Debito pubblico americano, parallelismi con i Piigs.

Prendo spunto da un articolo recente del NYT, a firma di DAVID LEONHARDT che
 prende ad esempio la situazione Greca e i parallelismi con quella usa. Ecco come lo riassume l'Ansa, di cui mi fido e affido la sua sintesi in italiano. blog.ilgiornale.it/foa
In sintesi, se ho capito bene, la crisi americana non ci sarà, non perché più virtuosa dei Piigs, ma perché l'America attrae fiducia e consenso finanziario, sulla base della sua crescita economica e aggiungo, sulla potenza militare ed espansionistica, oltre che sulla assoluta indefferenza per le esternalità produttive ed ecologiche. Insomma, arriveranno o no al 140% del pil entro una quindicina d'anni, ma tutto per gli usa andrà bene, mediamente, è chiaro. Ebbene si, è proprio così che andrà, ma la potenza militare non è tutto e si può scalfire e perdere; non sappiamo quando, ma è certo che la storia ce lo insegna. Sicuramente io non ci sarò più da molti anni, ma è sicuro che gli usa sono destinati a farsi fuori da loro stessi, come sempre è accaduto ai grandi imperi. Sono frasi dette e ridette, ma anche la storia è stata scritta e riscritta cento volte uguale a se stessa, nel corso dei millenni, come il cinema, in cui nel tempo, attori differenti impersonano gli stessi personaggi, che assumono nomi diversi, nelle stesse storie. Dunque, più che a una guerra esterna, io credo che ci sarà un'implosione interna, con il dissolvimento della Federazione degli stati americani; che un certo progetto dice essere ormai avviato per saldare in un unico blocco Canada, Usa e Mexico, anche questo una roba che sento dal 1973.
Più in generale, è ragionevole credere che il sistema produttivo depredativo attuale, attuato da tutti, industriali e operai, intellighenzia e potentati, è destinato a terminare sulla base di semplici osservazioni come questa, che vi racconto.
Entro in un negozio di foto ottica, per delle foto tessera e mi accorgo che il titolare sta lavorando a delle fotocopie, di cui ne ha già eseguite delle risme intere di carte. Incuriosito chiedo: ma chi è che usa ancora tutta quella carta, e fa abbattere tutti quegli alberi?
R: si tratta di copie di atti per le delibere dei consiglieri comunali, le fanno da me perché non hanno copiatrici buone come la mia. Me lo dice tutto tronfio.
Ecco, nel 2010, per servire i 30 consiglieri comunali di un caspita di comune qualsiasi, si devono preparare fascicoli settimanali di centinaia di fogli ciascuno, che poi saranno gettati nella spazzatura. Per la gioia delle copisterie, dei fabbricanti di carta e celluloso, per i commercianti in legna, i trasportatori e commercianti di carta  e per i cittadini, che saranno amministrati da gente ben istruita ed informata. Roba da matti; a me hanno spedito da poco un dossier di 3mila pagine sulla gestione di traffici di legname e miniere in Sud America, che ho iniziato a sfogliare mentre ero a pescare sugli scogli, alle 8 di mattina, il tutto con un click sull'iPod, trasferitomi dal Canada. E con un click, l'ho mandato ad altri cinque amici, interessati. Figuriamoci se quelli del comune si possono mettere a leggere atti con un semplice click del telefonino, che si può poi comunque vedere sulla Tv di casa o sullo schermo del portatile, con una semplice chiavetta da 5 euro. Ed esempi come questi sono milioni al giorno, e rappresentano incongruenze, sprechi e dissipazioni a lungo termine, bilanciate da un guadagno attuale, che tutti cercano di non considerare. Vivi oggi e muori
 domani, secondo un adattamento tutto occidentale della filosofia orientale, che invece pensa: vivi nel presente e anche quando muorirai, non avrai paura, se muorirai nel presente, cioè se mediti solo sullo stato presente. Per i pensatori orientali non fa una piega, ma dubito che qui in Occidente si viva nel presente, quando ciascuno pensa a vivere meglio che può e questo meglio è da decine di anni sganciato da una coscienza più profonda ed essenziale, e basato su comportamenti di chi compra una caramella, la scarta e se la gusta, buttando la carta in terra o nel cassonetto, che è quasi lo stesso. E in questo, caro professor Marx, come lei sapeva bene, non c'è alcuna differenza tra operai e sottoproletari, quei sottoproletari cui lei aveva affidato le sorti di un nuovo mondo. Oggi, anche i suoi libri se li mangerebbero, se solo fossero buoni come una caramella, gettandone via la copertina cartonata. No, Prof. Marx, non sono gli operai e tantomeno i sottoproletari a guidare il cambiamento, quanto piuttosto un piccolo nucleo di gente colta, che coome in 1984 di Orwell o in Fahrenheit 451 di Bradbury o in un romanzo simile di Anthony Burgess, in cui a resistere alla massificazione e al controllo, sono una ristretta cerchia di laureati in filosofia, studiosi di teatro e musica antica, accerchiati dai controllori, gente senza nome e volto.  Del resto, a leggere Il Capitale, mi sono fatta l'idea che Marx non avrebbe mai biasimato che i sottoproletari e operai se ne andassero alla Mac Dodald a farsi un bel panino e Coca Cola; erano piuttosto i sessantottini e certe frange dell'intellighenzia della sinistra europea, a sostenere una interpretazione anticonsumistica delle pagine de Il Capitale, concetto del tuutto estraneo al Marx, che invece parlava di sfruttamento di una classe sull'altra. Quello che stiamo vedendo da tempo, con impiegati e operai che se ne stanno seduti sulle spalle dei poveri immigrati e dei precari a tutti i livelli. Giornalisti potentati dell'area ex Pci, ad esempio quelli di Rai3, intoccabili o di altre testate, pagano per la cronaca 3 euro, quei disperati che come collaboratori esterni, sono ridotti a un simile mercimonio di loro stessi. O le vessazioni degli alienati operatori dei call centers, dove manca solo una tizia col frustino; i quali aspirano solo a stabilizzare la loro condizione. Tremendo e mi chiedo: cosa non ha funzionato nelle idee della nuova sinistra, la New Left che ha fondato le linee del Partito democratico americano agli inizi  dei '60, quelle di Mills per intenderci, che parlava proprio delle tematiche dell'alienazione e frustrazione di molti lavoratori della società opulenta americana? Se tutto quello che vedo è l'incontro con il ministro del lavoro affinché intervenga e stabilizzi il loro precario contratto, cioè renda felici questi giovani lavoranti, facendoli stare per 35 anni seduti davanti a un Pc, a rispondere a clienti e utenti astrusi e incacchiati? No, non c'è speranza, qualcosa è andato storto e proprio nella mente delle persone, degli individui e delle famiglie, se questa è ormai la regola. Dunque, signor Marx, torno a rivolgermi a lei, a lei perché ha sbagliato totalmente su chi sarebbe stato in grado di indossare l'abito del rivoltoso e dell'antisistema: gente colta ma non ricca, e comunque in grado di vivere con l'essenziale, non prona a lasciarsi sedurre dalle allettanti promesse e offerte dei tramestoni di turno, come è accaduto a tanti miei ex compagnucci di rivoluzione in LC. Se uno di noi, potesse andare a un programma Tv e andarci costantemente, ogni volta, ad esempio da Santoro, e dire quello che diciamo in questo blog, le cose cambierebbero, ma ovviamente il fatto della nostra presenza significherebbe che il mondo sarebbe già cambiato!
Comunque mi dico, le cose non possono continuare in questo modo, che la gente non è un bidone vuoto da riempire di porcherie, che prima o poi, in un modo o in un altro, qualcosa deve succedere. Succederà?      Di seguito l'articolo del NYT (noi facciamo solo post).
CRISI: NYT, NUMERI DEBITO USA SIMILI AD ATENE MA NON SI VERIFICHERÀ CRISI ANALOGA,PER INVESTITORI USA RIFUGIO

