Pentiti accusano Berlusconi da Firenze, strage Georgofili. L'origine di Forza Italia al Sud.

Nel processo in corso a Firenze a Francesco Tagliavia per l’attentato esplosivo
 del ’93, un collaboratore di giustizia, il pentito Ciaramitaro, ha detto che nella stagione di stragi che colpì l’Italia negli anni Novanta "ci stavano politici di mezzo" tra cui il premier Silvio Berlusconi, che all’epoca però non era ancora sceso in politica. A fare il nome del premier è stato anche un altro pentito, Pasquale Di Filippo, ricordando che ’’nel 1994, quando ci sono state le elezioni, in Sicilia abbiamo votato tutti per Berlusconi, perché Berlusconi ci doveva aiutare, doveva far levare il 41 bis’’.
18.01.2011

Riporto una ricostruzione che ritengo assai veritiera, peraltro simile alla ricostruzione di Gomez, Travaglio e compagnia. Aggiungo che a quanto conosco, credo che della partita che ha sdoganato Berlusconi in politica abbia fatto parte anche la Fiat, con il mitico Avvocato Giovanni Agnelli, ma questo riguarda il Nord, e tutti sappiamo benissimo che la ricca borghesia del settentrione è da sempre schierata con Berlusconi e lo resterà fino a quando sarà possibile.


Il pentapartito muore. A chi affidarsi? E’ questo anche l’interrogativo della mafia, di Cosa Nostra. Ancora nel 1991 i mafiosi hanno fiutato che qualcosa sta cambiando. “Già nel 1991 – scrive Peter Gomez – quando diventa chiaro che in Cassazione la sentenza del maxi-processo istruito da Falcone verrà confermata, Riina e i suoi cominciano a discutere nuove possibili alleanze politiche. Ce l’hanno con la Democrazia Cristiana che, secondo loro, non ha saputo garantire le assoluzioni come promesso. Ce l’hanno con il socialista Claudio Martelli che, una volta diventato ministro della Giustizia, ha scelto Falcone come direttore degli Affari penali del ministero. Vengono messi in programma i primi omicidi eccellenti. Si comincia a pensare alle stragi.” Intanto, come segnale forte e chiaro, nel marzo del 1992, fanno fuori Salvo Lima, non più utile, non più garante, non più in grado di influire aggiustando processi e modellando equilibri. Poi, si apre l’era stragista della mafia: Falcone, Borsellino. E poi l’attacco in grande stile del 1993 con le bombe a Roma, Firenze e Milano.

