Indipendenza della magistratura: il caso D'alema, Scelsi, Maritati.

Vi dico subito che: D'Alema è ancora a capo del Pd o Ds o come si chiamano

e sta meditando sul togleire le primarie, dato che gli si rovesciano contro.
Maritati, ha fatto carriera politica; sottosegretario di Prodi, oggi è senatore (dei Ds, ovvio); di Scelsi vi dirò in seguito, in altri tempi.
Certo, quel di Puglia, da qualche anno è divenuta luogo di ex magistrati divenuti scrittori famosi, sindaci, deputati e senatori. Pronti ad essere ospitati dalla Rai3.
E comunque, per quelli come noi, NESSUNO E' INDIPENDENTE. Compreso il signor Carlo Lucarelli, che da quando il padre se ne andò via dal nosocomio dove lavorava, totalmente assolto, non sono più stati resi noti episodi di incendi. Naturalmente si tratta di una pura coincidenza, ovvio. Probabilmente, è stata una dipartita che ha portato fortuna.


A proposito dell'allora re delle cliniche sanitarie private, Sig. Cavallari, aggiungo che oggi di re ne abbiamo almeno un paio, e alcuni già in parlamento e richiesti di procedere contro di loro. Naturalmente, quelli della sinistra sono puliti, come sempre.
Se il popolo lo vuole...

Prima si riportare il pezzo di Panorama, vi allego questo post:
(il cannochiale.it è un host di blog, non pensate male, anche se sinistroso).
da orpheus.ilcannociale.it
1) Fatto: D’Alema preannuncia una “forte scossa” che travolgerà Berlusconi, manco avesse avuto la sfera di cristallo, o fatto una premonitrice seduta spiritica come il compagno Prodi, poco dopo, con puntualità da orologio svizzero, scoppia lo scandalo D’Addario.<!--[endif]-->
<!--[if !supportLists]-->2) Fatto: sempre pochi giorni prima del D’Addario-gate, quattro personaggi legati alla vicenda s’incontrano “per caso” in centro Bari. Il magistrato Giuseppe Scelsi, titolare dell'inchiesta su Tarantini. Il senatore del Pd Alberto Maritati (uomo di D’Alema, manco a dirlo ex-magistrato, che nel ‘95, come PM a Bari, chiese e ottenne il proscioglimento di D’Alema accusato di aver percepito un finanziamento illecito al Pci…quando si dice la coincidenza, dal ‘99 in poi milita nel partito di colui che aveva prosciolto). L’avvocato della escort Maria Pia Vigilante e amica di vecchia data di Maritati. La giornalista Maddalena Tulanti, capo redazione del Corriere del Mezzogiorno, inserto regionale del CdS, nonchè la penna che ha trasformato in un libro – Gradisca, presidente – la biografia della D’Addario. Ovviamente queste sono “coincidenze”, considerarle prove di un complotto è “demenziale”, dichiara Maritati. Solo per Berlusconi vale la regola di colpevolezza a prescindere, solo lui, se partecipa al compleanno di una giovane, insieme a 100 persone è un “pedofilo” che deve dimostrare la sua innocenza e le "iene dattilografate" ci banchettano per mesi, sputtandolo e sputtandoci persino all'estero. Gli altri tutti “santi” vittime di circostanze avverse. A D’Alema e alla sua “cricca” bisogna credere per “fede” come si crede nella SS. Trinità, altrimenti si è “dementi”. Sono gli “unti” dal Signore, loro.<!--[endif]-->
Ma non è finita, Il Fatto ( giornale velenosamente anti-berlusconiano) si unisce a Panorama, nello svelare il complotto D’Addario e qui la vicenda si fa interessante, contemporaneamente, sempre per “caso” escono ora dopo 17 anni, sul Corriere, le foto (anche queste innocenti per “grazia ricevuta”) di Di Pietro e Contrada, con tutta una serie di veleni e Di Pietro che grida volgarità al Tg1 (il che la dice lunga su quanto sia “nervoso”). Ergo c’è una guerra intestina all’ultimo sangue, fra “Baffino” e il “Molisano incolto”? Stanno volando stracci e botte da orbi, fra le due fazioni e qualcosa vorrà pur dire…. Con un Bersani, che sembra un pugile suonato, intento a salvare il salvabile, Di Pietro: un polverone, come no, sempre pronti a scusare gli amici, i compagni e ad applicare rigorosamente la legge dei due pesi e delle due misure. Che pena!
Intanto, finalmente qualcuno si chiede da dove spunti la laurea di uno che manco conosce la grammatica italiana.
Orpheus
Panorama: D'Alema e quel peccatuccio da 20 milioni sepolto a Bari
Maurizio Tortorella 1/6/2000

