Rostagno, Saman, Sicilia, Somalia, Craxi, Andreotti, armi.3 post.

Terzo e ultimo, forse, post sulla vicenda Saman, Rostagno, Cardella. Precedenti
 post primo  e secondo. Bene, nei precedenti post abbiamo visto che razza di intreccio e terreno viscido e impervio era la Comunità Saman, tra guru, recupero di drogati, gestione di immobili e proprietà confiscati alla mafia, aerei e imbarcazioni, auto di lusso da centinaia di milioni di lire. E finisce qui? No, non finisce qui, c'è dell'altro: casse e materiali arrivano di frequente alla metà degli '80 in un aereoporto vicino Trapani, aereoporto in disuso, che non impedisce, anche via mare, il trasporto di casse conteneti cosa? e dirette dove? Chi era la copertura del traffico o presunto tale? e soprattutto, chi le mandava?
Bene, dovete leggervi tutto questo lungo post riepilogativo, molto lungo e capite cosa c'entra la Somalia, Ilaria Alpi e collega, e anche il Moby Prince.
Prima di tutto, una domanda: la Oto Melara e altre aziende della Finmeccanica, producono armi tattiche e bombe di terra (mine anti carro e anti uomo), come avviene in Inghilterra, Francia, Germania eccetera. E' l'industria degli armamenti, e recentemente gli Americani hanno venduto quasi 7 MILIARDI di dollari di armamenti alla Corea e ai Paesi del Golfo. La domanda è: dove le mandiamo le nostre produzioni di armi, le commesse. Inoltre, attenzione, ci sono commesse ufficiali e mediatori non ufficiali, anzi paralleli e indipendenti, gente che non lavora per lo stato ma si colloca in un confine paludoso, dove tutto si confonde, tra stati, aziende e servizi militari e segreti (insomma gli stessi governi). Avete visto inchieste della Gabanelli o Sant'oro?


Saman, dove centinaia di ragazzi cercano di disfarsi dell’eroina, illuminati da due personalità tanto diverse eppure così vicine e coincidenti: Mauro Rostagno e Francesco Cardella. Mauro è anche un giornalista. Da tempo passa più tempo negli studi televisivi che alla Saman. La sua trasmissione, quotidiana e rigorosamente in diretta, gareggiava con quelle delle Tv nazionali: amata e odiata ma seguitissima, un esempio di controinformazione rigorosa e puntuale. Nomi e cifre, alleanze politiche e affari, inchieste di costume e scandali. Dovunque viveva, Mauro lasciava il segno: a Trento, nel ’68, dove inventa con Renato Curcio l’Università negativa. A Milano dove fonda Macondo un centro sociale ante litteram. A Palermo, dove si fa capo-popolo delle tribù dei miserabili delle periferie promettendogli un riscatto se solo avessero creduto in se stessi. Poi la fuga in India dove diventa un santone, un arancione, cambiando tutto finanche il nome: Sanatano, eterna beatitudine. E poi di nuovo la Sicilia, Trapani, la Saman e l’amicizia con Cardella. E il giornalismo, la sua vecchia passione. In quella provincia, a Trapani, poco illuminata dai riflettori dell’antimafia, da scoprire, da raccontare c’è davvero tanto. Quel 26 settembre Mauro è negli studi televisivi di RTC, la piccola emittente locale di cui è direttore. Scrive un editoriale sull’ennesimo delitto di mafia, l’assassinio del giudice Saetta. Poco prima delle 20 saluta tutti e va via con una ragazza della Saman, Monica Serra. Ma c’è una macchina dietro di lui, una Fiat Uno che non fa nulla per dissimulare l’inseguimento. Sono le otto di sera adesso e Mauro sta correndo, abbandona la provinciale e svolta in una strada di campagna. Una Golf lo attende al varco, mentre l’altra auto lo tallona da vicino. Se in quei momenti, in quella strada polverosa e priva di luce, Rostagno ha avuto paura è stato per un attimo. Perché qualcuno, a piedi, gli fa segno di fermarsi. Qualcuno che forse Mauro conosce. Un omicidio è una questione di attimi. Due colpi di fucile si infrangono sul lunotto posteriore dell’auto e colpiscono il giornalista alla schiena.
Monica Serra si abbassa, accucciandosi sotto il cruscotto. Su Rostagno vengono esplosi altri 4 colpi. Qualcosa però va storto: uno dei fucili esplode nelle mani dei killer. La ragazza sente un auto ripartire e fugge verso la comunità. E’ miracolosamente illesa: il sangue della vittima e i vetri esplosi non la sfiorano neanche. “Non interessavo a nessuno” – racconta a caldo agli inquirenti. E’ un film già visto quello che avviene dopo: sul fondatore di Saman girano subito delle strane voci. Nella sua macchina sarebbero stati trovati soldi, molti soldi, in lire e in dollari. In un rapporto i Carabinieri avanzano pesanti dubbi sull’ attività di giornalista di Mauro: “quando ci sono in ballo interessi economici, le ideologie vengono messe da parte”. Insomma, Rostagno non sarebbe stato così pulito, sapeva con chi scendere a patti. Calunniare e isolare la vittima: è un copione già visto, "mascariare" si dice in siciliano parola propria del comportamento mafioso, "sporcare" la vittima per spostare l'attenzione, strategia consolidata di Cosa Nostra che vive nel sangue e nelle "tragedie". Ma con Rostagno la cosa non riesce ed i suoi sono funerali di popolo, di cittadini comuni innamorati del suo allegro coraggio, una sorta di lutto generazionale a cui partecipano migliaia di ex-ragazzi degli anni ’70. Lontane le istituzioni, l’unico politico di razza che sceglie di esserci è Claudio Martelli. A cui però viene riservata un’accoglienza ostile: gli sventolano davanti banconote e monetine impedendogli di parlare. Quel giorno, nella sua cella, Renato Curcio piange a lungo e promette a se stesso di saldare un debito di verità nei confronti dell’amico più caro e sincero. Ma è anche il lutto dell’unica voce libera del giornalismo a Trapani: la sua trasmissione prosegue, condotta da un pupazzo a cui gli amici fanno da ventriloquo. Le indagini dei Carabinieri accreditano la versione di Monica Serra, facendosi beffe delle testimonianze di due ragazzine che videro la macchina su cui viaggiava Rostagno inseguita da un’altra. Si evita di fare l’esame sugli indumenti della ragazza per capire se veramente si trovava nell’auto al momento degli spari, si evita di fotografare la macchina di Rostagno dal