(ANSA) - NEW YORK, 12 mag - I numeri del debito federale americano stanno diventando «paurosamente simili» a quelli della Grecia: gli Stati Uniti, comunque, non si troveranno ad affrontare la stessa crisi di Atene per un’ampia gamma di ragioni, anche se i problemi fondamentali sono gli stessi. Lo afferma il New York Times, sottolineando come per gli Usa il problema non è il deficit di breve termine ma quello di lungo termine. «Quando le società diventano più ricche, i cittadini vogliono scuole migliori, una sanità migliore e altri servizi pubblici. È quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, senza che i cittadini paghino comunque le necessarie tasse. E questa combinazione spinge gli Usa sulla strada della Grecia per quanto riguarda il debito».
Fra i motivi per i quali gli Stati Uniti non si troveranno a dover affrontare una crisi analoga a quella greca figurano, aggiunge il New York Times, il fatto che gli investitori continuano a vedere gli Stati Uniti come un «rifugio grazie alla loro storia di sostenuta crescita economica e flessibilità politica». Il debito federale americano - osserva il New York Times - è previsto salire al 140% del pil in due decenni. E se si includono le difficoltà dei sinogli stati statunitensi il bilancio finale potrebbe essere decisamente superiore. Il debito greco risulta attualmente pari al 115%. (ANSA).

http://www.nytimes.com/2010/05/12/business/economy/12leonhardt.html

Greek Debt Crisis, Some Parallels to U.S.
By DAVID LEONHARDT

It’s easy to look at the protesters and the politicians in Greece — and at the other European countries with huge debts — and wonder why they don’t get it. They have been enjoying more generous government benefits than they can afford. No mass rally and no bailout fund will change that. Only benefit cuts or tax increases can.
In Greece and the United States, citizens expect the government to provide social services like Medicare.
Economix Blog: Conservatives for Higher Taxes (May 11, 2010)
The Twilight of the Welfare State?
What can Americans learn about the entitlement burden from the Greek debt crisis?
Yet in the back of your mind comes a nagging question: how different, really, is the United States?
The numbers on our federal debt are becoming frighteningly familiar. The debt is projected to equal 140 percent of gross domestic product within two decades. Add in the budget troubles of state governments, and the true shortfall grows even larger. Greece’s debt, by comparison, equals about 115 percent of its G.D.P. today.
The United States will probably not face the same kind of crisis as Greece, for all sorts of reasons. But the basic problem is the same. Both countries have a bigger government than they’re paying for. And politicians, spendthrift as some may be, are not the main source of the problem.

