "Lo Specchio" e, negli avvenimenti mondani, fotografava i suoi personaggi. Una precisazione necessaria perchè nell'intervista tante storie sono inventate di sana pianta. Quando c'era tempesta nella vita di Cardella, il quotidiano "La Sera", diretto da Alexis, lo difese a spada tratta. La ricompensa, per Cardella: "Ero con un paparazzo,Alexis...". Noi conoscemmo Cardella quand'era democristiano. Che sia diventato di sinistra ed oggi abbia scelto il premier Berlusconi non ci interessa. Forza Italia é il partito del riciclo: c'é posto anche per Cardella. Il Francesco non firmava una rubrica su "Il Sabato" di Comunione e Liberazione? Un consiglio, a Francesco Cardella, dimentichi Alexis. Perchè nel memoriale "Ora, parlo i0", potremmo svelare tanti segreti che il Cardella ha deciso di dimenticare.

Indagini sulla Saman
da Trapani a Palermo: s' indaga sul denaro sporco, s' indaga su Saman come "centrale di riciclaggio". Dentro la nuova indagine ci sarebbero i nomi di alcuni indiziati delle precedenti investigazioni - primo tra tutti quello del fondatore della comunità Saman, il guru Francesco Cardella - quelli di alcuni boss di Cosa Nostra e di personaggi della finanza. Tutte le carte del "caso Rostagno" - migliaia e migliaia di pagine sulla ricostruzione del delitto, montagne di verbali di interrogatorio - sono da una ventina di giorni sulle scrivanie del procuratore aggiunto di Palermo Luigi Croce e dei sostituti Antonio Ingroia e Biagio Insacco. L' inchiesta è passata al pool antimafia di Palermo dopo la scoperta di una "pista" parallela a quella già esplorata un anno fa dal procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo: una "pista" di soldi. Il "trasferimento" da Trapani è avvenuto dopo le dichiarazioni di numerosi testi e di alcuni imputati di altri processi. Si sa ad esempio che ha parlato - seppur genericamente - anche più di un pentito. Uno, di certo, è Vincenzo Sinacori, un boss del trapanese invischiato nell' inchiesta sul senatore a vita Andreotti. Voci parlano anche di dichiarazioni di Giovanni Brusca.
Una testimonianza che i procuratori di Palermo definiscono "molto interessante" è anche quella di Sergio Di Cori, un giornalista che vive negli Usa e che - nell' ottobre scorso - aveva descritto ai magistrati di Trapani un contesto di "affari" internazionali con al centro uomini del clan di Bettino Craxi. Ma l' inchiesta di Palermo, a quanto pare, si addentra anche nel misterioso ambiente degli spioni (Trapani e tutta la sua provincia, i luoghi dove Mauro Rostagno viveva ormai da quasi 10 anni, è sempre stata una "base operativa" di agenti segreti), dei traffici di armi (è Di Cori che racconta di aver saputo dallo stesso Rostagno di uno sbarco di casse piene di fucili mitragliatori su una pista militare abbandonata), dei contatti tra i capi di Cosa Nostra e personaggi-chiave del grande riciclaggio. L' inchiesta di Palermo è concentrata sul "movente" (o meglio, sui "moventi") della morte di Mauro Rostagno, ex leader del '68, sociologo, arancione, giornalista, terapeuta alla comunità Saman. L' indagine sui presunti autori materiali del delitto (cinque ragazzi di Saman arrestati nel luglio del 1996 e scarcerati un mese dopo dal Tribunale della Libertà) è rimasta in qualche modo "sospesa", le investigazioni sono continuate invece alla ricerca dei perché dell' uccisione di Mauro. "E le piste che stiamo seguendo non sono incompatibili con quelle già iniziate a Trapani dal procuratore Garofalo", ci spiegano al Palazzo di Giustizia di Palermo. Il personaggio principale delle indagini palermitane sarebbe ancora lui, Francesco Cardella, l' ex porno editore diventato ricchissimo a capo di una comunità per tossicodipendenti trasformata ben presto in una macchina per far soldi e molto probabilmente anche per "ripulirli".
Chiusa l' indagine sul "tesoro" personale di Cardella, gli investigatori mese dopo mese si sono convinti che dietro le attività di quella comunità per tossicodipendenti si muovevano enormi somme di denaro provenienti dai traffici di Cosa Nostra e dalle tangenti della Prima Repubblica. Un unico canale per entrambi i flussi di denaro: in Sicilia, a Trapani, dentro Saman. Fino a qualche mese fa il guru della comunità era l' unico indiziato, come mandante, del delitto Rostagno. "Vi sono più elementi che consentono di ipotizzare che il Cardella sia il mandante dell' omicidio...", scriveva il giudice trapanese per le indagini preliminari Marina Ingoglia indicando al procuratore Garofalo alcuni punti di indagine da approfondire.
Indiscrezioni annunciavano "clamorosi sviluppi" a Trapani, poi improvvisamente l' inchiesta è finita a Palermo. E qui, in Sicilia, intanto nessuno ha più notizie di Francesco Cardella da parecchi mesi. L' ultima volta - alla vigilia del Natale scorso - era stato avvistato in un albergo di Lugano. Poi è sparito. Qualcuno dice che sia a Malta, qualcuno invece giura che el senor Francisco sia tornato in Nicaragua per curare i suoi affari e quelli dei suoi amici: nelle banche, nei casinò, nelle compagnie di trasporti e di navigazione, nelle agenzie di pubblicità e in tante altre attività che i magistrati stanno cercando di scoprire. - Attilio Bolzoni

Arresti alla Saman
22 Luglio 1996
Arrestati per ordine della Procura di Trapani, come presunti esecutori materiali dell'omicidio di Mauro Rostagno, Massimo Oldrini, Giuseppe Rallo, Luciano Marocco e Giacomo Bonanno, mentre un altro, Giuseppe Cammisa, è latitante. Tutti sono ex tossicodipendenti e ex ospiti della comunità Saman di Valderice, l'ultimo è accusato da Rosario Spatola di essere trafficante di droga con legami con la mafia. Arrestate anche per favoreggiamento la compagna di Rostagno, Chicca Roveri, e Monica Serra, la ragazza che si trovava sull'auto guidata da Rostagno e che rimase illesa, e contestato lo stesso reato a Francesco Cardella, fondatore della comunità, irreperibile all'estero. Per quest'ultimo viene ipotizzato il ruolo di mandante.
L'ipotesi della Procura è che il delitto sarebbe maturato all'interno della comunità a causa dei contrasti tra Rostagno, Cardella e alcuni ospiti, tra cui Luciano Marocco, per qualche tempo nuovo compagno di Chicca Roveri, perché Rostagno si sarebbe accorto che dentro la Saman si spacciava e che il denaro dei contributi pubblici veniva utilizzato per altri scopi. L'indagine si è avvalsa di alcuni testimoni che hanno visto e riconosciuto gli occupanti delle due macchine, una che seguiva e l'altra che ha bloccato quella di Rostagno la sera del delitto.
Nei giorni successivi gli ex compagni di Lotta continua di Rostagno e della Roveri contesteranno la decisione del Tribunale di Trapani. Da più parti si sottolinea che l'eventuale pista interna non esclude la responsabilità della mafia.
Dall'estero Cardella, per mezzo di un fax inviato all'Ansa, nega ogni addebito. Chicca Roveri e sua figlia Maddalena lo invitano a tornare in Italia per dire tutto quello che sa, ma Cardella fa sapere che non tornerà se prima non verranno liberati tutti i detenuti.