lato del passeggero. Spariscono alcuni appunti di lavoro e dei nastri, video e audio, che il giornalista porta sempre con sé. E quello strano black-out? Una coincidenza, è stata la pioggia dicono gli investigatori. Eppure nei giorni precedenti non era piovuto. A stabilirlo fu Vincenzo Mastrantonio un anonimo tecnico dell’Enel. Otto mesi dopo viene ucciso e ancora tempo dopo, dopo il pentimento di un uomo d'onore di Paceco, Ciccio Milazzo, si scopre che è l’autista di fiducia del capomafia di Trapani, Vincenzo Virga e che Mastrantonio ha una pessima abitudine, raccontare ciò che apprende dal capo mafia. Nonostante tutto, i Carabinieri non credono alla pista mafiosa: uno dei fucili utilizzati nell’agguato esplode e rimane sulla scena del delitto. La mafia non commette errori – si sostiene. Lo conferma anche l'allora capo della procura trapanese, Antonino Coci: “Come si fa a dire che Rostagno è stato ucciso dalla mafia… come si fa a dire che esiste la mafia a Trapani?”. Sono queste le “gravi anomalie investigative che hanno compromesso forse definitivamente l’accertamento della verità” – ha scritto molti anni dopo il giudice palermitano Antonio Ingroia, chiedendo l’archiviazione del caso. Fino al 1990 le indagini producono un solo fermo, quello di un pregiudicato locale la cui posizione viene velocemente archiviata. Nello stesso periodo sotto il mirino delle indagini è la Saman. Finiscono su nastro le lunghe telefonate tra Bettino Craxi e Cardella. E’ una vecchia amicizia che data alla seconda metà degli anni ’70 a Milano, quando Craxi era il delfino di Nenni e Cardella il geniale e sfrontato editore che diventa ricchissimo con il porno: giornali e gadget. Dopo la morte di Rostagno, la posizione della Saman sulla questione delle droghe cambia radicalmente, dalla liberalizzazione alla criminalizzazione. Cardella si accoda alle posizioni craxiane: è reato non solo vendere droga, ma anche consumarla. In quegli anni Saman diventa una holding, si espande all’estero, riceve contributi da enti pubblici e da privati. Ma i nastri delle intercettazioni, quando viene chiusa l’inchiesta, vengono inspiegabilmente cancellati. Quando il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo riesce a riaprire l'indagine non trova nemmeno i brogliacci delle intercettazioni, scopre che mancano foto importanti dell'auto crivellata di colpi. Dopo l'uccisione di Rostagno, il tenore di vita di Cardella diventa se possibile ancora più sfarzoso: continua ad usare la sua amata Bentley, compra uno yacht e degli aerei privati, investe all’estero, sull'isola di Malta. E continua a chiedere giustizia per il suo vecchio amico “ucciso dalla mafia”. Ma era stato proprio Rostagno, all’inizio degli anni ’80, davanti alla conversione al craxismo di molti esponenti di Lotta Continua a chiarire il suo pensiero: “Io non sono in vendita. Consiglio a Martelli di venire a Saman a vedere come funziona l’immaginazione quando diventa concreta. Il <> noi lo abbiamo già attuato”. Sapeva non essere tenero Mauro con i suoi vecchi compagni, ma quando nell’estate del 1988 riceve un mandato di comparizione per l’omicidio del commissario Calabresi, si piazza davanti alla telecamera senza pensarci due volte. Difende con passione non solo Sofri, Bompressi e Pietrostefani ma tutta Lotta Continua e se stesso: “Né individualmente né collettivamente avevamo niente a che fare con quell’episodio. Qualcuno si è fatto delle curiose idee sul mio conto che questa vicenda finisce per mettermi un bavaglio alla bocca. Stiano pure tranquilli, non è così”. Solo oggi è possibile comprendere la profondità criminale del contesto in cui matura il delitto. La commissione Antimafia ha sintetizzato i quattro lati del sistema trapanese: mafia, massoneria, servizi segreti e alta finanza. Il sistema Provenzano è stato inventato in quella provincia da molti anni. Trapani cassaforte di Cosa Nostra ma anche – come recentemente ha detto l’ultimo grande pentito di mafia Nino Giuffré – “lo zoccolo duro da cui rinascere, un punto di incontro tra i Paesi arabi e l'America, un punto di incontro della massoneria e dei Servizi segreti deviati”. Negli anni ’80 a Trapani le logge massoniche sono affollatissime e a inaugurarle ci pensava Licio Gelli. Strani riti: più che gli ideali di fratellanza ricordano quelli dell’onorata società: “Chiesi di accedere alla massoneria per avere l’appoggio alle elezioni – racconta Francesco Canino, un politico locale, ora sotto processo per mafia, - poi mi recai alla loggia Scontrino e mi iniziarono pungendomi il dito con un ago”. In seguito, negò tutto. E’ accertato giudiziariamente che in quelle logge erano di casa i boss trapanesi. Secondo un rapporto dei Carabinieri, Rostagno era venuto a conoscenza di un incontro tra Gelli, alcuni massoni trapanesi e due boss di prima grandezza: Natale L’Ala e Mariano Agate. In questo contesto Mauro doveva davvero apparire un irregolare rimasto fedele ad una convinzione che aveva espresso tanto tempo prima: “Non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto.” Irregolare, isolato. E’ così che si è trovato a vivere Rostagno gli ultimi mesi di vita. Renato Curcio conosceva quelle difficoltà. All’inizio degli anni ’90 decide di rompere un tabù. In carcere, chiede al capomafia Mariano Agate la sua verità. “Beddu mio, chista cosa vostra è” – risponde gelido il boss. Dal 1995 una nuova inchiesta disegna ulteriori particolari del contesto. Mauro aveva rotto il cordone ombelicale con la Saman, con Cardella, in parte anche con la moglie. Si era scontrato con una dura realtà: alcuni degli ospiti della comunità vendevano eroina. Il clima era molto teso. Rostagno aveva deciso di allontanarsi. Ricompare un fax che Cardella gli aveva inviato: “Sostanzialmente falso, ingeneroso, inopportuno. Pericoloso. Quale segno del mio disappunto nei tuoi confronti ti invito a lasciare la tua stanza al gabbiano ( sede dei responsabili della Saman ndr ).” “Una variabile impazzita” così alcuni ospiti della Saman vedono Rostagno. Quello che i giudici ipotizzano è “un