Santoro, querela, Sanya Podgayansky, yacht di San Marino.

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 Proprio dalla Voce, si diparte una serie di articoli e notizie su Santoro, o meglio Sant'oro, riguardanti la storiella di un programma che fa le pulci ai tanti Briatore romagnoli, industrialotti che acquistano barche e le intestano in quel di San Marino. Ma poi, continuate a leggere...
Intanto, ieri, sul tavolo del Direttore generale rai Masi, arriva la letterina di Santoro, che lo avverte che a Settembre, forte dei suoi consensi (ed è vero), indici di ascolto e gradimento, la trasmissione andrà in onda, cascasse il mondo, anche per precedente decreto del giudice. Insomma, non proprio contenuti amichevoli, un avvertimento che suona come una guerra annunciata.---Free Image Hosting at www.ImageShack.us    Dagospia qui
Fresca di qualche giorno, località Rimini. Il tribunale della città romagnola ha appena rigettato l’atto di citazione fatto da Santoro quattro anni fa contro La Voce di Romagna, condannando l’anchorman a pagare le spese legali. La vicenda è esemplare per gli studiosi del
 santorismo, perché si vede - lo rileva il giudice - come Santoro applichi un metro diverso per sé e per gli altri giornalisti. Tutto parte da una puntata di Annozero del 2006, su San Marino, l’evasione fiscale, la bella vita dei furbetti, sparsi tra il Titano e Rimini, piccola capitale - nella vulgata santoresca - del briatorismo in salsa romagnola: tutti con lo yacht, tutti habitué del paradiso fiscale a due passi da casa. Normale che qualcuno si offendesse, e infatti è successo, tanto che la Voce di Romagna ha replicato facendo il verso a Santoro: se tutti in Riviera sono furbetti dall’evasione facile, Don Michele è uno di noi. E perché? Presto detto. Succede che la consorte di Santoro, la signora Sanya Podgayansky, sia figlia della seconda moglie di Iliano Annibali, famoso imprenditore della zona, proprietario di uno yacht, di una lussuosa villa a Covignano e con ottimi rapporti con San Marino. Insomma l’identikit perfetto del generico j’accuse santoriano ad Annozero. Una provocazione (meglio, «una operazione speculare a quella utilizzata da Annozero» scrive il giudice), che però Santoro aveva preso malissimo, citando in giudizio l’editore (Giovanni Celli, fratello dell’ex direttore generale Rai, una maledizione proprio...) e il direttore, con una richiesta di risarcimento danni esorbitante: 6 milioni e 200mila euro.
La Voce aveva anche raccontato altri dettagli del Santoro in versione romagnola: i suoi soggiorni al Gran Hotel di Rimini (simbolo del lusso in Riviera), i lavori di ristrutturazione di una villa vicina a quella del suocero Annibali, sul colle di Covignano. Quanto basta per far infuriare il difensore della libera stampa e fargli chiedere il bavaglio per i presunti diffamatori. Il tribunale di Rimini però gli ha dato torto, e il 26 giugno ha stabilito che «gli scritti, nel loro complesso, non hanno travalicato il limite connesso all’esercizio del diritto di critica, ricorrendo all’esposizione di un fatto sostanzialmente vero». 

Da Peter Gomez (grazie anche ad Arianna editrice: Regime, saggio interessante). 
I suoi primi trent’anni viaggiano su binari codificati, gli stessi di migliaia di coetanei cresciuti negli anni della contestazione: figlio di macchinista con la passione per Karl Manc, sessantottino cacciato dal liceo, funzionario e giornalista di partito, attore di teatro engagé, sedotto da Rainer Wemer Fassbinder e Peter Weiss. Anni vissuti al servizio dell’ideologia. Ma poi, con l’aiuto di Antonio Bassolino, segretario del Pci campano, e di Giuseppe Vacca, oggi sacerdote dell’istituto Gramsci, all’epoca consigliere Rai, approdò alla televisione pubblica e scoprì la sua vera indignazione: grillino ante litteram, anticasta prima di Tangentopoli.