Dagospia entra in azione
Stamattina leggo su Dagospia:
"(...)Sulla problematica del latitante Craxi non ricordo di particolari indagini dell'autorità sull'effettivo proprietario o gestore dell'aereo che sembrerebbe il mezzo utilizzato da Craxi per raggiungere Hammamet.(...)", dice l'avvocato (di Stefania Craxi) Roberto Ruggiero.
Di chi era quell'aereo?
La domanda è molto interessante, e andare a cercare il proprietario di quell'aereo, potrebbe essere oggetto di una bella inchiesta televisiva, ma ultimamente sembrano andar di moda il raschiamento del barile, il rimestamento del torbido, la scoperta dell'acqua calda e il lancio delle idee (poche ma confuse) o altri sport di pari olimpicità...
Io ho un'idea piuttosto precisa, insomma: ho in testa un nome e un cognome. Ma mi metto su Internet per cercare qualche notizia in più...
Sarò fortunato, ma mi ci vuole poco a trovare un articolo del Corsera del 1996 che smentisce Ruggiero:
su quell'aereo vi fu una rogatoria del PM Davigo alle autorità francesi, che è poi entrata tra gli atti del processo Enel (e dunque è pubblica e depositata, se l'avv. Ruggiero se la vuole andare a rileggere). L'articolo stesso s'intitola:
LE INDAGINI SUI PRESUNTI VIAGGI ALL' ESTERO DOPO IL DIVIETO DI ESPATRIO
Craxi, i voli misteriosi
Aereo noleggiato, tra gli amministratori spunta Pietrostefani. Compagnia gestita dall' ex di Lc e da dirigenti di " Saman "
Tra quei "dirigenti di Saman" si cita Francesco Cardella, che in un'intervista di Claudio Sabelli Fioretti del 2003, tra le molte cose interessanti, racconterà:
"(...)A proposito di aereo.
"Certo, il fantastico aereo con il quale spupazzavo Craxi aiutandolo a eludere le difficoltà della latitanza…"
Tutte balle naturalmente.
“Bisogna parlare di Pietrostefani. Quando muore Rostagno si presenta da me Pietrostefani e mi dice: "Guarda Cardella che tutta questa roba, la Comunità, è nostra". "Come sarebbe a dire vostra?", dico io. "È di Lotta Continua, Mauro era di Lotta Continua, quindi l’ha lasciata a noi", dice. E io: "Siete scimuniti e non mi rompete il cazzo". Passa un giorno e Pietrostefani torna e dice: "Mi fate lavorare con voi?" E io gli dico: "Perché no?" e gli affido la nuova comunità calabra".
L'hai presa alla lontana.
"Io volevo internazionalizzare Saman, avevo aperto in Francia, avevo fatto una società a Malta, avevo comprato due navi in Finlandia come base di appoggio per una operazione in Somalia. Insomma un aereo ci serviva. Spendevamo 700 milioni all'anno di biglietti aerei. Qualcuno me lo disse. "Ma perché compri questo aereo? Sarà la tua rovina". Avevano ragione. Io credo che l'aereo sia stato uno dei motivi fondamentali della vampata di odio, di gelosia, di invidia che mi ha investito. Insomma a gestire l'aereo era una società che faceva capo a Pietrostefani".
Prendendola molto alla lontana, potremmo infilare il nome di Cardella in una collana di "discepoli" di Craxi, come fa per esempio il buon Travaglio.
Per chi ha seguito questo blog, il nome di Cardella è legato alla vita (e secondo alcuni alla morte) di Mauro Rostagno...
al sottoscritto sarebbe piaciuto cercare di più "chi l'ha visto" Cardella...
Ma per prenderla "molto alla vicina", per cercare "chi l'ha visto?" Cardella, ho trovato una notizia fresca fresca, esattamente qui, dove si riprende un articolo del "Secolo XIX" dal titolo "Hammamet, piange l'Italia di vent'anni fa". Data: 18 gennaio 2010, l'altroieri!
Vi si legge, tra l'altro:
"(...)L'Italia di vent'anni fa è Francesco Cardella, faccia da tagliagole cinematografico, ad Hammamet come ambasciatore del Nicaragua: «Il presidente ha voluto che venissi qui per onorare la memoria di chi ha tanto aiutato il popolo nicaraguense?». Il nome del presidente, perdoni? «Un attimo, mi faccia pensare. Ah, sì: Daniel Ortega Savaeda».(...)"
Dunque, Cardella è tra coloro, famigliari e famigli, che hanno commemorato/stanno commemorando Craxi ad Hammamet in queste ore!
Acc... datemi un aereo che volo ad Hammamet!
Si potrebbe partire da lì, dalla Tunisia, dal Nicaragua e le sue ambasciate... verificare dove risiede e se davvero riveste un ruolo pubblico, Cardella. E così poi magari chiedere direttamente a lui, notizie su quell'aereo...
Oppure si potrebbe andare in Francia, a cercare Pietrostefani (latitante, condannato con Bompressi e Sofri a 22 anni per l'omicidio Calabresi), e chiedere a lui...
E già che ci siamo, una volta trovati, farsi raccontare tutto di Mauro Rostagno, uno che conoscevano bene...


Francesco Cardella
TRAPANI - Francesco Cardella è ormai molto lontano. In Nicaragua, dove si è rifugiato da anni, la condanna a 3 anni e 8 mesi per truffa e peculato che la Corte di Cassazione ha reso definitiva difficilmente lo raggiungerà, (con l'indulto voluto da Veltroni e Berlusconi, Cardella come Gaucci, sono potuti rientrare, completamente puliti). Ma per Saman, la comunità terapeutica, fondata in contrada Lenzi insieme a Mauro Rostagno, il giornalista-sociologo lì assassinato nell’88 da killer di Cosa nostra e mandanti rimasti occulti, la sentenza mette la parola "fine" ad una brutta storia che ha trasformato l’associazione nata nel 1981 per il recupero dei tossicodipendenti in una holding mondiale con una ventina di sedi in Italia e in Europa, interessi e centri da Malta all’Ungheria.
Un impero che, subito dopo la morte di Rostagno, Cardella era riuscito a mettere in piedi grazie ai contributi ricevuti da Presidenza del Consiglio, ministeri ed enti locali. La Saman del "guru" arancione Francesco Cardella, acquista navi, vende aerei, compra castelli in Francia, riesce a farsi assegnare terre confiscate a quei mafiosi che Rostagno denunciava tutti i giorni dai microfoni di una tv locale.
Hanno amici e protettori che contano gli animatori di Saman, Francesco Cardella e Chicca Roveri, a cominciare da Bettino Craxi. Fino a quando arrivano i guai: truffa e peculato. I magistrati scoprono che Cardella ha usato per tutt’altro scopo i finanziamenti pubblici e che ha usato a fini personali le carte di credito e i conti dell’associazione. Un peculato da 60 miliardi. E finisce agli arresti insieme alla Roveri. Poi arriva l’indagine a suo carico anche per l’omicidio Rostagno. Ma la pista dei dissapori interni alla Comunità non trova sbocco, viene accreditata la pista mafiosa e l’inchiesta a carico di Cardella e della Roveri viene archiviata.
In primo grado Cardella viene condannato per truffa e peculato a sette anni di reclusione. Condanna ridotta in appello a tre anni e otto mesi perché nel frattempo il reato più grave, quello di truffa, viene prescritto. Cardella spicca il volo per il Sudamerica sperando in un annullamento in Cassazione. Che invece conferma la condanna.
Il presidente della "nuova" Saman, Achille Saletti, non nasconde la sua soddisfazione: «Giustizia è fatta. Questa sentenza pone fine a una decennale vicenda che ha visto Saman sull’orlo della chiusura e del commissariamento, e che dà ragione a chi allora decise di estromettere il ‘guru’ Cardella dalla direzione di Saman».
Dirittiglobali.it

Ripercorriamo la morte di Rostagno

La sera del 26 settembre del 1988, Mauro Rostagno fu ucciso a colpi di fucile.
Era torinese di nascita ma trapanese d'adozione e di morte. Trapani, la città a cui si era dedicato, dopo anni di attività sociale, lo uccise in una buia serata di settembre.
Dopo essere stato il leader carismatico del movimento studentesco trentino, aver co-fondato Lotta continua a Torino, e aver abbracciato il credo del Baghwan in India, Mauro Rostagno si ritirò in Sicilia, e vicino a Trapani fondava ''Saman'', una comunità per il recupero dei cosiddetti tossicodipendenti.
A Trapani, inoltre, da una piccola emittente televisiva locale (RTC), Rostagno inventatosi giornalista, denunciava il malaffare della provincia, con uno stile ironico e pungente e facendo nomi e cognomi dei mafiosi e dei collusi con la mafia, spesso insospettabili o persino rappresentanti della amministrazione pubblica. Lo faceva senza paura.
La popolazione locale imparò subito ad apprezzare ''i programmi'' di quel loro concittadino venuto dal Nord.

La buia sera del 26 settembre, Mauro Rostagno veniva freddato nelle campagne di Lenzi, un borgo tra la montagna solitaria e un mare dove in lontananza sembra quasi affondare la città di Trapani.
Sin dall'inizio la stampa suffragò la pista mafiosa, ma in seguito gli inquirenti ritennero che il delitto fosse maturato all'interno della comunità stessa. Si disse anche che ad armare la mano di qualche giovane ospite di Saman fosse stato Francesco Cardella, proprietario della struttura della comunità che aveva usato per i suoi loschi traffici, appoggiato dalla dirigenza dell'allora imperante PSI, e i cui interessi nel traffico di tangenti, armi e droga potevano essere stati scoperti da Rostagno. Qualcuno disse che la regia e/o la complicità nel delitto, potessero essere attribuiti a qualche ex Lc, alla vigilia della imprevedibile deposizione di Rostagno al processo Calabresi, oramai chiuso.
Ipotesi, solo ipotesi che negli anni sono state via via escluse. Negli anni è caduta la ''pista interna'' alla comunità Saman, dove Mauro Rostagno viveva con la sua compagna Chicca Roveri in mezzo a tossici che trafficavano. Sepolta per sempre l'ipotesi ''rossa'', qualcuno di Lotta Continua mandante dell'omicidio alla vigilia di un interrogatorio del processo Calabresi. Sfumati i forti sospetti sugli 'affari' internazionali del guru Francesco Cardella e della sua corte. Sempre più nebulose e incerte le ipotesi sulla compravendita di armi pesanti e anche quelle sul riciclaggio dei soldi di Tangentopoli.

Dalla fine degli anni '90, che il ''delitto Rostagno'' fosse l'ennesimo omicidio di mafia era rimasta l'ultima ipotesi. Quel giornalista ''tanto speciale'', barbuto, simpatico e con la camicia bianca, era stato l'ennesimo giornalista ucciso dalla mafia. Perché in Sicilia ci furono anni nei quali fare il giornalista era pericoloso tanto quanto fare l'artificiere.
Assassinato per volere del boss Vincenzo Virga, un mago in materia di appalti, con le mani in pasta nella politica, che è buon amico dei potenti della città più 'svizzera' dell'isola, la Trapani delle cento banche e delle mille finanziarie.
''E' stato lui a organizzare tutto... dopo che i suoi amici di Mazara del Vallo gli chiesero la cortesia di farlo fuori perché stava sulle scatole a Mariano Agate... non sopportavano Rostagno per i commenti che faceva ogni giorno dalla sua televisione... dissero a Virga di uccidere Rostagno, toccava a lui perché Trapani era il suo territorio''. Questo aveva confessato nel 1997 il pentito Vincenzo Sinacori ai magistrati. Da allora si sviluppa per la prima volta l'investigazione verso Cosa Nostra. L'inchiesta è trasferita: da Trapani alla Procura antimafia di Palermo. Si ricominciò tutto daccapo. Un'altra volta. Dopo i depistaggi, le 'dimenticanze', le frettolose archiviazioni, le sbandate investigative, gli errori giudiziari, il 'caso' finisce in mano del sostituto procuratore Antonio Ingroia.