delitto tra amici”: i killer verrebbero dalla Comunità. Come movente una serie di scontri che il giornalista avrebbe avuto: motivi personali, la droga venduta ai ragazzi, l’esclusione di uno degli “affidabili” dalla gestione della sicurezza interna. Ma su tutti spicca il ruolo avuto da Cardella e da Chicca Roveri: il primo non avrebbe mosso un dito per evitare l’omicidio, la seconda avrebbe coperto la verità con un comportamento reticente. E’ il 17 luglio 1996: operazione Codice Rosso. Finiscono tutti dentro: sei appartenenti alla Saman e Chicca, la moglie. Tutti tranne Cardella che si trova all’estero. Lo scandalo è enorme. Ma durerà poco perché il riconoscimento dei supposti killer da parte di una testimone non regge. Tutti gli indagati vengono scarcerati. L’indagine però scardina definitivamente la versione di Monica Serra. Si ridisegna la scena del delitto e si mette in relazione il furto della macchina usata dai killer, avvenuto cinque mesi prima dell’omicidio, con le inchieste che Rostagno conduceva in quel periodo. La sua sorte era segnata da tempo, anche al di là degli scontri con Cardella e con la Saman. E’ una “convergenza di interessi” secondo i magistrati di Palermo dove approda l’inchiesta che a Trapani era stata riaperta. Si inizia a parlare di giganteschi traffici di armi e rifiuti tossici, compaiono oscuri faccendieri e gladiatori in missioni coperte. Un delitto di provincia, l’omicidio di un “irregolare” come Mauro Rostagno diventa una spy story degna di un libro di Ken Follett. Parlano i pentiti di mafia per dire che quel delitto è mafia ma non solo. Riemergono dagli abissi gli ultimi arnesi della guerra fredda. A Trapani ha agito dal 1987 al ‘90 un centro occulto di Gladio: nome in codice Skorpio. Con una missione mai chiarita. Chi era il nemico? La mafia, le mire espansionistiche di Gheddafi o c’era dell’altro? Due le coincidenze inquietanti: negli anni in cui appare Skorpio, succedono strane cose. Le lettere del Corvo, l’omicidio a Palermo di Nino Agostino, un agente che sotto copertura agiva nella provincia trapanese e quello di Giuseppe Insalaco, ex-sindaco del capoluogo appartenente ad una struttura riservata della Presidenza del Consiglio e, infine, l’attentato fallito all'Addaura contro Giovanni Falcone. “Menti raffinatissime”– commentò a caldo il magistrato. Seconda coincidenza: l’unico rapporto è sulla Saman. Skorpion è un pozzo senza fondo che inghiotte e sputa misteri. A comandarla c’è Vincenzo Li Causi, un veterano. Dispone di alcune basi, un aereo ultraleggero e una pista di atterraggio mimetizzata. Quando la base di Gladio chiude, Li Causi va in Somalia. Secondo alcuni incontra Ilaria Alpi. Muore poche settimane, il 12 novembre 1993, in un agguato mai chiarito, mentre in Italia lo aspettavano i giudici. Poco tempo dopo, il 20 marzo 1994, toccherà alla giornalista del TG3. Sembra ormai accertato che Rostagno abbia scoperto qualcosa che avesse a che fare con lo Stato, con quei patti innominabili che solo nelle terre di confine, come la Sicilia, sembrano non finire mai. Negli ultimi mesi di vita riempie decine di fogli su traffici di armi nelle campagne trapanesi, in aeroporti militari in disuso eppure affollatissimi. Registra nastri video e audio dai quali non si separa mai. Nel maggio del 1988 chiede aiuto a qualcuno. E’ un giudice, è Giovanni Falcone. Lo incontra poche settimane prima di morire. Gladio e i misteri trapanesi sono le ultime indagini di Giovanni Falcone, “il primo segreto che alcune figure senza volto cercarono nel computer del giudice, poche ore dopo la morte” – ha scritto il giornalista Salvo Palazzolo. Uno degli ultimi strani personaggi di questa storia partita come un delitto in terra di mafia e diventata qualcos’altro è Francesco Elmo: un oscuro manovale dei servizi in Sicilia. Racconta ai magistrati trapanesi di traffici di armi e rifiuti radioattivi. Una pista invisibile che lega la capitale somala Mogadiscio, con Reggio Calabria e Trapani, un’entità criminale coperta da strutture statali. E’ il traffico scoperto da Ilaria Alpi e prima ancora da Rostagno? L’inchiesta da Trapani viene trasferita ai giudici di Palermo dove una mattina Elmo viene condotto. Quando entra nella stanza del magistrato titolare dell’indagine, prima di sedersi e raccontare la sua versione del contesto in cui trova la morte Rostagno, fa in tempo a squadrare il più stretto collaboratore del giudice. Forse lo riconosce. Forse no. Certo è che decide di alzarsi e di non parlare mai più di Rostagno. Quell’ufficiale, il collaboratore del giudice palermitano, verrà arrestato alcuni anni dopo. L’accusa: concorso esterno in associazione mafiosa. Era una spia. Un delitto infinito quello di Rostagno, l’irregolare


Omicidio Rostagno, l'ultimo mistero corre dalla mafia alla Somalia
di Saverio Lodato
Articolo presente nelle categorie:
Storia del crimine organizzato in Italia → 1. Mafia
Il mondo in guerra: ieri, oggi, domani → Oggi → Traffico di armi e scorie → Il ruolo dell'Italia → 1988. Il delitto Rostagno
Il mondo in guerra: ieri, oggi, domani → Oggi → Traffico di armi e scorie → Il ruolo dell'Italia → 1994. L'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
Palermo. Chi ha ucciso Mauro Rostagno? E perché? Venti anni dopo, uno dei delitti eccellenti in Sicilia negli anni ottanta trova una sua, sia pur parzialissima, risposta: fu la mafia del trapanese ad eliminare con quattro colpi di fucile calibro 12 e due di pistola calibro trentotto, il giornalista scomodo, il fustigatore coraggioso che dagli schermi di una televisione privata trapanese (RTC) sbatteva quotidianamente in faccia ai cittadini scandali e corruzione, i nomi dei mafiosi e dei massoni che soffocavano la società civile, denunciava quei politici che, con mafia e massoneria, andavano a braccetto. La prova, oggi, viene da una definitiva perizia balistica sulle armi e le cartucce rinvenute sul luogo del delitto. Gli investigatori ritengono esistere «significative analogie» che provano l’appartenenza all’arsenale della «famiglia trapanese».