We, the people, are.
We have not figured out the kind of government we want. We’re in favor of Medicare, Social Security, good schools, wide highways, a strong military — and low taxes. Dealing with this disconnect will be the central economic issue of the next decade, in Europe, Japan and this country.
Many people, including some who claim to be outraged by the deficit, still haven’t acknowledged the disconnect. Just last weekend, Tea Party members helped deny Senator Robert Bennett, the Utah Republican, his party’s nomination for his re-election campaign, in part because he had co-sponsored a health reform plan with a Democratic senator. Economists generally think the plan would have done more to reduce Medicare spending than the bill that passed. So, whatever its intentions, the Tea Party effectively punished Mr. Bennett for not being a big enough fan of big government.
Or consider the different fates of two parts of President Obama’s agenda. Mr. Obama has unrealistically said that taxes do not need to rise on households making less than $250,000, and this position has come to be seen as an ironclad vow. He has also called for billions of dollars in sensible cuts to agribusiness subsidies, tax loopholes and the like. The news media and Congress have largely ignored these proposals.
The message seems clear: woe unto the politician — in Washington, Athens or London — who tries to go beyond platitudes and show some actual fiscal restraint.
This situation obviously can’t continue, as Robert Greenstein, perhaps the leading liberal budget expert, points out. Mr. Greenstein’s politics make him sympathetic to the worry that all the deficit talk will become an excuse to pull back on stimulus spending while unemployment remains high or to gut social programs. But he also knows the numbers well enough to understand that our Greece moment, whether it takes the form of a crisis or not, is coming.
“Most of the public thinks, ‘If only the darn politicians could get their act together to cut waste, fraud and abuse, and to make tax avoidance go away and so on,’ ” Mr. Greenstein, head of the Center on Budget and Policy Priorities, says. “But the bottom line is, there really is no avoiding the hard choices.”
For Greece and possibly other European countries, change will come from the outside. The countries lending the money for the Greek bailout — chiefly Germany — are demanding big cuts to the welfare state. Greek citizens will soon have a harder time retiring in their 40s.
Here in the United States, we’re likely to have the chance to solve our problems before our lenders demand it. Those lenders continue see the American economy as a safe haven, thanks to our history of strong economic growth and political flexibility.
It is even possible that future growth will make the current deficit projections look too pessimistic. That sometimes happens when the economy is weak. In the wake of the early 1990s recession, for example, almost no one imagined that the budget would show a surplus by the end of the decade. But the main issue isn’t the near-term deficit — the one created by the recession, the wars in Iraq and Afghanistan, the Bush tax cuts and the Obama stimulus. The main issue is the long-term deficit. As societies become richer, citizens tend to want better schools, better medical care and other government services. This country is following that pattern, but without paying the necessary taxes. That combination has us on a course to Greece-like debt.
As a rough estimate, the government will need to find spending cuts and tax increases equal to 7 to 10 percent of G.D.P. The longer we wait, the bigger the cuts will need to be (because of the accumulating interest costs).
Seven percent of G.D.P. is about $1 trillion today. In concrete terms, Medicare’s entire budget is about $450 billion. The combined budgets of the Education, Energy, Homeland Security, Justice, Labor, State, Transportation and Veterans Affairs Departments are less than $600 billion. This is why fixing the budget through spending cuts alone, as Congressional Republicans say they favor, would be so hard. Representative Paul Ryan of Wisconsin has a plan for doing so, and it includes big cuts to Social Security and the end of Medicare for anyone now under 55 years old. Other Republicans have generally refused to endorse the Ryan plan. Until that changes or until the party becomes open to new taxes, its deficit strategy will remain unclear.
Democrats have more of a strategy — raising taxes on the rich and using health reform to reduce the growth of Medicare spending — but it is not nearly sufficient.
What would be? A plan that included a little bit of everything, and then some: say, raising the retirement age; reducing the huge deductions for mortgage interest and health insurance; closing corporate tax loopholes; cutting pensions of some public workers, as Republican governors favor; scrapping wasteful military and space projects; doing more to hold down Medicare spending growth.
Much of this may be unpleasant. But by no means will it doom us to reduced living standards or even slow economic growth. We can still afford to spend more on Medicare — even more per person — than we do today, and more on education, the military and other areas, too. We just can’t afford the unrealistic promises that the government has made. We need to make choices.
“It’s not a matter of whether we have the resources to solve our problems,” as Alan Krueger, the chief economist at the Treasury Department, says. “It’s a matter of political will.”
For now at least, our elected officials are hardly the only ones who lack that will.