Negli anni dell'omicidio Rostagno ne hanno parlato i pentiti Francesco Marino Mannoia, Francesco Milazzo, Giovanni Brusca. Nel fascicolo sulla morte mafiosa del giornalista entra alla fine anche il racconto di Angelo Siino, il famoso ministro dei Lavori pubblici della mafia siciliana. Siino racconta ai magistrati che lo sapeva anche lui di Cosa Nostra e del 'problema' che i suoi capi avevano a Trapani. Il ricordo di Siino è proprio alla vigilia del delitto: ''Mi sono mosso per salvarlo, non volevo che si facesse troppo rumore con quell'omicidio...''.

Delitto di alta mafia a carico di ignoti. E' questo ancora oggi l'omicidio di Mauro Rostagno, che si trova ad un passo dall'archiviazione per scadenza dei termini.
A 17 anni dall'omicidio la sorella di Mauro, Carla Rostagno, ha chiesto ad Antonio Ingroia e al giudice Marcello Viola, i magistrati palermitani eredi dei 34 faldoni trasmessi dai loro colleghi trapanesi, d'indagare ancora.''L'inchiesta ha troppi vuoti, ci sono testimoni mai ascoltati e reperti mai cercati...''.
E' il giallo delle registrazioni di Mauro Rostagno che non hanno mai trovato. Registrazioni che sono scomparse subito dopo l'omicidio e che Rostagno teneva sempre nella sua borsa. Poi ne sono sparite altre, in più circostanze. In quelle cassette ci potrebbe essere, forse, il movente di uno dei grandi delitti siciliani, un altro di quei casi ''a carico di ignoti''.
Le prime sono quelle che suo fratello non lasciava mai dalla fine di quella primavera del 1988. ''Pressappoco dai giorni in cui parlò con il giudice Falcone'', ricorda la sorella Carla. Una era una cassetta audio e l'altra era una cassetta video con su scritto ''Non toccare''. Qualcuno sospetta che su quei nastri ci siano le immagini di un traffico d'armi, un filmato girato segretamente tra il giugno e il settembre dell'88 all'aeroporto abbandonato di Kinisia, che è a qualche decina di chilometri da Trapani. Probabilmente quelle cassette le hanno prelevate i killer.

Ma ce ne sono altre quattro che non si trovano più. Sono quelle che Caterina Bulgarella, l'editrice di RTC - la televisione che Mauro dirigeva - consegnò tre settimane dopo ai carabinieri di Trapani. Agli atti dell'inchiesta questi nastri non ci sono. Nessuno ne conosce il contenuto. E nessuno ha mai chiesto a Caterina Bulgarella se lei avesse visto o meno quei filmati.
Nella lista delle cassette mai arrivate all'autorità giudiziaria c'è anche un'intervista concessa alla Rai (e mai trasmessa) da Alessandra Faconti, una ragazza della comunità di Saman che era molto vicina a Mauro. Il regista la consegnò sempre ai carabinieri ma dalla caserma non arrivò mai in tribunale. Un maresciallo ricordò inizialmente di averla ricevuta, in un secondo tempo precisò ''che era stata
consegnata ma non direttamente a me''.
Tanti ''buchi'', tanti reperti introvabili. Come quelle bobine, le intercettazioni telefoniche ordinate qualche mese dopo il delitto sulle utenze della comunità Saman gestita da Francesco Cardella. Sparite alcune conversazioni.

Elementi buoni affinché l'inchiesta non venga chiusa, dice Carla Rostagno, che ha deciso di chiedere un'altra indagine dopo un viaggio a Trapani, per riprendersi quasi 3 mila videocassette sepolte in un magazzino, dove c'era RTC. Tutti gli interventi di suo fratello. Videocassette lasciate a marcire per troppi anni e ritrovate da una studentessa che sta preparando una tesi sul ''caso Rostagno e la stampa''.
Ma come finirà l'inchiesta? ''Sono pronto a riprenderla se il gip dovesse ordinare nuovi accertamenti, mi sono fermato per la scadenza dei termini'', spiega il sostituto Ingroia. Dopo 17 anni forse si ricomincerà a indagare, come capita spesso in Sicilia quando in troppi vogliono la morte di qualcuno.

Ma passiamo a Mauro Rostagno: “Un delitto in famiglia” lo definì il giudice Garofalo, che curò le indagini per diverso tempo: Rostagno sarebbe stato ucciso a seguito di una sorta di triangolo amoroso che vedeva sua moglie Chicca Roveri essere amante del socialista Cardella, amministratore e finanziatore della comunità “Saman”: Rostagno drogato, scoppiato, sovversivo, forse ucciso dai suoi ex compagni di Lotta Continua o dagli stessi tossicodipendenti della comunità di Lenzi. Per avviare le indagini come delitto di mafia consumato dal mafioso trapanese Virga sono dovuti passare 22 anni e c’è voluta in mezzo la testardaggine del giudice Ingroia.

IN CARCERE PER TRUFFA IL VERTICE DI ' SAMAN'
Repubblica — 15 aprile 1995 pagina 19 sezione: CRONACA
TRAPANI - Le comunità per il recupero di tossicodipendenti "Saman" di Trapani, Milano, Torino e di altre città italiane sono allo sbando. Un' inchiesta giudiziaria ne ha decapitato il vertice. In galera con l' accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa sono finiti il "padre" fondatore delle comunità, il giornalista Francesco Cardella, 56 anni, la sorella Giuseppina di 44, Chicca Roveri, 50 anni (che fu la compagna del sociologo giornalista Mauro Rostagno, ucciso 7 anni fa a Trapani ndr) e la figlia di Rostagno, Monica di 25 anni. Le accuse sono pesantissime: avrebbero dirottato sui loro conti personali un fiume di denaro, oltre 4 miliardi ufficialmente destinati ad attività sociali e di recupero per gli oltre 600 tossicodipendenti ospitati nelle varie comunità. Una vera e propria "bomba" scoppiata ieri mattina poco dopo mezzogiorno quando dalla Procura della Repubblica di Trapani è partito l' ordine di arrestarli. Dal capoluogo trapanese una squadra di agenti della Digos, della mobile e della Guardia di finanza ha arrestato a Milano nella comunità di via Plinio Francesco Cardella e Chicca Roveri. MONICA Rostagno è stata invece bloccata a Torino dove è responsabile del "centro accoglienza". La sorella di Cardella, Giuseppina, impiegata alle poste, è stata ammanettata a Trapani. Nelle comunità Saman c' è imbarazzo e confusione, da Milano a Trapani i responsabili dei centri di recupero Luigi Pellegrini e Mauro Garinieri, dicono di essere "perplessi". "Non so ancora bene i fatti e le circostanze di questa vicenda - afferma Mauro Garinieri, il responsabile del centro Saman di Trapani - ma non credo che ci fosse la necessità di procedere all' arresto. Altri personaggi (il riferimento è a Vincenzo Muccioli ndr) per fatti ben più gravi hanno avuto la possibilità di restare in libertà e di seguire i loro ragazzi. Noi ne abbiamo 600 in tutta Italia. Forse questi arresti si potevano evitare". Anche a Milano, il responsabile della comunità di via Plinio, Luigi Pellegrini, giudica "allucinante" la vicenda. "Siamo abbastanza allibiti per quel che è accaduto, siamo rimasti tutti senza parole, c' è stato detto che sono stati arrestati per truffa, ma ritengo molto improbabile che Francesco, Chicca, Monica e gli altri abbiano potuto fare una cosa del genere". L' inchiesta della Digos e della mobile, coordinata dal questore di Trapani Giovanni Finazzo, che ha portato agli arresti "eccellenti" delle comunità Saman, prese l' avvio nell' ottobre dello scorso anno dopo un' interrogazione parlamentare di deputati progressisti Giuseppe Di Lello, Luciano Guerzoni e Tano Grasso, l' ex presidente dell' associazione antiracket di Capo d' Orlando. E recentemente il giudice per le indagini preliminari di Trapani, respingendo la richiesta di archiviazione relativa all' inchiesta sull' uccisione di Mauro Rostagno, aveva profeticamente ritenuto che valesse la pena fare luce anche sulla situazione amministrativa della Saman. Una situazione che in passato aveva reso difficili i rapporti tra gli stessi esponenti della comunità. In quell' interrogazione parlamentare rivolta ai ministeri dell' Interno, della Sanità, del Lavoro e della Giustizia i quattro firmatari segnalavano una serie di finanziamenti pubblici miliardari che sarebbero stati spesi allegramente. Si parlava di sperperi e di ruberie in tutte le comunità sparse per la penisola. A Trapani i quattro parlamentari segnalavano tra l' altro che nel ' 92, nel periodo ottobre-marzo, in seguito a progetti finanziati dalla Stato e denominati "piazze d' Italia", "mastro Geppetto" e "raccolta agrumi", ai ragazzi destinatari dei finanziamenti fu fatta firmare una lettera di rinuncia allo stipendio in favore della comunità. E molti di quei ragazzi non erano neanche a Trapani. Lo stesso metodo con altri finanziamenti miliardari sarebbe stato usato a Milano, a Sibari, a Pavia, a Castrovillari. Ufficialmente venivano allestiti corsi di recupero ed attività soltanto sulla carta. Secondo l' accusa il fiume di denaro che doveva essere utilizzato per il recupero dei ragazzi andava invece a finire sui conti personali di Cardella e degli altri arrestati. I parlamentari segnalavano anche che "nei centri Saman i ragazzi soffrono carenze alimentari, igieniche, sanitarie, culturali e di informazione", e giudicavano "insufficienti i risultati di recupero e di reinserimento dei ragazzi ospiti delle comunità. La Digos di Trapani per mesi ha radiografato la documentazione bancaria scoprendo l' intrallazzo. Nei giorni scorsi il sostituto procuratore Mauro Palmeri ha quindi richiesto gli ordini di custodia cautelare che ieri sono stati emessi dal gip Marina Belligrandi. - di FRANCESCO VIVIANO