Settembre 1994: un imprenditore confessa un contributo illecito, il futuro premier conferma, un giudice archivia per prescrizione. E il pm, cinque anni dopo aver condotto gli accertamenti, va al governo. Con l'ex indagato.
Forse è per la cifra irrisoria del finanziamento illecito: appena 20 milioni, in una busta consegnata da un imprenditore. O forse perché l'indagato, su richiesta dello stesso pubblico ministero che lo aveva messo sotto accusa, venne prosciolto dopo nemmeno 12 mesi. Sta di fatto che a Bari, tra 1994 e 1995, si è svolta un'inchiesta che è stata sorprendentemente cancellata dai mass media: per anni nessuno ne ha mai parlato in televisione, nessuno ne ha scritto sui giornali. Come se nessuno se ne fosse accorto. O non avesse voluto accorgersene.
Eppure, l'inchiesta dimenticata è assai interessante. Perché ha riguardato l'ex segretario del Pds ed ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema. Perché D'Alema venne prosciolto, ma soltanto per la prescrizione del reato. E, soprattutto, perché D'Alema qualcosa aveva ammesso. Sì, insomma, quel piccolo finanziamento c'era stato. Un altro dato interessante della storia riguarda il magistrato inquirente, Alberto Maritati, nominato nel 1999 sottosegretario da Massimo D'Alema.
Tutto era cominciato a Bari alla metà del 1994, nel periodo più aggressivo di Mani pulite. L'indagine era partita dalle dichiarazioni rese agli inquirenti da Francesco Cavallari, «il re delle case di cura riunite»: un piccolo impero della sanità privata, con 4 mila dipendenti. Cavallari, arrestato nel maggio di quell'anno per truffa, reati contro la pubblica amministrazione e associazione mafiosa, era stato il motore dell'inchiesta: in settembre, dopo mesi di reclusione, afflitto da problemi cardiaci, aveva deciso di collaborare con i magistrati.
E con un fiume di confessioni aveva scatenato l'apocalisse: nel marzo 1995 i suoi interrogatori avevano aperto le porte del carcere per decine di consiglieri regionali e assessori. Erano finiti nei guai perfino due ex ministri, Vito Lattanzio e Rino Formica, accusati di corruzione e di finanziamento illecito, imputazioni da cui sarebbero stati poi assolti nel maggio 1999. La Tangentopoli pugliese aveva colpito duro soprattutto gli esponenti della Dc, del Psi e degli altri partiti di governo. Alla fine Cavallari se l'era cavata con un patteggiamento a 22 mesi.

Ma l'imprenditore aveva parlato davvero di tutti. «Ho avuto rapporti anche con l'opposizione in regione» aveva precisato Cavallari in un interrogatorio davanti al pubblico ministero Maritati, il 19 settembre 1994, «e cioè con il Msi e con il Pci». Era spuntato allora il nome di D'Alema, che alla metà degli anni Ottanta, prima di essere eletto deputato nel 1987, era stato segretario del Pci pugliese e consigliere regionale. Cavallari, nella deposizione, aveva accennato a un ottimo rapporto con l'esponente dell'opposizione: «Quando era in regione, ero solito recarmi da lui e prospettargli le nostre iniziative...».