Era il 26 settembre 1988, quando in località Lenzi, aperta campagna alle porte di Trapani, un commando sorprese Rostagno che in compagnia di Monica Serra, una ragazza di 24 anni, stava rientrando in auto nella comunità Saman che gestiva, insieme a sua moglie Chicca Roveri e al suo amico Francesco Cardella, per il recupero di tossicodipendenti. Mauro non ebbe scampo. Monica, che era ospite della Saman, se lo vide morire accanto. Da quel giorno si scatenarono illazioni e suggestioni, ipotesi cinematografiche o letterarie, leggende metropolitane d’ogni tipo. E chi diceva che il delitto fosse maturato dentro la comunità per ragioni sentimentali, gelosie e invidie. E chi diceva che Cosa Nostra fosse totalmente estranea al delitto. E chi, e non erano pochi, dicevano che Mauro se la fosse comunque cercata. E chi adombrò persino il sospetto che lo avessero ucciso i suoi «ex» militanti di Lotta Continua perché si era deciso a fare i nomi degli assassini del commissario Luigi Calabresi, nell’agguato di sedici anni prima a Milano. Non è un caso, infatti, che le prime indagini dei carabinieri, piuttosto che privilegiare la radiografia di quella mappa di poteri duramente aggrediti dal giornalista, ruotarono proprio sulla sua figura, la sua vita privata.

Ne parliamo oggi con Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, diventato titolare delle indagini da quando (dieci anni fa) il fascicolo venne trasmesso dalla Procura trapanese al «pool» antimafia di Palermo.
Dottore Ingroia, perché ci vollero dieci anni per individuare la pista mafiosa? «Sino a quel momento la Procura di Trapani non ritenne che vi fossero certezze sulla mafiosità di quel delitto. Furono decisive le dichiarazioni di Vincenzo Sinacori, il primo pentito della mafia trapanese, che si dichiarò certo del coinvolgimento dei vertici locali di Cosa Nostra. Intanto la Procura di Trapani aveva già imboccato la cosiddetta "pista interna" che aveva portato all’arresto della moglie di Rostagno, di Monica Serra, e di altri ospiti della comunità accusati di essere gli esecutori materiali. Fra gli indagati c’era anche Francesco Cardella che per anni rimase all’estero».
Ma su cosa si basava una simile «pista interna»?
«Si era costruito un mosaico indiziario sostenuto anche da incongruenze e contraddizioni nelle testimonianze dei componenti e dei responsabili della Saman che fece parlare qualcuno di "delitto fra amici"».
Che fine ha fatto la «pista interna»?
«Gli arresti furono tutti scarcerati dal Tribunale della Liberà e la Procura di Palermo prese atto della inconsistenza del quadro probatorio. Si giunse così alla richiesta definitiva di archiviazione per questa ipotesi investigativa. Decollò così finalmente, anche se con dieci anni di ritardo, l’indagine sulla pista mafiosa».
Sinacori rimase l’unico a prospettare la pista mafiosa?
«No. Si aggiunsero altri collaboratori, sia trapanesi che palermitani, che confermarono il ruolo decisivo della "famiglia" mafiosa di Trapani guidata all’epoca da Vincenzo Virga».
Sarà Virga, attualmente detenuto per associazione mafiosa, l’unico chiamato a rispondere dell’omicidio Rostagno?
«Il segreto investigativo non mi consente di rispondere.
Ma confermo che secondo la Procura di Palermo Rostagno fu ucciso dalla mafia».
Ma solo mafia, tanto per cambiare?
«La matrice mafiosa non esclude la possibile convergenza con gli interessi di altri ambienti vicini alla mafia a eliminare un giornalista scomodo come Rostagno».
Dottor Ingroia, ma non le pare davvero singolare che per fare una perizia balistica ci siano voluti vent’anni?
«Mi limito a dire che quando l’esito della perizia diventerà pubblico le sorprese investigative non mancheranno».
Proprio qualche giorno fa a Riccione, per iniziativa della fondazione in memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono stati mostrati documentari in cui si da per certo che Mauro fosse riuscito a filmare, su una pista abbandonata del trapanese, il trasbordo di armi sui velivoli militari italiani destinati alla Somalia. Sono dunque in molti a ipotizzare un collegamento fra i due delitti.
«Ho indagato a lungo in questo senso. Alcuni testimoni hanno sostanzialmente confermato l’episodio, inclusa una visita di Rostagno a Giovanni Falcone per raccontargli tutto quello che sapeva. D’altra parte, prima non le dicevo che un movente di mafia non esclude altri moventi?».


TORINO - Sono scomparse subito dopo l'omicidio, la notte del 26 settembre 1988. Erano sempre nella sua borsa. Poi ne sono sparite altre. In più circostanze. In quelle cassette forse c'è il movente di uno dei grandi delitti siciliani, un altro di quei casi "a carico di ignoti" che sta per finire in archivio. Ma 17 anni dopo la morte di un giornalista sognatore la sorella Carla chiede d'indagare ancora: "L'inchiesta ha troppi vuoti, ci sono testimoni mai ascoltati e reperti mai cercati...". È il giallo delle registrazioni di Mauro Rostagno che non hanno mai trovato.
La riapertura di un affaire che sembrava destinato a perdersi in qualche deposito giudiziario viene chiesta ufficialmente, alla vigilia della sentenza sull'ennesima richiesta di archiviazione per l'uccisione di Sanatano, ultimo nome di uno dei fondatori di Lotta Continua, l'arancione, il sociologo del '68 di Trento, l'animatore del Macondo di Milano sceso in Sicilia per tendere una mano ai ragazzi più fragili della comunità Saman e raccontare la città più impenetrabile dell'isola: Trapani.
Una lettera è partita da Torino - dove vive sua sorella Carla e dove Mauro è nato - indirizzata al sostituto procuratore Antonio Ingroia e al giudice Marcello Viola, i magistrati palermitani che qualche anno fa ereditarono i 34 faldoni trasmessi dai loro colleghi trapanesi. Li ricevettero "per competenza territoriale", in quanto tra le possibili causali del delitto emerse anche una traccia mafiosa. Su quelle vaghe rivelazioni dei pentiti, rallentarono e poi si arenarono le investigazioni sull'uccisione di quello strano giornalista vestito di bianco che dagli schermi di una tivù locale attaccava i potenti.
L'hanno ammazzato con sei fucilate in una sera di fine estate in mezzo alla campagna di Lenzi dove c'era Saman, l'inchiesta che ne seguì fu segnata per 8 anni da una spaventosa serie di depistaggi e lacune. Nel 1996 fu presa in mano dal procuratore capo Gianfranco Garofalo che si convinse dell'esistenza di una pista interna, dell'ipotesi di "un delitto tra amici". Ma anche l'inchiesta di Garofalo naufragò, tra polemiche e testimoni giudicati inattendibili. Poi fu solo scandita da richieste di archiviazione. "Garofalo è il primo che ha indagato a fondo sul delitto e non ha avuto il tempo di concludere le sue investigazioni, comunque è nelle varie fasi che le indagini non sono state accurate come dovevano essere", accusa oggi Carla Rostagno. E tra le pieghe della vicenda giudiziaria indica uno a uno gli intrighi su quelle cassette scomparse.