Sab 03 agosto 1996   Chicca Roveri torna libera. Ha collaborato
Sì alla scarcerazione di Chicca Roveri, no a quella di Monica Serra, la ragazza che il giorno dell'omicidio era in auto al fianco di Mauro Rostagno, il capo della comunità terapeutica Saman. I magistrati siciliani sono infatti convinti che, con il suo ultimo interrogatorio, la vedova di Rostagno abbia dato un contributo fondamentale alle indagini e hanno deciso di rimetterla in libertà.
ansa

Eseguiti gli ordini di custodia cautelare contro il mandante e il presunto killer
PALERMO
Ventuno anni dopo si apre uno squarcio di verità sull’omicidio di Mauro Rostagno, ucciso il 26 settembre 1988. Gli ordini di custodia cautelare eseguiti dalla Squadra mobile di Trapani nei confronti del boss Vincenzo Virga e di Vito Mazzara, già detenuti in carcere, considerati, rispettivamente, mandante e killer del delitto, affermano la netta responsabilità della mafia trapanese. E riconducono il delitto all’attività informativa e martellante di Rostagno condotta attraverso l’emittente Rtc Radio Tele Cinè.

Un mese prima di morire, il giornalista-sociologo, leader della comunità Saman, stava preparando uno scoop. Per i magistrati della Dda Ingroia e Paci che hanno chiesto il provvedimento, il movente è chiaro: «Muovendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di Cosa Nostra e richiamando in termini di speciale vigore l’attenzione dell’opinione pubblica, Rostagno aveva toccato diversi uomini d’onore e generato un risentimento diffuso nell’ambito dell’organizzazione criminale». L’omicidio di Rostagno sarebbe stato quindi deliberato in seno a Cosa Nostra: l’ordine di provvedere - sottolineano gli inquirenti - così come riferito dai collaboratori di giustizia è stato dato dall’allora rappresentante provinciale Francesco Messina Denaro (morto da anni e padre del superlatitante Matteo) e il mandato per l’organizzazione e la materiale esecuzione è stato conferito a Vicenzo Virga.

Rostagno si era fatto dare una telecamera portatile dai tecnici della sua emittente. La cassetta con le riprese la teneva chiusa in un cassetto, in ufficio, e ne aveva fatto una copia che teneva in borsa: fu la prima cosa che i killer cercarono la sera del 26 settembre 1988, dopo avergli sparato. Il commando utilizzò due fucili calibro 12 (uno dei quali esplose tra le mani di un sicario) e una pistola. Otto colpi diretti alla schiena nel buio del piccolo borgo di Lenzi, fra Custonaci e Valderice, nel trapanese. Una perizia balistica ha dimostrato come i proiettili sparati da un fucile siano stati esplosi dalla stessa arma utilizzata in almeno altri tre omicidi di mafia. La Procura ha cercato a lungo di mettere insieme tutti i pezzi del mistero. Il gip Maria Pino già nel novembre 2007 aveva esaminato i 34 faldoni dell’inchiesta e ha concluso che c’è ancora qualcosa da tentare. Sono stati i pentiti ad avere indicato con decisione la pista mafiosa per il delitto Rostagno.
La pista interna alla "Saman", aperta nel 1996 dalla Procura di Trapani, non ha portato lontano. Le accuse nei confronti del ’gurù della comunità, Francesco Cardella, e della compagna di Mauro, Chicca Roveri, sono ormai archiviate. Enzo Brusca ha detto di sapere che Totò Riina era soddisfatto per l’eliminazione di Rostagno. Francesco Milazzo ha messo a verbale la confidenza che gli fu fatta da Francesco Messina: «Per Rostagno abbiamo sistemato tutto». E ha aggiunto: «Il via per l’omicidio era partito dalla Provincia, perchè il giornalista aveva toccato qualche nome importante nelle sue trasmissioni». Il collaboratore Vincenzo Sinacori ha confermato che «all’interno di Cosa nostra trapanese si erano diffuse lamentele nei confronti dell’attività giornalistica di Mauro Rostagno, perchè nei suoi programmi non perdeva occasione di attaccare Cosa nostra».
Quando il pm Ingroia ha chiesto al pentito di precisare di cosa si occupassero in quel periodo le famiglie trapanesi, Sinacori ha detto: «Soprattutto, di traffici d’armi e di droga, ma ci si occupava anche di rifiuti». Forse, qualcuno aveva chiesto ai mafiosi il favore di uccidere Mauro Rostagno? Ritorna il mistero dello scoop mai andato in onda. E della videocassetta non si è trovata neanche a Rtc. Sono rimaste le cassette degli ultimi telegiornali: Rostagno denunciava la mafia, ma soprattutto la malapolitica e la massoneria. Ai magistrati di Trapani, un amico di Mauro, Sergio Di Cori, aveva rivelato: «Mi confidò di un traffico d’armi che avveniva in una pista aerea in disuso. Mi risulta che avesse fatto anche delle riprese con una telecamera». Si tratta della pista dell’allora aeroporto militare di Kinisia, in provincia di Trapani. L’indagine si è subito rivelata complicata, anche per la difficoltà di ottenere notizie dalle autorità militari. Ingroia aveva dato incarico a un consulente, esperto di stragi e servizi deviati, di cercare al Sisde informazioni che potessero confermare ’collegamenti fra la scomparsa di Rostagno e traffici internazionali di armi, con particolare riferimento a quelli fra Italia e Somalià. Adesso la svolta.

Di ADRIANO SOFRI

Vi ricordate di Mauro Rostagno? Ve lo ricordate vivo? Vi ricordate che morì ammazzato? Successe vent'anni fa, il 26 settembre del 1988. Per ricordarvene dovete avere già una certa età, dunque. Se no, bisogna ricominciare tutto da capo.