Maritati, viceprocuratore nazionale antimafia, una fama di mastino, aveva chiesto se si fossero verificati illeciti. E l'imprenditore aveva dichiarato: «Non nascondo che in una circostanza particolare ho dato un contributo di 20 milioni al partito. D'Alema è venuto a cena a casa mia, e alla fine della cena io spontaneamente mi permisi di dire, poiché eravamo alla campagna elettorale 1985, che volevo dare un contributo al Pci». L'accusa era stata ripetuta il 7 ottobre. Gli inquirenti avevano chiesto a Cavallari i riscontri: «Quella sera, con D'Alema, eravamo presenti in tre: io, il mio cuoco Sabino Costanzo, e il nostro amministratore Antonio Ricco, che era in grande rapporto d'amicizia con lui».

Stesso trattamento, una busta con 20 milioni per le spese elettorali, secondo Cavallari era stato riservato nel 1987 a quello che allora era un esponente di spicco del Msi pugliese, Giuseppe Tatarella, morto nel 1999, e che nel momento degli interrogatori era nel governo presieduto da Silvio Berlusconi, come vicepresidente del Consiglio.

Poi, fino al 28 marzo 1995, l'inchiesta barese era andata avanti, con interrogatori e accertamenti: non solamente su quei due episodi, ma su decine di altre vicende, tutte rivelate da Cavallari. Quel giorno i pubblici ministeri titolari dell'inchiesta, accanto a Maritati anche Giuseppe Scelsi, Giuseppe Chieco e Corrado Lembo, avevano chiesto di prosciogliere una settantina di indagati dall'accusa di associazione per delinquere. E avevano chiesto l'archiviazione «per intervenuta prescrizione» per altri indagati di solo finanziamento illecito: fra questi, D'Alema e Tatarella.

Gli inquirenti ritenevano «intrinsecamente attendibili» le accuse dell'imprenditore. Ma si vedevano costretti ad archiviare per il troppo tempo trascorso dal reato: 10 anni. I magistrati avevano descritto così Cavallari: «Ha cercato di accattivarsi con promesse, contribuzioni in denaro, assunzioni di favore e altre illecite lusinghe il ceto politico dominante di Bari; e ha tentato di assicurarsi l'appoggio dell'opposizione allo scopo di neutralizzare o ridurre l'ostilità nei momenti cruciali della vita e dello sviluppo del gruppo imprenditoriale».

La richiesta di archiviazione era finita sul tavolo del giudice Concetta Russi, che il 22 giugno 1995 aveva ordinato il proscioglimento: «È superfluo ogni approfondimento». Ma il giudice barese aveva colto l'occasione per aggiungere qualche considerazione: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell'onorevole D'Alema, all'epoca dei fatti segretario regionale del Pci». E aveva aggiunto: «Con riferimento all'episodio riguardante l'illecito finanziamento al Pci, l'on. D'Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell'importo da quest'ultimo indicato».

Evidentemente, l'ex presidente del Consiglio aveva ammesso in un interrogatorio, o in una memoria scritta, di aver accettato quel finanziamento illecito. Certo, se si è trattato di un interrogatorio subito da D'Alema tra la fine del 1994 e la primavera del 1995, gli inquirenti devono aver faticato non poco a renderlo segreto. Panorama ha tentato in vari modi di entrare in possesso del verbale, o della memoria scritta che dovrebbe far parte del fascicolo, purtroppo senza riuscirci. Dai riferimenti tecnico-legali contenuti nel decreto di archiviazione, comunque, è certo che D'Alema ammise «lealmente» il reato commesso, presumibilmente qualificabile come un finanziamento personale: in ogni caso una «fattispecie delittuosa», secondo il giudice Russi, «meno grave e comunque depenalizzata».