Le prime sono quelle che suo fratello non lasciava mai dalla fine di quella primavera del 1988. "Pressappoco dai giorni in cui parlò con il giudice Falcone", ricorda Carla. Una era una cassetta audio e l'altra era una cassetta video con su scritto "Non toccare". Qualcuno sospetta che su quei nastri ci siano le immagini di un traffico d'armi, un filmato girato segretamente tra il giugno e il settembre dell'88 all'aeroporto abbandonato di Kinisia, che è a qualche decina di chilometri da Trapani. Probabilmente quelle cassette le hanno prelevate i killer.
Ma ce ne sono altre quattro che non si trovano più. Sono quelle che Caterina Bulgarella, l'editrice di Rtc - la televisione che Mauro dirigeva - consegnò tre settimane dopo ai carabinieri di Trapani. Agli atti dell'inchiesta questi nastri non ci sono. Nessuno ne conosce il contenuto. E nessuno ha mai chiesto a Caterina Bulgarella se lei avesse visto o meno quei filmati.
Nella lista delle cassette mai arrivate all'autorità giudiziaria c'è anche un'intervista concessa alla Rai (e mai trasmessa) da Alessandra Faconti, una ragazza della comunità di Saman che era molto vicina a Mauro. Il regista la consegnò sempre ai carabinieri ma dalla caserma non arrivò mai in tribunale. Un maresciallo ricordò inizialmente di averla ricevuta, in un secondo tempo precisò "che era stata consegnata ma non direttamente a me".
Tanti "buchi", tanti reperti introvabili. Come quelle bobine, le intercettazioni telefoniche ordinate qualche mese dopo il delitto sulle utenze della comunità Saman gestita dal guru Francesco Cardella. Sparite alcune conversazioni. E altre smagnetizzate tra il 5 e il 14 gennaio del 1991, su una richiesta formale firmata dal vecchio procuratore capo Antonino Coci. Con le bobine sono scomparsi dalla cancelleria anche i brogliacci, dieci libroni. Il procuratore Garofalo scoprì pure che non c'era traccia di un deposito ufficiale delle intercettazioni. E che il numero di fascicolo dove avrebbero dovuto inserirle, corrispondeva a quello di un'indagine su una discarica pubblica. "Credo che ci siano abbastanza elementi per non chiudere l'inchiesta e per capire come ci sono state tante anomalie", dice Carla Rostagno.
La decisione di chiedere un'altra indagine Carla Rostagno l'ha maturata dopo un viaggio in Sicilia. È andata a Trapani a riprendersi con un furgone quasi 3 mila videocassette sepolte in un magazzino, tutti gli interventi di suo fratello a Rtc. La tivù dove lavorava ha chiuso e gli editori hanno venduto i locali a un'agenzia pubblicitaria, le videocassette le hanno lasciate là a marcire. A ritrovarle è stata per prima Norma Ferrara, una studentessa che sta preparando una tesi sul "caso Rostagno e la stampa". Poi è arrivato in quel magazzino anche Alberto Castiglione, regista palermitano che ha girato "Una voce nel vento", un bel documentario sulle denunce televisive di Mauro Rostagno.
Come finirà l'inchiesta? "Sono pronto a riprenderla se il gip dovesse ordinare nuovi accertamenti, mi sono fermato per la scadenza dei termini", spiega il sostituto Ingroia. Dopo 17 anni forse si ricomincerà a indagare, come capita spesso in Sicilia quando in troppi vogliono la morte di qualcuno. Quando un delitto si decide per quella che chiamano "una convergenza di interessi".



Falange Armata


Leggendo le sentenze sulle stragi di Capaci, Via D'Amelio, i Georgofili (ovvero la sentenza che si è occupata delle stragi di Firenze, Roma e Milano) si apprende solo che a riferire dell'idea di Cosa Nostra di depistare le indagini sulle stragi attribuendole alla organizzazione eversiva Falange Armata è il presunto pentito Giuseppe Pulvirenti secondo cui, durante una riunione tenutasi ad Enna tra la fine del '91 e gli inizi del '92, si sarebbe deciso che: “si doveva prima fare la guerra allo Stato per poi fare la pace. Le azioni poste in essere in ossequio a tale disegno avrebbe dovuto es¬sere rivendicate con la sigla della “Falange armata”.
Il perché cosa nostra abbia deciso non solo di depistare, ma di farlo utilizzando la sigla Falange Armata, nelle sentenze, non viene spiegato. Né viene spiegato cosa sia e da chi sia formata la Falange Armata, quasi fosse una cosa di nessuna importanza, ma non è così perchè, con la sigla Falange Armata, sono state fatte, dal maggio 1990 (Falange Armata carceraria) al 1994, oltre 500 rivendicazioni.
La cosa è sorprendente, è un po' come se, durante gli anni di piombo, non fossero stati presi in nessuna considerazione i volantini di rivendicazione delle Brigate Rosse, né ci si fosse posti domande su cosa volevano e da chi erano composte le Brigate Rosse.

LA FALANGE ARMATA
Secondo Paolo Fulci, ex direttore del Cesis, l'ufficio di coordinamento dei servizi segreti, dietro la sigla “Falange Armata” ci sarebbero uomini di Stato.
Nella denuncia presentata nel 1993, poi archiviata dal PM Ionta, Fulci faceva il nome di quindici ufficiali e sottufficiali della VII divisione del Sismi (quella di Gladio per intenderci) che facevano capo, in parte, al nucleo «K», inserito nella Sezione addestramento speciale (Sas), dislocato al di fuori della VII divisione, presso il Centro di intercettazione e trigonometria di Cerveteri1.
Per uno strano caso del destino il 02 febbraio 2009, proprio a Cerveteri, è stato ucciso Giuseppe Pulvirenti, il presunto pentito che aveva riferito della riunione mafiosa tenutasi ad Enna in cui era stato deciso di attaccare lo stato e, contestualmente, di depistare attribuendo le stragi alla Falange Armata. Pulvirenti, alla guida della sua moto ape, è stato tamponato da una Volkswagen Golf.