Pensa il P.M. palermitano Antonio Ingroia che l'indagine sull'assassinio di Mauro Rostagno è completata. Che l'ordine venne dai capi della mafia, e fu eseguito da killer mafiosi. Che la sofisticata perizia balistica affidata al capo della Mobile, Giuseppe Linares, prova che non sparò un fucilaccio maneggiato da balordi, ma armi efficienti; e il confronto, finalmente eseguito, con l'archivio dei proiettili custoditi dai carabinieri, mostra che quelle armi furono impiegate, prima e dopo, in altri attentati di mafia. Che un uomo di Vincenzo Virga interruppe la rete elettrica la sera dell'agguato: era un operaio dell'Enel, e anche l'autista di fiducia del boss mafioso, fu trovato ammazzato otto mesi dopo, poco distante da lì. Che l'auto degli assassini fosse stata rubata a Palermo addirittura sei mesi prima e piazzata in un “autoparco della mafia”, dunque che la decisione dell'omicidio non fosse estemporanea, e tanto meno legata al caso Calabresi, esploso neanche un mese prima, si sapeva da sempre. Si era detto che non poteva trattarsi di un ammazzamento mafioso, dal momento che nessun pentito mafioso ne aveva parlato: bell'argomento, col quale gli assassini “pentiti” di mafia diventavano decisivi non solo parlando, ma addirittura tacendo, “e silentio”. Argomento, tuttavia, falsissimo, perchè a segnalare la matrice mafiosa arrivò un plotone di “pentiti”, e del calibro di Marino Mannoia e di Giovanni Brusca o di Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra. Il boss mandante è, pensa la pubblica accusa, il trapanese Vincenzo Virga, l'autorizzazione finale venne da Totò Riina, gli esecutori sono mafiosi noti. Sarà questa, nel prossimo autunno, la sostanza del processo per l'assassinio di Mauro. Leggetene il resoconto dettagliato di Enrico Deaglio sul numero in edicola di Diario.
Mauro ha una figlia maggiore, Monica, una figlia minore, Maddalena, e un nipotino. Maddalena aveva quindici anni allora, ha trascorso ogni notte di questi vent'anni parlando con quel suo padre seduttore cui assomiglia come un ramo sottile al tronco. Ha scritto un libro, Maddalena, aggiungendoci ogni giorno qualcosa, e rinviandone sempre la fine, anche ora che incombono i vent'anni e i figli dei morti ammazzati riscopron le tombe. Ha appena rinviato, ancora, aspettando di leggere le carte finali di una proroga dell'inchiesta per la quale si era tanto battuta. Sono successe tante cose, nella seconda vita di Maddalena. E' successo, per esempio, che in un'alba del 1996 uno spiegamento di forze dell'ordine andò a catturare sua madre, Chicca, e la portò in galera con l'accusa di complicità nell'assassinio di Mauro. Chicca era la donna della vita di Mauro. Non l'unica: l'unica non è un vanto possibile per i più di noi. La più importante. Il magistrato che ne ordinò la plateale cattura non aveva altro appiglio che la propria stolida vanità. Arrivò al punto di deplorare i sospetti sollevati slla mafia, e quasi scusarsene... Per non farsi mancare niente, quel magistrato mandò un manipolo di armati a cercare Chicca anche a casa mia, la mattina dell'arresto: trovata imbecille e lusinghiera.
L'infamia si sgonfiò presto -non così presto. Lasciò ferite irrimarginabili. Un maestro di giornalismo, uno che mi è caro, commise l'errore di dubitare, e la chiamò Clitennestra. Altri vollero crederci, più compiaciuti. Preferirono, per meschinità liceale o per rancore, immaginare un'orestiade nella campagna di Trapani a un agguato di mafia contro un denunciatore intrepido della mafia. Qualcuno -pochissimi- si accorse subito del disastro, si morse le labbra, se ne scusò. Altri non lo fecero mai. Uscita da San Vittore, Chicca disse: “E' stato terribile. Non auguro a nessuna di essere accusata dell'omicidio del proprio uomo”. Nessuno ha telefonato a Chicca o a Maddalena in questi giorni. Un rubrichista influente del Venerdì di Repubblica scrisse così, intitolando alla “cosca di Lotta Continua” che aveva deciso l'omicidio di Mauro: “Se pure avevano una coscienza, più o meno rivoluzionaria, Sofri e compagni devono averla messa a tacere dai tempi, già sospetti, in cui accettarono di fare i consiglieri della banda Craxi. Dà una vaga nausea assistere allo spettacolo di questi cinquantenni malvissuti, sparsi fra le corti dei potentati italiani, che si ricompattano nell'omertà mafiosa ogni volta che la magistratura riesuma un cadavere scomodo, si tratti di Alceste Campanile, il commissario Calabresi o il povero Rostagno”. Un disgraziato che, stato nel novero variatissimo di amici di Mauro, assicurò di averlo sentito dire che prima o poi avrebbe fatto i nomi degli assassini di Calabresi, ci scrisse su un libro, proclamò che le grandi case editrici ne disdicevano la pubblicazione per le pressioni censorie della lobby di Lotta Continua, e alla fine lo pubblicò con una partecipe prefazione di Marco Travaglio, anche lui entusiasta, in odio a me, che lo disprezzo, di preferire l'idea che Mauro fosse stato assassinato dalla mafia di L.C. piuttosto che da quella di Cosa Nostra.
Prima che alla sua compagna e alla madre di sua figlia, l'assassinio di Mauro era stato attribuito direttamente a noi, allora imputati nel processo Calabresi, e a me: in aula di tribunale, dal difensore della parte civile, Luigi Ligotti, il 24 novembre del 1993.
Avv.Ligotti: “...C'è la morte, ci sono le strane morti di cui parla anche Sofri nei suoi articoli, Andrea Pardo, la Rinaldi. Queste morti misteriose... Anche Mauro Rostagno non è morto per lupara. Non è morto per lupara: è stato fatto tacere! Sicuramente. Ma alla vigilia di un interrogatorio per questi fatti, convocato dal Giudice... Non è morto per lupara. Questa è una storia macabra, ancora da scrivere! Ma questi erano gli uomini: loro mafiosi, perché il loro linguaggio è mafioso /.../ Io dico che la causa della morte di Rostagno -è una mia supposizione- è nei fatti di questo processo, non nella comunicazione giudiziaria: perché non è morto per lupara”.
Avv.Gentili: “Signor Presidente, metto a verbale che abbandono l'aula dell'udienza: il difensore di Sofri abbandona l'udienza perché l'accusa di assassinio a una presunta mafia di Lotta Continua e quindi, indirettamente, allo stesso Adriano Sofri, l'accusa di assassinio di Mauro Rostagno eccede i limiti della difesa di Parte Civile e rende insopportabile ascoltare, criticare una discussione in questi termini...”.
Presidente: “Avvocato Gentili, l'avvocato Ligotti ha fatto un'affermazione e ovviamente se ne assume la sua... se ne assume la responsabilità”.
Nessun avvocato avrebbe potuto per mio conto dire, per qualunque fine di difesa, cose così infami.
Andai a Trapani il giorno dopo. I responsabili di quella Procura emisero un comunicato in cui si negava recisamente qualunque fondamento alle insinuazioni di Ligotti. A distanza di tre anni, nel 1996, mentre Chicca era in carcere, l'Espresso e Panorama pubblicarono il rapporto di un capitano dei carabinieri del Reparto Operativo di Trapani alla Procura trapanese, datato 4 novembre 1992, e allegato da allora, sotto segreto istruttorio, all'inchiesta sull'assassinio di Mauro. Questo:
“Oggetto: -Omicidio in pregiudizio del sociologo Mauro ROSTAGNO.
Sembra necessario segnalare alla S.V. quanto il dott. LOMBARDI / il giudice istruttore dell'inchiesta Calabresi, ndr/ ha dichiarato -in un colloquio informale avvenuto il 3 c.m. con lo scrivente:
-è convinto che l'omicidio ROSTAGNO sia nato nel contesto di Lotta Continua;
-subito dopo aver inviato la comunicazione giudiziaria al ROSTAGNO, era stato avvicinatlo dall'avvocato PISAPIA (figlio del più noto Giandomenico, difensore di fiducia di SOFRI e BOMPRESSI) che aveva chiesto un colloquio del ROSTAGNO con lo stesso magistrato purché tutto si fosse svolto nella più assoluta riservatezza/.../
-due o tre giorni dopo questa richiesta, l'On.BOATO aveva convocato la televisione nazionale per dare l'annuncio del c.d. “caso SOFRI” rendendo vana qualsiasi forma di riservatezza;
-il ROSTAGNO era al corrente di tutte le motivazioni, compresi esecutori e mandanti, concernenti l'omicidio Calabresi;
-il ROSTAGNO aveva rotto i ponti con i suoi ex compagni di lotta e forse aveva intenzione di dire la verità;
-la ROVERI e il CARDELLA sanno tutto sull'omicidio CALABRESI e su quanto il ROSTAGNO aveva intenzione di fare;
-c'è una fonte che, informalmente, ha dichiarato tutto questo;
il MARINO ha detto tutto quanto sapeva.
3. Si consiglia alla S.V. un colloquio con il dott.LOMBARDI per approfondire gli spunti investigativi forniti.
Un cordiale saluto
Cap.Elio Dell'Anna”.

Sulla fabbricazione di questo madornale falso nessun tribunale ha accettato di indagare. Il giudice
Lombardi, istruttore dell'inchiesta Calabresi, smentì tutto con veemenza: peccato che non querelasse anche lui l'ufficiale. Giuliano Pisapia ricordò di aver pubblicamente chiesto che Mauro venisse ascoltato al più presto; e si ripubblicò il testo dell'ultima dichiarazione di Mauro alla sua televisione, il 26 agosto 1988. “Sono stato sbattuto in prima pagina, come si usa dire, a causa di una comunicazione giudiziaria per l'omicidio Calabresi... Ad un mese dalla data della comunicazione, non mi è noto di che cosa sono accusato, in base a che cosa, chi mi accusa... -C'è tempo, non c'è fretta-: questa la voce che mi arriva dal palazzo. Il giudice Pomarici, Pm, è in ferie. Bene. Aspetterò. Ho imparato tante cose nella vita, anche ad aspettare. Ma intanto qualche spiritoso si è fatto strane idee sul nio conto che vorrei subito dissipare. Per esempio, si è fatto l'idea che questa vicenda mi ha messo un bavaglio alla bocca... Insomma, che tutto ciò mi ha dato una calmata. Purtroppo non è così. Non mi sono calmato, perché non ero agitato neanche prima. E non ho sterzato da nessuna parte, perché tendo ad andare dritto per la mia strada, e sono anche cocciuto. Da quasi vent'anni vivo in Sicilia dove ho insegnato nelle università, mi è nata una figlia, ho famiglia, parenti, affetti. Ho messo radici, e non sarà facile a nessuno strapparmele. Non sono 'di passaggio'... Ho intenzione, se Dio m'assiste, di vedere nascere qui i miei nipotini, e di finire d'imbiancare la mia barba e i miei capelli sotto questo sole, in questa terra... Spero sarà fatta luce anche sull'assassinio di Calabresi, e anche su quello dell'anarchico ferroviere Pinelli, che volò giù dal quarto piano di quella Questura. Visto che ne sono imputato, vorrei anche essere sentito. Ma non ho fretta. Coi comodi del signor Pm Pomarici visto che anche lui ha diritto alle sue ferie. E io alle mie. Qualcuno avrà avuto i suoi motivi per tirarmi dentro a questa sporca faccenda. Ho tutto il diritto di sapere chi e perché, poffarbacco. Ed anche di venirne fuori, con totale restituzione dell'onore mio, e quello di Lotta Continua, che se pur lontana, passata e chiusa, è una fetta della mia vita cui non ho motivo alcuno di rinunciare. Grazie. Spero solo che non mi tocchi il destino del mio amico Adriano Sofri, su cui il giudice ha scritto che non ci sono prove, ma anche che non ci saranno neppure in futuro, né si potranno trovare. Beh, allegria”.

Tre anni dopo, al momento dell'arresto della “mantide” Chicca, Ligotti ci riprova. “Le due piste, quella della faida interna a Saman e quella che porta al processo Calabresi, non si escludono a vicenda. Dietro la morte di Rostagno c'è qualcosa di grosso. E la mafia non c'entra niente... Perché insistere sulla mafia? Secondo me continua il depistaggio”. Ligotti è stato l'avvocato di una moltitudine di mafiosi “pentiti” di rango. Quando i pluriassassini mafiosi pentiti da lui patrocinati cominciarono a parlare di Mauro, deve aver cambiato idea. Dopotutto, che cosa c'è di più umano?