È, dunque un raccomandato di talento, un fazioso, antipatico a molti e amato da altrettanti. Soprattutto dalle donne, la sua «magnifica ossessione». «Quella sera, quando gli dissi che era lui l’uomo della mia vita, gonfiò il petto e con quell’aria smargiassa cheaveva assunto negli ultimi tempi replicò: "Per me non è così, sono un uomo che ama le donne io. Le amo tutte"». È il ritratto più intimo che si può leggere di Santoro. Lo ha messo nero su bianco sette anni fa Cardinale, per 12 anni consorte del conduttore tv. Quando il libro andò in stampa, Michele tolse il saluto all’amico comune che pensava avesse aiutato la signora a trovare uno stampatore Per lui era come trovarsi nudo. Il Santoro venticinquenne abbandona i movimenti ed entra nel Pci. Indossa dolcevita e pantaloni di velluto, viaggia su una Renault 4, vive con la famiglia in un casolare settecentesco ai bordi di un castagneto. Le serate si svolgono intorno al caminetto e Michele ci prova con tutte Tonía lo sa e il marito si fà perdonare con biglietti come questo: «Ti ho sempre scelto. Ti ho sposato. Sei mia moglie. Pentole di rame Mattoni pesanti. Famiglia. Al di sopra di qualsiasi avventura». Dopo poco si lasciano e lui diventa il conduttore di Samarcanda, una trasmissione di nicchia. Santoro la fa decollare con due o tre ritocchi: conduce in piedi e aizza le sue piazze di pseudocasalinghe contro il politico di turno. Si innamora di Simonetta Mattone, collega, bionda come quasi tutte le sue fiamme: «È diversissima da me» spiega a una cronista. «Il mio imperativo categorico, adesso, è combattere la mafia. Simonetta è d’accordo, in linea di principio. Però pensa che si possa anche vivere senza pensarci dal mattino alla sera».

È l’addio. Sono gli anni delle bombe contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, lui sceglie di scommettere sul sindaco di Palermo Leoluca Orlando, lo spara contro gli stati democristiani. Perde il controllo della sua creatura. Samarcanda chiude e lui va a fare campagna elettorale per Massimo D’Alema, come racconta Giandomenico Crapis, nel documentato Michele Santoro, comunque la pensiate. E a chi gli chiede se voti Rifondazione risponde: «No. lo voglio rifondare il comunismo, ma non partecipo alla vita di nessun partito». In quegli anni la sua ombra è l’amico e dirigente Rai Giovanni Blasi. Sono inseparabili, ma Blasi è destrissimo e con Michele sono il rosso e il nero, come la trasmissione che il giornalista conduce in quei mesi.

Il rosso e il nero diventa la metafora della sua vita e della sua tv per primo sdogana Gianfranco Fini e molti ex missini invitandoli in trasmissione. Nel privato è un pò Julien Sorel e i personaggi del romanzo di Stendhal, narra l’ex moglie, diedero voce anche al loro addio. Un giorno lei scrisse al fedifrago in azione: «Caro dottore, mi dispiace disturbare la sua vacanza di lavoro con signorina sempre pronta. Tuttavia urge immediata una sua risposta. O con me o senza di me Dans la vie. Suo Giuliano». Lui risponde con Milan Kundera: «Non posso scegliere. Potrei rinunciare. Fare come Tomas». Restò libero.

Nel 1994 Silvio Berlusconi vince le elezioni, si dimette, finisce all’opposizione Santoro accetta l’offerta Mediaset e passa a Italia uno. È la stagione di Moby Dích. L’anno successivo si risposa. Questa volta il matrimonio è borghese. Impalma Sanja, 33 anni, in una pieve sulle colline romagnole. Officia il cardinal Ersilio Tonini, testimone di nozze è Maurizio Costanzo. ira gli invitati numerosi volti noti della tv. Non si perde il rinfresco l’ex ministro socialista Gianni De Michelis, amico del neosuocero Iliano Annibali, ricco imprenditore riminese con interessi anche nella Repubblica di San Marino. Santoro inizia a vestire Armani (di cui diventa amico), è tra i fondatori di un ristorante alla moda. Sorge sul lungotevere, si chiama Furore, come uno degli angoli dell’amata Costiera amalfitana dove è sepolta (a Scala) la madre, morta di parto. Il menù è «borbonico», come i vini. Una cena costa in media 100 mila lire. Il locale non decolla e chiude dopo pochi mesi. Santoro smette di fare l’imprenditore e lascia la Mediaset, ma non guarisce dal suo complesso edipico irrisolto con la sinistra. «In tanti anni è stato l’unico giornalista a farmi arrabbiare veramente» ricorda Claudio Velardi, ex consigliere di D’Alema. «In una trasmissione preparò a Massimo un vero agguato. lo mi incazzai e lui fece il martire, come sempre». L’ex presidente dei Consiglio da allora evita lo studio del conduttore salernitano, come molti altri leader pd. Il 20 maggio Michele li ha attaccati dalla sua tribuna, li ha bollati come «miserabili cialtroni». Per qualcuno è stata la conferma che Santoro non cerca la verità, ma la «bella morte».
Va a caccia di proscrizioni, forse di buonuscite. L’epitaffio glielo ha già scritto Beniamino Placido, molti anni fa, dopo uno dei suoi tanti addii: «No, non manderò nessuna corona di fiori. Nemmeno un telegramma ll perché è presto detto. Perché sono meridionale. E non ho mai sopportato il trionfo di quelle piazze, sovente del Sud, dove si celebrava il patetico rito della lagna televisiva Quelle piazze trasformate in grandi confessionali a cielo aperto, dove la pubblica confessione non finiva mai con il mea culpa».
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