Ma a parlarci della Falange Armata è anche l'ex parà Fabio Piselli che, con il suo articolo, pare supportare la denuncia a suo tempo presentata da Fulci e poi archiviata: “Una ulteriore chiave di volta per comprendere i fatti nei quali il Moby Prince è stato coinvolto è rappresentata dalla cosiddetta "Falange Armata", voglio per questo fornire quelle che sono le mie conoscenze ed i miei commenti rispetto a questa presunta organizzazione, con specifiche caratteristiche di guerra psicologica, che per molti anni ha fatto parlare di se fino a quando è stata disattivata, o meglio, posta in sonno.
L'ultima volta che questa sigla è apparsa è stato durante le indagini relative alle presunte intercettazioni illegali della Telecom di Tavaroli e del Sismi di Mancini ed in merito al suicidio di Adamo Bove; dalle carte recuperate durante una perquisizione nei confronti di un giornalista loro collaboratore sono stati repertati alcuni fascicoli provenienti dai Servizi nei quali si relaziona che la falange armata era formata da ex operatori della Folgore e dei servizi, reclutati dopo il loro congedo. Mentre in altre informative provenienti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato ipotizzato che i coordinatori di questa struttura fossero stati una ventina di specialisti della Folgore, transitati alla famosa VII° divisione del SISMI. Ricordo che intorno al 1987, mentre prestavo servizio alla Folgore, frequentando Camp Darby, l'esistenza di voci rispetto alla formazione di piccoli nuclei autonomi parte di strutture indipendenti, rispondenti direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in funzione di unità antiterrorismo, fatto che era più che regolare visto la natura operativa dei reparti della Folgore in quegli anni ed il quadro politico nazionale ed internazionale che li ha caratterizzati.
La Folgore ha sempre fornito il proprio personale ai Servizi, sia per quanto concerne l'impiego di unità d'elite in funzione info-operativa, sia per quanto concerne gli operatori all'estero, sia per quanto riguarda gli ufficiali ed i sottufficiali transitati ai raggruppamenti di unità speciali o di difesa, Rus e poi Rud. Quest'ultimo reparto, il Rud, è quello nel quale potrebbero essersi addestrati anche coloro che una volta esternalizzati, cioè non più operativi ma congedati o tornati al proprio reparto di origine, hanno comunque continuato a collaborare con i Servizi in forma esterna, gestiti da un ufficiale il cui compito è stato proprio quello di coordinare gli "esterni".

Questa parola, esterni, è importante per capire come, in quegli anni, fra l'85 ed il '94, molti ragazzi d'azione, e non d'avventura, sono stati reclutati, gestiti ed addestrati da singoli soggetti o piccole cellule di specialisti al fine di acquisire delle competenze in varie materie, una delle quali di tipo captativo delle comunicazioni e dei segnali elettronici, altre più riferibili alla esecuzione di azioni "psicologiche" idonee per destabilizzare un territorio oggetto di interesse.
Non dobbiamo dimenticare che proprio l'ordinamento cellulare ha impedito, al singolo soggetto chiamato a condurre delle operazioni, di capire in modo ampio in cosa fosse stato coinvolto, questi sostanzialmente riferiva al proprio capocellula o capocentro, soggetto con il quale aveva già maturato un rapporto di fiducia, vuoi perchè era stato il suo ufficiale durante il servizio o la carriera militare, vuoi perchè questi ha fornito tutte quelle garanzie di affidabilità per ottenerne la fiducia. Ricordo che personalmente ho avuto modo di collaborare con alcuni ufficiali che avevo già conosciuto durante la mia carriera militare e con i quali avevo un rapporto di fiducia, saldato oltrettuto dal condizionamento psicologico indotto dall'appartenenza ai reparti d'azione, dal fatto di sentirsi diversi dalle altre unità, di essere in qualche modo legittimati nel porre in essere delle azioni di spessore diverso da quelle condotte dalle normali unità delle FF.AA. o delle FF.PP. proprio perchè quel tipo di operatori, "operativi", erano attivati laddove le altre unità incontravano i propri limiti.
Azioni che richiedevano ardimento, coraggio, forza fisica, resistenza psicologica, competenza tecnica, devozione al reparto e al proprio comandante e soprattutto quella "sana" sregolatezza tipica di ogni reparto cosiddetto speciale, perchè il tipo di operazioni da condurre rappresentavano certamente nel loro contenuto una violazione delle regole in generale, erano operazioni fondamentalmente caratterizzate dalla clandestinità e dalla mancanza di ortodossia, cellulari e parte di un programma di più ampio respiro del quale certamente il singolo operatore attivato per compierle non aveva conoscenza.
La falange armata è stata una di queste operazioni, la cui sigla è stata fluttuante mentre gli operatori sono stati sempre gli stessi, salvo qualche transito di volta in volta avvenuto; la falange armata è stata perciò una "operazione" e non una "struttura" con vita propria.
Fra il 1985 ed il 1994 sono stati sviluppati dei programmi da parte degli uffici studi ed esperienze delle sezioni di guerra psicologica, originariamente americani e successivamente italiani e adattati al contesto sociale politico e culturale italiano, tali da coinvolgere tanti bravi ragazzi d'azione, in uniforme e non, in operazioni che se viste da un osservatore esterno avrebbero evidenziato numerosi fatti penalmente rilevanti, ma se interpretate dall'interno, con quella mentalità e soprattutto con il condizionamento nascente dal tipo di rapporto, di dipendenza, fra il singolo operatore ed il suo comandante, avevano invece quelle caratteristiche che hanno stimolato il singolo operatore, ardito, coraggioso, spavaldo, capace di accettare di porle in essere, specialmente laddove le difficoltà erano maggiori o magari richiedevano di superare degli ostacoli particolarmente difficili, per questo stimolanti l'ardimento tipico di questi operatori, gratificati non solo dalla riuscita dell'operazione, che come ho detto non conoscevano nel suo intero fine, ma soprattutto gratificati dalla possibilità di raggiungere dei livelli operativi tali da garantirgli non solo un ritorno economico importante ma anche il raggiungimento di una sostanziale impunità, sviluppando una progressiva forma autoreferenziale di superiorità, motivo per il quale ci sono state delle "smagliature" che successivamente sono state disattivate, quando non sono più state utili al programma di volta in volta applicato.
Gli operatori della falange armata hanno avuto delle competenze specifiche nelle attività di captazione elettronica, di mascheramento, di intercettazione e di penetrazione di sistemi elettronici, oltre alla specifica competenza nel porre in essere quei depistaggi "psicologici" capaci non di indurre un inquirente verso una falsa pista investigativa, ma di confonderlo rispetto all'origine di coloro che hanno posto in essere dei fatti gravi. Gravi per la collettività, ma accettabili nel loro costo di innocenti vite umane se visto all'interno di un programma di destabilizzazione e di stabilizzazione di un assetto politico e soprattutto militare.