Una catena di pentiti. Vincenzo Sinacori ha raccontato di aver partecipato, latitante, a un colloquio a Castelvetrano tra Francesco Messina Denaro e Francesco Messina, che avrebbero assegnato alla cosca trapanese l'incarico di ammazzare Rostagno. Antonio Patti e Enzo Brusca hanno riferito dell'insofferenza di Cosa Nostra per le inchieste di Rostagno contro gli uomini di Riina in provincia di Trapani, e delle felicitazioni di Riina dopo l'omicidio. Francesco Milazzo ha riferito che Francesco Messina gli disse: “Per Rostagno abbiamo sistemato tutto”. Già Francesco Marino Mannoia aveva sentito in carcere "lamentarsi i trapanesi" per quel giornalista che sfotteva i boss. E Giovanni Brusca: "Fu Riina a dirmi che eravamo stati noi...che era stata Cosa Nostra a uccidere Rostagno". Quanto ad Angelo Siino, aveva addirittura detto ai giudici di essersi “mosso per salvarlo, non volevo che si facesse troppo rumore con quell'omicidio...".
Dodici giorni prima di Mauro era stato assassinato dalla mafia trapanese un giudice in pensione, Alberto Giacomelli: perché, raccontò il “pentito” Milazzo, “era arrivato l'ordine di uccidere un giudice qualsiasi”. Mandante: Virga. Per l'omicidio dell'agente penitenziario Giuseppe Montalto, è in carcere, all'ergastolo, Vito Mazzara, già campione di tiro a volo: mandante, anche questa volta, Vincenzo Virga.

Nel 1996, con Chicca in galera, Rossana Rossanda impiegò le parole pertinenti. “Non diceva Rostagno di non volere un ghetto d'oro in un mondo di merda? D'oro non ha avuto nulla. Del resto gliene rovesciano addosso, a lui e ai suoi, a palate”.
Morto Mauro, il giudice del caso Calabresi si premurò di dire che non aveva mai dubitato di una sua implicazione, che l'avviso gli era stato spedito a sua tutela, che il bravo Leonardo Marino aveva fatto il suo nome e qualche altro solo perchè li credeva membri dell'Esecutivo di L.C., e solo finchè sostenne che l'attentato a Calabresi fosse stato votato dall'Esecutivo di L.C... Un episodio di garantismo, diciamo. Scrissi allora: “Se un nesso c'è fra processo Calabresi e assassinio di Rostagno, esso sta nell'influenza che un addebito infamante quanto infondato può aver avuto sugli assassini nel far ritenere Mauro più isolato e debole”.

Naturalmente, tutte le architetture che, in odio a me e a noi, o per amore di torbide perquisizioni dell'intimità altrui, o in antipatia a Claudio Martelli che, come altre mille persone perbene, aveva denunciato la matrice mafiosa, si entusiasmavano di volta in volta della “mafia di L.C.” o della “mafia domestica” e della vedova nera, non erano solo infami: erano rotondi depistaggi in favore della mafia propriamente detta. Del resto noi, io stesso, non ci attenemmo ad alcun partito preso. Non escludemmo alcuna possibilità, tranne quelle che sapevamo impossibili: noi stessi colpevoli verso un nostro compagno e amico dei più cari, o la sua compagna. Dovemmo chiederci -dovrebbe farlo chiunque- che cosa sarebbe successo se fosse stato ammazzato uno di noi: quale mucchio di immondezze si sarebbe smosso per saziare i vili e gli invidiosi. A questo odioso compiacimento cedettero purtroppo anche persone aceccate da un amore geloso per Mauro. Diventò penoso muoversi in questo intrico di ferite e sospetti e affetti traditi: Maddalena è riuscita a non ripiegare mai di un passo. Depistaggio era stato, e deliberato, fin dall'inizio. La tesi che oggi viene fatta propria dal rinvio a giudizio di Ingroia era stata dall'inizio perseguita da poliziotti come Rino Germanà, il vicequestore che nel 1992 sfuggì rocambolescamente e arditamente all'agguato di Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano sul lungomare di Mazara. E all'opposto, la tesi sul torbido intreccio intestino di amanti e affari era stata pervicacemente sostenuta, a scapito di indagini serie, e anzi in pro della cancellazione delle prove, da uomini dei carabinieri. (Non dico “dai carabinieri”, e non solo perchè le generalizzazioni sono per principio da evitare, ma per la lezione amara di questi anni, sulle rivalità nell'Arma e i loro esiti drammatici per il destino di tanti suoi uomini di punta). Il maggiore dei carabinieri Nazareno Montanti, che per primo si occupò dell'indagine a Trapani, nel 1996, diventato colonnello, all'epoca dell'arresto di Chicca, si vantò coi giornali: “Scartai subito la pista mafiosa... Dietro a molte morti che sono passate per storie di corna c'era Cosa nostra, dietro a tante storie che si diceva di mafia c'erano le corna”.

E ora, per il caso che una ventenne legga queste pagine, ripubblico da un altro anniversario qualche segno particolare di Mauro vivo. Era nato il 6 marzo 1942, aveva quarantasei anni, chissà quante vite avrebbe avuto ancora. Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte, le vite che abbiamo in offerta. In una era stato un leader del ´68, come si dice, ironico, geniale, seducente, spavaldo e musicale.
Fra gli acquisti senz´altro importanti di quella stagione sta l´amicizia. Ogni tanto succede che le persone diventino amiche dentro larghi e trascinanti cambiamenti del loro mondo, sicché un ideale e un sentimento comune, giorni e notti condivisi, suscitino in loro un´intimità di pensieri speranze e gesti capaci di sopravvivere alla fine della consuetudine, al mutamento dei pensieri e dei gesti, e anche al mutamento di sé.
Così ero amico di Mauro, benché dopo la liquidazione di Lotta Continua si scegliesse vite così differenti dalle mie che potevamo riderne allegramente a ogni incontro. Fu inquilino della Macondo milanese e notturna, arancione di Poona, bianco della Comunità di Saman, pedagogo della "scuola del Sud", denunciatore intrepido della mafia siciliana, e chissà quante cose ancora che non ho saputo. Quando tanti amici venuti da tutte quelle vite seguirono in una Trapani stupefatta il funerale di Mauro io mancavo, perchè ero agli arresti, accusato di aver fatto da mandante di un altro omicidio. Andai alla tomba di Mauro a novembre. E´ in un camposanto di Valderice, in cima a uno sperone, dirimpetto a Erice. Ci tira vento, e la vista spazia sul mare omerico e le isole. E´ strano come sia difficile comprare dei fiori freschi a Trapani: o sarà perché ce ne sono già dovunque. Vanno forte i fiori artificiali. Ma nonostante il novembre i campi attorno erano pieni di iris selvatici e di calendole arancioni. Andai poi a visitare la sua stanza, a guardare i suoi pochi libri - io avevo, nel frattempo, accumulato migliaia di libri - a guardare le cassette delle sue intrepide denunce televisive contro i mafiosi, ad abbracciare Monica, la sua figlia di quando aveva avuto vent´anni, e Maddalena, che era nata dentro Lotta Continua e ora aveva quindici anni e un cane pastore bianco con la coda dipinta di azzurro. C´era, ospite della comunità, una ragazza autistica di nome Veronica, una specialmente sensibile e intelligente, di cui Mauro si era preso più cura. Veronica comunicava solo attraverso brani di canzoni scelti dentro una sua pila di dischi. Quando seppe della morte di Mauro, Veronica mise su la canzone che dice: "Signore, è stata una svista, abbi un po´ di riguardo per il tuo chitarrista".
Mauro aveva avuto paura di essere brutto, da bambino. Venuto il momento si era fatto crescere la barba per nascondercisi dietro, e aveva scoperto di essere bello, e somigliante al Che - o piuttosto, mi sembrava, a un moschettiere della regina. Alle elementari, raccontava, "avevo difficoltà a esprimermi, ero balbuziente, ero bravo negli scritti ma non negli orali". Da grande diventò, a Trento e nelle assemblee di tutta Italia, un leader carismatico e un oratore smagliante. Negli scritti andava meno forte, ma per un´impazienza ai pensieri troppo ordinati e pettinati. Piuttosto, era un magistrale coniatore di slogan - e in qualche angolo scriveva poesie.
Suo padre aveva suonato per diletto la chitarra classica, lui alla fine la ereditò e ci cantava sopra, un giorno la regalò a un giovane della comunità perché gli era simpatico. Quando morì Jimi Hendrix Mauro faceva il giornale di Lc e pubblicò una sua foto e la didascalia: "Suonava e cantava da dio. Morto a 24 anni per eccesso di droga. Con lui i padroni hanno vinto". Del mimetismo, che era il contrassegno della nostra "militanza", era un vero maestro. Poteva diventare un operaio (lo era stato), uno studente di sociologia, un docente di sociologia, un proletario occupante di casa di Palermo - restava maschio, naturalmente: questo fu il limite insuperato del nostro mimetismo.
"Ci spiegava le cose che facevamo in un modo così bello che noi non avremmo potuto accorgercene", avrebbero detto gli antichi operai della Philips di Monza, in una serata dedicata al suo ricordo. Era un poliglotta politico, parlava con entusiasmo e applicazione il dialetto di un operaio delle valli trentine, o il brianzolo, o il palermitano. In Sicilia, dove si era trasferito a fare il dirigente di Lotta Continua, guidò una clamorosa occupazione popolare, a partire dallo Zen, nella cattedrale di Palermo, conclusa con una specie di adesione dello stesso cardinale arcivescovo.
Mimetico, Mauro era però inimitabile. Le sue idee erano inservibili senza di lui, fantastiche in lui. Le sue idee erano meno importanti di lui: ci sono persone per le quali è vero il contrario, e non hanno da starne allegri. Più delle idee esplicite, c´era nel trascinante mimetismo di Mauro qualcosa che contava di più, e durò sempre: un lancinante desiderio di essere amato. Conquistava gli altri perché voleva essere amato, e intanto era prodigo di sé. Più tardi fu pronto a deplorare il leaderismo e il maschilismo di allora, e a rimpiangere di non essere stato più amato "per sé".
Era trionfalista, come noi allora: e anche spaventato e allarmato, come noi. A differenza della maggioranza di noi, illusi che la maturità della lotta di classe tenesse l´Italia al riparo dal flagello della droga, sapeva che cosa sarebbe successo - era già successo. Quando salutammo la rivoluzione che non avevamo fatto, e ci salutammo reciprocamente, se ne andò con una tristezza ma senza risentimenti. (Venne a cercarmi una volta in piena notte, da un´altra città, per dirmi che aveva avuto un pensiero urgente: che io non ero stato un padre in Lc, ma una madre. E ripartì). A Trento, aveva festeggiato i vent´anni del Sessantotto con un discorso pubblico in cui spiegava che eravamo stati sconfitti, e aggiungeva: "Per fortuna". Infatti, l´abbiamo scampata bella.