Il pubblico ministero Maritati, il 27 giugno 1999, è stato poi candidato dal centrosinistra a Lecce, nelle elezioni suppletive rese necessarie dalla morte del senatore Antonio Lisi, di Alleanza nazionale. Maritati è stato eletto con il 53,7 per cento dei voti. E il 4 agosto 1999, fatto insolito per un parlamentare di freschissima nomina, è stato nominato sottosegretario all'Interno durante il primo governo D'Alema, vice di Rosa Russo Jervolino. Di lui, per quasi un anno, si è detto fosse il vero ministro dell'Interno. Oggi Maritati, la cui carica non è stata rinnovata da Giuliano Amato, è iscritto al gruppo misto del Senato.

Ci sta anche qualche altra considerazione da fare, diciamo qualche altro fattarello:

Bari - L’aveva detto l’altro ieri, il ministro Raffaele Fitto, che c’entrava Bari con le nuove “scosse” che, secondo il leader del Pd Massimo D’Alema, “doti di preveggenza” di D’Alema, Fitto aveva infatti individuato, “preveggente” a sua volta, la fonte di conoscenza delle possibili “scosse” a Berlusconi in “ambienti baresi in cui a partire dai primi anni Novanta, D’Alema ha improvvisamente (ma provvidenzialmente anche per lui) garantito più di una carriera politica a chi faceva tutt’altro mestiere”.

Riferimenti chiari, quelli del ministro e da lui stesso fatti più volte, a due ex magistrati, attuali esponenti del centrosinistra, il senatore Alberto Maritati e il segretario regionale del Pd e sindaco di Bari, Michele Emiliano, oggi candidato a subentrare a se stesso contro il deputato Pdl Simeone di Cagno Abbrescia: indagini di cui Maritati ed Emiliano si occuparono “a partire dai primi anni Novanta” hanno entrambe “sfiorato” in un caso D’Alema e nell’altro esponenti del suo governo. Vicende che, d’altro canto, il ministro aveva ricordato con durezza, insieme con altre, ancora nell’aprile scorso, esponendo il proprio pensiero su una questione giudiziaria che lo riguarda personalmente.

Maritati, due volte sottosegretario nei governi del centrosinistra (una volta con D’Alema premier, una volta con Prodi), nei primi anni Novanta fu tra i pubblici ministeri della cosiddetta “Operazione Speranza”, indagine che provocò in Puglia molte polemiche su più livelli. D’Alema e l’esponente dell’allora Msi-Dn Pinuccio Tatarella, imputati per contributi illeciti ai partiti, uscirono dalle indagini, senza che si fosse mai saputo che vi erano entrati, quando “scattarono” i termini della prescrizione, nella primavera del 1995. Un’altra ottantina di persone – tra i quali gli ex esponenti di Dc e Psi Vito Lattanzio e Rino Formica – sono rimasti imputati per anni.

Nel maggio 2003 nell’ultimo processo scaturito dalla “Operazione Speranza” le ultime assoluzioni (in primo grado) per una trentina di persone. Tra i quattro pm di “Operazione speranza” c’era anche il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, che oggi dirige l’indagine nella quale sarebbero emerse storie di “ragazze a pagamento” per feste con Silvio Berlusconi. Emiliano ha lavorato nella procura barese sino al 2003 e a Bari nel 2004 è stato candidato sindaco dal Pds ed è stato eletto. Per circa quattro anni, dal 2000 al 2003, Emiliano ha diretto indagini sulla cosiddetta Missione Arcobaleno, voluta nel ’99 in Albania dal governo D’Alema. Già nel 2003 Fitto stigmatizzò la scelta di D’Alema di candidare Emiliano, rimproverando a quest’ultimo di fare “campagna elettorale con la toga addosso”.

Fitto sottolineava allora che nell’indagine su ‘Arcobaleno’ erano “coinvolti componenti e funzionari di rilievo” del governo D’Alema “e parlamentari ed ex parlamentari proprio del partito dell’ex Presidente del Consiglio”. L’indagine su “Arcobaleno” si è conclusa solo pochi mesi fa: nell’ottobre 2008, a quasi nove anni di distanza dagli arresti disposti per lo scandalo legato alla gestione degli aiuti umanitari, ha condotto al rinvio a giudizio di 17 persone.