La falange armata è stata una operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata da parte di un organo inquirente o ispettivo, ha raggiunto i propri obiettivi ed è stata semplicemente conclusa, i cui operativi hanno continuato a fare il proprio lavoro dedicandosi ad altre operazioni, lasciando gli inquirenti impegnati ad inseguire una "organizzazione" e non una semplice "operazione" con un nulla di fatto o con l'arresto di mere ignare pedine o di qualche povero innocente sacrificato per confondere gli inquirenti, il quale si è fatto qualche mese di galera ingiustamente la cui vita è stata rovinata. Laddove sono stati adombrati dei sospetti nei confronti dei paracadutisti indicati come i responsabili di questa sigla, immediatamente questi hanno cambiato la sezione operativa, rimbalzando da un raggruppamento ad una unità, transitando dal proprio reparto di orgine alle collaborazioni "esterne" ma sono sempre rimasti operativamente validi, mai resi deboli e soprattutto mai considerati effettivamente colpevoli di qualcosa, laddove eventualmente lo fossero stati.

Omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d'ufficio, peculato, attentanto alla democrazia ed altro ancora è ciò che l'operazione falange armata ha posto in essere fra il 1985 ed il 1994 attraverso gli operatori attivati, singolarmente o in piccole squadre.
Livorno ha certamente ospitato questi operatori, i quali non hanno potuto porre in essere le loro attività senza una rete di complicità e soprattutto di copertura offerta dalla già esistente rete che ha gestito e manipolato persone inserite all'interno di uffici istituzionali, che ha gestito l'erogazione di informative depistanti o peggio ancora utili per disattivare un soggetto considerato un rischio per i propri interessi, facendolo arrestare per reati mai avvenuti, ma denunciati da confidenti prezzolati oppure da transessuali utilizzati al fine di screditare la personalità di un soggetto, perchè come ho detto, la psicologia, nelle attività dell'operazione falange armata è stata alla base di ogni programma.
Per riuscire a farlo l'addestramento, parallelo e clandestino, che conducono nel corso di almeno tre anni, non lo gestiscono le educande di un convento ma dei soggetti che del dolore fisico e della mortificazione psicologica fanno la base di questa formazione alla quale, se superata, segue la competenza tecnica di elevata qualità, che associata alla capacità non solo di lanciarsi col paracadute, immergersi, arrampicarsi, combattere con e senza le armi, parlare più lingue, medicare ed automedicarsi, uccidere, manipolare fanno di un simile operatore un soggetto od una aliquota idonea per condurre delle operazioni clandestine a lungo termine, anche dietro le linee nemiche, autonomamente e svincolato per lunghi periodi da una struttura di comando e controllo, quindi capace di organizzare e porre in essere delle attività il cui risultato è atteso in tempi lunghi, diverso dalle semplici operazioni militari speciali per le quali vengono impiegati i più "semplici" incursori.
E' stata ampliata l'operazione falange armata che da quel periodo sarebbe diventata falange armata carceraria per poi alternare le varie rivendicazioni negli anni successivi con le due sigle. L'omicidio in danno dell'operatore carcerario Scalone non è un fatto casuale ma la disattivazione di una smagliatura.
Questi atti sono stati compiuti da parte di soggetti che hanno avuto modo ed opportunità non solo di gestire l'apparato di veicolazione delle informazioni di Polizia e d'intelligence istituzionale, quindi accreditati dai necessari NOS, ma anche di gestire lo strumento idoneo per veicolare false notizie di Polizia e d'intelligence in danno di soggetti che per varie ragioni hanno rappresentato un rischio o una smagliatura, fino alla eleminazione fisica laddove ve ne fosse stata l'esigenza.
Chi ha gestito questa operazione è stato formato nelle migliori scuole di guerra psicologica ed ha avuto ai suoi ordini degli operatori capaci di dissimulare una operazione illegale trasformandola in una attività d'istituto, capaci di manipolare l'operato di ignari poliziotti e carabinieri con false informative, fino a rendere il soggetto attenzionato completamente screditato, oppure interdetto, o alla peggio farlo ritrovare morto in circostanze ambigue, legate a strani interessi sessuali, ritrovato in un località specifica rispetto a luoghi di scambi e d'incontri omosessuali, ucciso con il coltello da un amante occasionale e finito a pietrate, o addirittura dimostrare che era appena stato in casa di un transessuale per un "convegno carnale", fatti poi ben relazionati in una conferenza stampa che riporterà negli articoli di cronaca quanto detto in buona fede da autorevoli rappresentanti delle FF.PP che hanno raccolto le varie informative, sia confidenziali che riservate ed hanno elaborato il contenuto delle notizie fino ad allora conosciute fra le quali spicca proprio il luogo ove è stato ritrovato il corpo, come detto luogo di scambi sessuali ambigui nei quali nessuno vuole essere coinvolto, specialmente sui giornali.
Questo è un esempio classico per interdire a basso costo un potenziale soggetto, con il semplice uso del proprio ufficio.
Chi ha gestito e preso parte alla operazione falange armata è stato anche a lungo a Livorno, ove ha veicolato false informative, ove ha gestito il proprio ufficio dal quale ha presumibilmente potuto apprendere notizie utili per capire cosa ha causato la collisione del Moby Prince e la morte di almeno 140 persone.
L'operazione falange armata ha rivendicato molti attentati avvenuti nel nostro paese, sempre dopo però, mai prima o nel tempo tecnico fra l'acquisizione della notizia e la sua divulgazione, ma l'ha fatto in modo tecnico, con gerco specifico, non sempre ma spesso, l'ha fatto dimostrando di conoscere dei dettagli, apparentemente insignificanti rispetto alla natura di un evento giuridico, ma troppo specifici sul conto degli inquirenti o degli strumenti da loro usati, tanto da voler dimostrare il proprio potere all'interno delle strutture dello Stato.
Questi operatori non hanno mai dissimulato il proprio potere d'azione, specialmente in campo elettronico, capaci di intercettare e di penetrare dei sistemi computerizzati di elevato spessore, anzi al contrario hanno sempre lanciato dei messaggi cifrati all'indirizzo degli inquirenti, raramente raccolti, perchè ritenuti depistanti o confusivi rispetto alle indagini, vero, ma vero anche che la strumentalizzazione della magistratura è stata una delle risorse per disattivare una smagliatura, offrendo l'opportunità per arrestarla dopo che ha commesso numerosi omicidi, come nel caso della c.d. banda della una bianca.