CARDELLA STORY DA EDITORE PORNO A MISTICO GURU
Repubblica — 16 aprile 1995 pagina 6
TRAPANI - La sua Bentley nera fiammante non si vede in giro da più di un anno. Altri tempi quelli in cui la lunga barba brizzolata di Francesco Cardella e la pelata del suo amico Bettino Craxi battevano le polverose strade del Trapanese, a bordo della lussuosa auto del fondatore di Saman, per il tour elettorale del segretario socialista. Morto Mauro Rostagno, travolti da Tangentopoli gli amici Craxi e Martelli, da qualche tempo anche Francesco Cardella aveva optato per una sorta di "buen retiro" lasciando la comunità fondata nella natìa Trapani nelle mani della sorella Giuseppina, impiegata alle poste, così come il padre. Lui, a 54 anni, vent' anni dopo la folgorazione della filosofia "sannyasi", si era stabilito in una palazzina barocca nel centro di Milano, lì dove venerdì lo hanno arrestato. Dicono che negli ultimi mesi il "guru" di Saman fosse molto cambiato, che fosse persino diventato amico di Vincenzo Muccioli, il nemico storico del fondatore di una comunità che con San Patrignano aveva veramente poco da spartire. Una storia davvero imprevedibile quella di Francesco Cardella, smanioso - da giovanissimo - di lasciare Trapani per raggiungere traguardi più ambiziosi di quelli che una piccola città di provincia poteva offrirgli. Con 110 e lode e la pubblicazione della tesi di laurea in scienze politiche all' università di Palermo, decide di lanciarsi nel mondo del giornalismo. Collabora con il giornale L' Ora, poi diventa professionista a Telestar. Poi fiuta il suo primo "affare" e vola a Milano dove rileva la rivista Abc che trasforma in un giornale erotico. E' un successo che lo spinge ad osare di più, portando in edicola un filone porno. Cardella è un giovane sveglio e ambizioso, sa che le amicizie giuste possono portarlo lontano. Ha poco più di trent' anni quando l' architetto Francesco Panzeca gli presenta Bettino Craxi. Con il leader socialista è feeling a prima vista, sarà anche testimone di nozze di suoi figlio Bobo. La scalata di Cardella nell' alta società milanese prosegue con il matrimonio con Raffaella Savinelli, figlia del noto industriale della pipa. Con lei, Cardella va in India. Un viaggio fatale. Il giovane arrampicatore si converte alla fede "sannyasi", diventa seguace del guru "arancione" Bhagwan Rajneesh, incontra Mauro Rostagno e Chicca Roveri che diventeranno i suoi compagni d' apostolato. Tornato in Italia, Francesco Cardella decide di trasformare un vecchio casale di famiglia, alle falde del monte Erice, nel primo nucleo di Saman, comunità "per la cura di tutti quelli che hanno difficoltà a vivere". Con la "catarsi" della filosofia arancione, spinge i tossicodipendenti a liberarsi dalla droga. Alla fine degli anni ' 80 i suoi buoni uffici con i vertici del Psi gli aprono la strada per una pioggia di contributi pubblici alle sue comunità che intanto si sono moltiplicate. Ci sono soldi anche per comprare uno yacht, per avviare una serie di società nel settore dell' editoria, dell' edilizia, dell' elettronica, dell' agricoltura. Il 26 settembre dell' 88 l' omicidio di Mauro Rostagno cambia le cose. Su Saman arrivano le prime ombre, Cardella si allontana da Trapani e affida la comunità alla sorella Giuseppina che avvia il progetto per l' apertura di un reparto per i malati di Aids. Venerdì, le manette che aprono un nuovo capitolo nella storia di Saman. -
al night club Josephine, ritrovo dei due diversi clan della comunità di Los Italianos: cioè il gruppo dei rivoluzionari e quello - arrivato in Nicaragua pochi mesi fa - dei craxiani, come l'ex guru della comunità per tossicodipendenti Saman, Francesco Cardella, e Gabriele Pillitteri, fratello dell'ex sindaco di Milano. Cardella, che secondo i giornali locali ha investito in Nicaragua un milione di dollari, è sotto indagine per aver acquistato un passaporto falso. Vive circondato da una piccola corte di ex dirigenti di Saman nel quartiere Villa Fontana, il più lussuoso di Managua.
Amico personale di Craxi, condannato in Italia per truffa aggravata ai danni dello Stato e in questi giorni di nuovo sotto processo con la stessa imputazione, Cardella al contrario degli ex brigatisti non ha il passaporto nicaraguense. La sua è una situazione più precaria. «Presto se ne dovrà andare.
Credo che abbia scelto un altro Paese dei Caraibi, qui vicino», confida un suo amico. Cardella, inizialmente, voleva finanziare la campagna elettorale di Alvaro Robelo, fondatore del partito Arriba Nicaragua, candidato alla presidenza e cittadino italiano. Ma ora i due hanno litigato.
Tra Cardella (a sua volta ex dirigente dell'estrema sinistra) e
gli ex brigatisti ci sono stati diversi contatti. Dicono che frequenti
Enrico Maria Castaldo. Cittadino nicaraguense dal 2 aprile 1990, genovese, militante del gruppo Lotta armata per il comunismo e responsabile di molte rapine e attentati. Castaldo era rientrato in Italia nel 1982 per approfittare della legge sui terroristi pentiti. Poi, sbrigate le pratiche con la giustizia italiana, è venuto
a Managua. Allo stesso gruppo appartiene Daniela Dolce, naturalizzata il 27 marzo del 1990, latitante dal 1986 e moglie del brigatista Fausto Marini. Oggi la Dolce ha un buon lavoro ben pagato in un organismo internazionale di cooperazione. In Italia è accusata di aver custodito la mitraglietta Skorpion con la quale nel '78 vennero uccisi due missini.

Anche un delitto dietro ai contributi per le comunità?
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Gran brutta storia quella che sta emergendo dietro l’assassinio di Mauro Rostagno.
Gran brutta storia non soltanto per il delitto che ha avuto per vittima il fondatore
della Comunità Saman, ma anche per quello che sta venendo fuori dalle indagini sui “perchè” di quella eliminazione. E qui il discorso sulle brutte storie dei retroscena delle amministrazioni delle comunità per il recupero dei tossicodipendenti ci coinvolge tutti. Perché, in pratica, quelle comunità le paghiamo tutti noi con le nostre tasse.
Ho sempre sostenuto che non tutti i guru sono santi e non tutti i santoni sono degne
persone. Ci sono infatti guru benefici ma anche avvelenatori che portano a suicidi
collettivi e anche profeti che teorizzano stragi . Gran maestre di vita, le cronache
sono ricchi di esempi. C’è poi anche chi vede piovere miliardi e subito si sporca e chi cade perchè non vuole sporcarsi. Siamo sicuri che i guai capitati a Vincenzo Muccioli, che poi ne è morto, siano tutti derivati dal pestaggio cui fu sottoposto uno dei suoi “ricoverati”? Sarebbe troppo poco, questo- a parere di molti- per giustificare l’accanimento con cui l’uomo è stato combattuto . Quindi i retroscena di San Patrignano possono entrarci. E anche in maniera pesante. L’ho detto: c’è chi  si sporca le mani,in queste comunità, e chi resta naif e sognatore. Rostagno era tra i sognatori. Mauro Rostagno , dinanzi a quel che stava vedendo incominciò a diventare un elemento scomodo. Non dimentichiamo che dietro queste comunità si muovono miliardi. Miliardi che,o vengono davvero impiegati per curare i tossici, oppure vanno ad impinguare le tasche di chi non ha troppi peli sullo stomaco. E “distorna” con facilità. Si fa presto a diventare personaggi “scomodi” in una vicenda così, quando si vuole restare puliti dinanzi alla marea di marciume che avanza. E si fa presto a diventare obiettivo di delitto quando ci sono anche, a facilitare le cose, centinaia di “motivazioni” per far cadere su altri , con estrema semplicità, tutti i sospetti. In questo caso, poi, c’erano le registrazioni di tutte le trasmissioni di un programma in cui Mauro Rostagno si accaniva contro la mafia al punto da diventare un possibile obiettivo della rapresaglia criminale. Bastava sentirlo parlare in TV, per capire che Mauro Rostagno si stava facendo dei nemici. La comunità in cui poi , per giunta, tutto questo accadeva era in Sicilia, nel cuore di una provincia mafiosa . Trapani, appunto. Ne parlarono in Comunità di questo pericolo-mafia. Così come in altre riunioni si parlò del pericolo-Mauro.
Sì perchè per Franceso Cardella, il guru, che era allora l’”alter-ego” di Rostagno,
l’atteggiamento del “fondatore” poteva soltanto procurare un mancato , e notevole, calo delle sovvenzioni governative. Ma c’è di più. C’è che Mauro Rostagno non soltanto era contrario alla legge che voleva punire i grossi trafficanti, arrivando forse anche a punire i consumatori, ma doveva essersi reso conto che, nell’interno della “sua” comunità c’era chi si arricchiva senza troppi scrupoli. Fino a che punto Mauro Rostagno aveva “capito” quel che stava accadendo? Molto probabilmente aveva capito tutto. Che, nel frattempo, oltre che la comunità Saman , gli stesse anche sfasciando la sua relazione con Chicca Roveri, è cosa che ha allora poca importanza. Ma che ha notevole importanza
adesso. Adesso che il magistrato che conduce le indagini fa sapere che il delitto non ha un retroscena mafioso, ma un retreoscena affaristico. Con sfondo sentimentale. E quando quelli che, secondo la ricostruzione del delitto fatta dal magistrato inquirente, gli esecutori materiali sono stati protetti dalla “vedova” Rostagno, Francesca, detta Chicca,soltanto perché lei voleva depistare le indagini e allontanarle dalla possibilità che venisse coinvolto il suo nuovo “uomo”, Luciano Marrocco E per questo adesso sono in carcere, a San Vittore, sia Chicca Roveri sia il Marrocco. Di tutto questo castello di accuse adesso si discute. Perché molti punti di questa indagine non convincono ancora e perché, nella stessa comunità Saman, c’è chi preferisce tacere. Tra questi c’è Monica Serra che era in auto col Rostagno quando questi fu ucciso e aveva sempre
raccontato di essersi salvata accovacciandosi sotto il cruscotto e di non aver visto
praticamente nulla. Adesso il magistrato sostiene invece che abbia visto tutto, ma che non abbia parlato proprio per restare in vita. E c’è anche in questa vicenda chi preferisce starsene alla larga, in Nicaragua e nemmeno venire a difendersi. Parliamo del guru Francesco Cardella, detto “Cicci”, che è proprio il personaggio che , nella allegra amministrazione della comunità ,più ha affondato le mani. Tra coloro che non dicono tutto ci sono gli ex di Lotta Continua che avevano avuto con Rostagno una comune militanza politica. Dice qualcosa, ma non tutto, anche Renato Curcio ; fa sapere come la pensi anche Sofri , che invita “Cicci” a venire a deporre; viene intervistato anche Enrico Deaglio, ex direttore di “Lotta Continua”, il quale non esita a definire “Cicci” Cardella “un cretino”. Ecco, se c’è qualcosa su cui mi permetto di dubitare, questa è la “cretinaggine” di “Cicci” Cardella. Il quale in effetti tutto è tranne che cretino. Per far capire quale tipo di personaggio sia questo Cardella basterà rifare la storia della sua vita che ha parecchi risvolti romanzeschi. E per capire che , non è un cretino basterà ripetere le parole sue che si definì “pesce di mare aperto”, come a dire squali. “I siciliani” disse Cardella in una intervista, “ o restano pesci di scoglio , che si attaccano al loro piccolo reale e non si muoveranno mai, o diventano pesci di mare aperto , quelli che sentono il bisogno di viaggiare, di vedere, di andare in giro per il mondo. E, questa, è la sorte che è toccata a me”. Di viaggi, “Cicci” Cardella ne ha fatti parecchi. E alcune sono autentici “giri del mondo” , o meglio capriole ideologiche. E’ di Trapani ed è di buona famiglia. Poi , siccome è “pesce di mare aperto” -cioè squalo, nel suo caso- lascia la Sicilia
e si trasferisce a Roma. Torna a Palermo per tentare la strada del giornalismo. Trova però aperta la strada del giornalismo pornografico; il che non è proprio la stessa cosa. Ed è questo tipo di giornalismo che lo riporta a Milano, dove fonda una rivista porno, “Le ore della Settimana” e dove apre una casa in via Santa Maria Segreta dove si riuniscono parecchi bei nomi di quella che era allora la corte di Craxi. Leggi Filippo Panseca, leggi Adelina Tattilo, editrice di Playboy. Poiché “Cicci” Cardella non è tipo da accontentarsi del
tran-tran pornografico, eccolo diventare editore di una rivista che si vanta di essere il primo mensile porno “per i quattro sessi”. Gli piacciono le belle donne e gli piacciono le belle auto. Il che lo porta ad abbandonare la Giulietta rossa per spostarsi, appena può,con una Rolls Royce bianca. Sposa una ex modella, Raffaella, che è figlia del “re delle
pipe” , Savinelli. Ma non è che il matrimonio durerà molto. Infatti Raffaella se ne va in Africa per studiare gli scimpanzé. Il che porta “Cicci” a commentare di non sentirsi geloso perché non c’é un altro uomo nella vita di Raffaella, ma uno scimpanzé. ‘Sono l’unico uomo al mondo” dice “Cicci” Cardella “ad essere abbandonato per uno scimpanzè”.
A lei resta però legato. Tanto è vero che quando lei, passata la passione per gli
scimpanzè, diventa seguace della setta religiosa degli “arancioni” di Bagwan Rajneesh, lui non esita a volare in India per raggiungerla nella città di Poona. Cardella interviene con una certa autorità e la imbarca su un aereo diretto a Roma. Poi fa ricoverare lei in una clinica svizzera. Qualcosa è però successo nel corso di questo suo “blitz” nel mondo delle comunità. Cardella ha preso contemporaneamente coscienza del problema delle sette e del problema delle tossicodipendenze. Intuisce anche che i due problemi possono avere qualcosa in comune. In quel “blitz” ha conosciuto Bagwan .
E da quel giorno cambia nome e si fa chiamare “Prem Francesco” e soprastutto mangia come lui e si veste come lui. Inutile dire che si atteggia anche a guru. E’ quando Bagwan fugge con la cassa (e con la segretaria) e si rifugia nell’Oregon , che “Cicci” decide di lanciarsi con Rostagno nell’avvenbtura della comunità per il recupero dei tossicodipendenti. C’è un contributo statale per ognuno degli ospiti e poi non ci sono contratti di lavoro. Il che significa che tutto quello che la comunità Saman realizza, lo fa con costi minimi. Praticamente nulli. Il segreto del successo delle innumerevoli comunità per il reecupero dei tossicodipendenti sta in questo contributo statale che puntualmente arriva attraverso le prefetture. Più sono i tossici “ospitati” più contributi si riscuotono. E più sono i contributi intascati, più si arricchiscono i guru disonesti. Non ho elementi per giudicare “Cicci” Cardella. Nè questo è il compitro di un creonista. Ma da cronista debbo sottolineare che quel che è stato trovato a suo nome apre le porte a più di un sospetto. Intanto le comunità Saman, con l’appoggio politico si moltiplicano. Diventano addirittura 23. Poi risulta - e lo dice la Finanza- si scopre che Cardella possiede castelli sulla Loira, navi, palazzi a Malta, a Budapest e a Milano. E poi un aereo personale su cui spesso viaggia Craxi. Quando la Finanza accerta la truffa , che coinvolge anche Chicca Roveri che dopo la morte di Mauro Rostagno si è rifatta una vita, Cicci Cardella si trasferisce in Centroamerica.
Forse in Nicaragua. Dove diventa amico di un personaggio discusso, Alvaro Robelo, che fu ambasciatore del Nicaragua a Roma. Ed è attraverso questa amicizia che il “cretino”Cardella diventa ancor più miliardario. Sono sue due isole nei Caraibi, suo un Casinò e una flotta di aliscafi. Si racconta che giri portandosi un giaguaro al guinzaglio e anche che veglino su di lui alcune guardie del corpo che mettono bene in vista i Kalashnikov di cui sono stati dotati.
Adesso Chicca Roveri, dal carcere di San Vittore, gli manda telegrammi per invitarlo a tornare e a raccontare tutto quello che, sul delitto Rostagno , certamente sa. E naturalmente per concertare insieme una linea di difesa dinanzi all’accusa di omicidio. Sperare che un personaggio così , da un Eden caraibico, venga in Italia per farsi arrestare è pia illusione. A meno che non abbia davvero
ragione chi definisce Cicci Cardella “un cretino”.
Autore articolo: Vittorio Lojacono

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Martelli e Ferraro sono stati citati dopo le dichiarazioni rese in aula da Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, nell'ambito della presunta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del 1992.

L'ex ministro della Giustizia, nell'ottobre del 2009, venne interrogato dai pm di Palermo e Caltanissetta, nell'ambito delle indagini sulla trattativa fra Stato e mafia dopo le stragi del '92, condotta dal procuratore aggiunto del capoluogo siciliano Antonio Ingroia e dal pm Paolo Guido, ma anche sulla strage di via D'Amelio, svolta dal procuratore nisseno Sergio Lari e dall'aggiunto Domenico Gozzo.
Martelli, ascoltato a Roma, ha ribadito quanto anticipato in una puntata della trasmissione di Michele Santoro 'Annozero': "Intuii che Borsellino sapesse della trattativa fra Stato e boss per fare cessare la stagione delle stragi - aveva detto - e di recente me lo ha confermato Liliana Ferraro", l'ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia, successore di Giovanni Falcone in questo incarico, dopo la strage di Capaci. Pure la Ferraro è stata ascoltata dai magistrati siciliani, a ottobre, a Roma.
Martelli ha negato di avere ricordato soltanto ora fatti risalenti al 1992: "Avevo parlato in numerose interviste dei miei dubbi sulla formazione del governo Amato, nel 1992, delle pressioni che subii per lasciare la Giustizia e andare alla Difesa, e della situazione di Vincenzo Scotti, che dovette lasciare gli Interni a Nicola Mancino". Ad Annozero Martelli aveva detto - e a ottobre lo aveva confermato ai pm - che Borsellino fu informato dalla Ferraro dei tentativi di Massimo Ciancimino di avere "coperture politiche" rispetto ai contatti e agli approcci con i carabinieri.
Il generale Mario Mori, intervenuto più volte in aula al processo con dichiarazioni spontanee ha, invece, sempre sostenuto di avere appreso della trattativa soltanto dopo le stragi del '92, "nell'agosto del '92" e non dopo la strage di Capaci, come invece sostiene Massimo Ciancimino che da mesi viene interrogato dai pm sulla trattativa.