L'operazione falange armata ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto, anche meritate perchè fondamentalmente validi ed operativi nel loro servizio, ma non per questo necessariamente meno pericolosi.
La rilettura storica di alcuni fascicoli processuali, il riscontro fra le notizie di Polizia scritte con dei fatti effettivamente accaduti, il confronto fra chi ha ricevuto quelle notizie e chi le ha originariamente erogate, laddove possibile, potrebbe fornire la conoscenza per comprendere come un depistaggio istituzionale può facilmente essere condotto in danno non solo del soggetto che ne subisce direttamente le conseguenze ma soprattutto della verità, giudiziaria, politica e storica di un evento grave che ha colpito il nostro paese, dalle bombe ai traghetti in collisione...2”  Ovviamente, verificare la veridicità di quanto scritto da Fabio Piselli sarà compito della magistratura. Anche capire il perché, se vero quanto affermato da Piselli, detta “operazione” si stata attivata, sarà compito della magistratura che potrebbe riaprire, se non ha già riaperto, quell'indagine, archiviata a suo tempo per scadenza dei termini e denominata “sistemi criminali”.
In quella indagine si ipotizzava che il periodo stragista del '92-'93 fosse, in realtà, la realizzazione di un piano eversivo di destabilizzazione dello Stato condotto da un “sistema criminale” composto da mafia, massoneria deviata e servizi segreti deviati, il cui accordo risalirebbe al 1991 (chissà se l'accordo è stato raggiunto nella riunione di Enna riferita da Pulvirenti?), e che aveva lo scopo, per i settori deviati di massoneria e servizi segreti di realizzare un nuovo progetto politico (Forza Italia), per la mafia di realizzare il suo progetto separatista.
Verificare tutto questo sarà compito della magistratura.
Quello che noi possiamo fare, però, è analizzare i c.d. “misteri” del periodo stragista 1992-1993 e vedere se, in alcuni, è possibile riscontrare l'applicazione di quelle le specifiche competenze di cui pare fosse in possesso la Falange Armata, ovvero:

- guerra psicologica;
- captazione elettronica;
- depistaggio;
- spionaggio;
- sabotaggio;
- azioni terroristiche;
- disattivazione soggetti a rischio (false denunce, discredito, omicidio)
E' quello che faremo nei prossimi articoli.

Giuseppe De Lutiis: Servizi Segreti in Italia, ed. Riuniti.

Finalmente la notizia che tutti attendevano da tempo, da troppo tempo. Ventuno anni per l’esattezza è arrivata. Adesso il mandante e l’esecutore materiale dell’omicidio del giornalista-sociologo, Mauro Rostagno, hanno un volto e un nome: Vincenzo Virga, vecchio boss trapanese e Vito Mazzara. Gli agenti della squadra mobile, diretti dal vice questore Giuseppe Linares, hanno trovato riscontro a quello che per ben ventuno anni era solo un sospetto. Ad uccidere Rostagno è stata la mafia. Una cosa che un pò tutti sapevano. All’epoca dell’omicidio – siamo negli anni 80 – Cosa Nostra aveva l’assoluto controllo del territorio. Impensabile che un delitto eccellente, come quello del volto noto di Rtc, non portasse anche la firma dell’organizzazione criminale, ovvero che possa essere stato compiuto senza il consenso dei boss. Accertato che Virga e Mazara sono coinvolti nell’omicidio, il punto e un altro: perchè la mafia uccide Rostagno?? Le parole di Rostagno, che ogni giorno le mandava a dire a tutti, mafiosi e politici, dagli schermi dell’emittente locale Rtc, spaventavano così tanto Cosa Nostra??? Più degli attacchi diretti al loro patrimonio da parte delle forze dell’ordine???? Le domande e i dubbi rimangono. Quella più ricorrente è: a chi aveva dato veramente fastidio Mauro a parte ai boss locali???? Sul caso Rostagno è stata accertata solo una parte della verità, quella legata al ruolo dell’organizzazione criminale nel delitto. Sotto gli occhi di tutti, ma per anni celata, tenuta nascosta. In questa direzione, le parole del procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingoria, non hanno bisogno di alcun commento. ”Quest’indagine, che si chiude con gli ordini di custodia cautelare per esecutori ed organizzatori del delitto, è una tappa, non certo un punto di arrivo”. Insomma, non si esclude che dietro l’omicidio, vi siano mandanti esterni a Cosa Nostra. Che la morte di Mauro sia stata decretata da ambienti lontani alla mafia e allo stesso tempo vicini. ambienti che rappresentano la stessa faccia della medaglia. Una visibile e l’altra ancora oscura. “C’è molto altro da scoprire – dice ancora Ingroia – se parliamo di movimenti concorrenti con quelli di Cosa Nostra”. Una sola certezza. Rostagno non dava fastidio solo alla mafia. Era un giornalista scomodo che, da acuto osservatore della realtà trapanese, denunciava, a gran voce, anche gli intrecci di potere tra Cosa Nostra, politica corrotta e corruttrice, massoneria, servizi segreti deviati. Ingroia ha nuovamente tirato in ballo – nel corso di un’intervista rilasciata al tg 1 – la pista dapprima battuta e poi abbandonata che riguardava un traffico di armi tra l’Italia e la Somalia. Effettivamente, se facciamo un piccolo passo indietro e volgiamo lo sguardo a quegli anni, ci rendiamo conto che questa storia del traffico d’armi salta fuori in altre circostanze. L’attentato a Carlo Palermo. E’ risaputo, infatti, che Carlo Palermo aveva cominciato ad indagare a Trento, su un traffico d’armi internazionale. Si fece mandare a Trapani apposta. ma dopo appena sei mesi, tentano di farlo fuori in quella che ormai è conosciuta come la strage di Pizzolungo in cui persero la vita la povera Barbara Asta e i suoi due gemellini. Il traffico d’armi è una delle ipotesi sull’uccisione di Ilaria Alpi e il suo operatore. La Alpi, in Somalia, stava indagando proprio su un traffico d’armi. infine, tra le varie piste battute subito dopo l’omicidio Rostagno, sal ta fuori di nuovo la storia del traffico d’armi. Il giornalista, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe scoperto che in un vecchio aeroporto in disuso, arrivavano degli aerei militari caricavano casse contenenti delle armi. Tutte ipotesi comunque e che per ventuno anni sono rimaste tali. Oggi, la speranza o per meglio dire il sentimento popolare, è che non debbano trascorrere altri ventuno anni per mettere assieme tutti i tasselli di un puzzle ancora da ultimare……..

Pamela Giacomarro