Cosa vuole la mafia? E’ dalla primavera del 1993 che in seno a Cosa Nostra sono convinti di dover cercare nuovi e affidabili referenti politici. Basta con i soliti, inservibili, tappabuchi della Prima Repubblica. Basta con democristiani e socialisti, che non hanno nemmeno saputo tutelare se stessi. Basta, aria nuova, ci vuole. E ci vuole, soprattutto, un nuovo partito. Un partito di riferimento. Agile, forte, affollato, dentro il quale coltivare interessi e tessere le fila di amicizie e condivisioni. Un partito nazionale. Magari liberale e anticomunista. Al nord sta spopolando la Lega. E al Sud che si fa? Lo stesso. Si mettono su Leghe a tutto spiano. Ne nascono di tutti i tipi. Ma soprattutto populistici. All’hotel Midas di Roma nel ’90 nasce la Lega meridionale Centro- Sud-Isole (diffidata dall’usare quel nome da un’altra “Lega Meridionale” ). Si presenta subito offrendo la candidatura a Vito Ciancimino (che declina) ed a Licio Gelli, che invia un sentito augurio a “quanti si riconoscono nell’ideale di ricostruire un’Italia democratica, onesta, pulita per un suo futuro di prosperoso benessere”. Nello stesso torno di tempo sboccia “Noi Siciliani”, capace di portare un deputato (Nino Scalici) all’Assemblea regionale grazie anche al traino del nome di Teresa Canepa, figlia di Antonio, fondatore, nel 1946, dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia. Sempre all’inizio degli anni novanta spunta la “Lega Sud –Ausonia” controparte, anche nella denominazione, della Lega Nord-Padania, con intenti spiccatamente federalisti, ma non tralasciando il secessionismo. Spuntano poi i vari “Centri di azione agraria” e “Noi Meridionali”, “Uniti per la Puglia” e “Uniti per Matera”, il “Partito del Sud” e l’ “Unione federalista meridionale”, fino a “Uniti per Castrovillari”, a “Noi Borbonici” ed alla “Lega di Azione Meridionale – AT6” (dove AT6 è un acronimo di Antenna Taranto 6) di Giancarlo Cito. Ma, tra il settembre e l’ottobre del 1993, spunta una nuova sigla, “Sicilia Libera”. Una delle tante? Non esattamente. Infatti, è il partito-movimento messo all’impiedi da Leoluca Bagarella. Insomma, direttamente da Cosa Nostra, in prima persona. A dire il vero non tutti sono convinti dell’operazione. Almeno a detta del pentito Nino Giuffrè. Troppi uomini d’onore in quel partito, troppa gente con precedenti penali o con conti in sospeso verso la giustizia. Troppa pubblicità e visibilità. Il progetto stenta a decollare. Provenzano è diffondete. Don Binnu non crede all’iniziativa, neanche lui. Non è mica un alloco, non si fa mica attirare dalle lucciole. Scruta quel che avviene in un’altra parte d’Italia, al Nord. E di movimenti, lì, se ne intravedono. Movimenti interessanti, da seguire con attenzione. “Il Capo dei Capi – scrive Giuseppe D’Avanzo su Repubblica nel 2002-, ora che Riina è in galera, può contare su tre promettenti canali, a credere in Giuffrè. Il primo score da Agrigento e Sciacca verso Milano e si muove da Giovanni Brusca e Salvatore Di Ganci fino a un avvocato già noto alle cronache, Massimo Maria Berruti (già ufficiale della Guardia di Finanza, collaboratore di Berlusconi, ora onorevole di Forza Italia). Il secondo canale arriva fino a Marcello dell’Utri attraverso Vittorio Mangano, ‘stalliere’ ad Arcore. Il terzo è in appalto ai ‘palermitani’ di Brancaccio, i fratelli Graviano, appunto. Tutte le strade, dice sorprendentemente Giuffrè, giungono a Silvio Berlusconi, ‘una persona abbastanza capace di poter portare avanti, diciamo, un pochino le sorti dell’Italia’.” Usando questi canali Provenzano propone al quartier generale milanese le ‘richieste’ di Cosa Nostra, in cambio dell’appoggio politico-elettorale. Le risposte non si fanno attendere e – sostiene Giuffrè – sono positive: “interessava il discorso dei carcerati, il 41 bis…. Abbiamo il problema della revisione dei processi, abbiamo il problema dei pentiti, abbiamo il problema dei sequestri dei beni e sono i discorsi più importanti. Ne resta ancora uno, un certo alleggerimento della magistratura nei confronti degli imputati, nelle condanne diciamo, questa impunità di cui avevamo in precedenza parlato: associazione mafiosa sì, ma niente ergastoli.” Da Milano, abbiamo detto, arrivano buone nuove. La cosa si può fare. Tra gli uomini di Cosa Nostra sbocciano l’ “euforia” e l’ “ottimismo”. La nuova linea strategica la detta lo stesso Provenzano a Giuffrè: “Amu a vutari Forza Italia.” E Giuffrè puntualizza: “Si trattava di Forza Italia. Provenzano ci disse di appog­giarlo. La direttiva di votare questo nuovo partito, secon­do quello che mi disse, era col­legata alla trattativa per risol­vere i problemi che avevamo in quel momento, dai conti­nui arresti agli ergastoli, dal carcere duro al sequestro dei beni. Sosteneva che nel giro di qualche anno avremmo ri­solto tutto, e che con Forza Ita­lia eravamo in buone mani”. Fece dei nomi in particolare? – chiedono i giudici. “Quelle persone che già era­no in contatto con Cosa no­stra, come Marcello Del­­l’Utri”. Il nome di Dell’Utri non è la prima volta che viene fatto. Già alla fine del 1993, il pentito Pietro Ilardo, poi ucciso nel 1996, negli incontri con il colonnello Michele Riccio, aveva parlato di Marcello Dell’Utri come del “contatto stabilito da Bernardo Porvenzano con un personaggio dll’entourage di Berlusconi”. Un contatto che aveva dato assicurazioni che ci sarebbero state iniziative giudiziarie e normative più favorevoli e anche aiuti a Cosa Nostra nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali.” Lo stesso tipo di rapporto (“aggancio” lo chiamano) hanno confermato, anche di recente, ai giudizi di Firenze che indagano sulle stragi occulte del ’93, Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza, pentiti eccellenti di Cosa nostra, tanto che a Palermo, i magistrati stanno valutando se riaprire i fascicoli archiviati nel 1998 a carico dei due politici del Pdl. In cambio della referenzialità politica, ovviamente, niente più stragi, ammazzamenti, bombe come quelle a Roma, Firenze o Milano. O quella, mai esplosa, davanti allo stadio Olimpico, sempre a Roma. E poi, mai più a braccetto coi candidati alle elezioni. Mai più cene pantagrueliche con candidati, amici, amici degli amici, coppole e brillantina, signore ingioiellate e santini in mano ai picciotti. Tutto questo non andava più. Discrezione, ci voleva, ché i giudici ormai avevano le antenne. E tutto viene eseguito secondo le istruzioni. Tranne qualche piccola imprudenza. Quando siamo proprio a ridosso delle elezioni politiche del 27-28 marzo 1994. Esattamente il 4 febbraio, un principe, uno di quei principi della cosiddetta nobiltà nera romana, amico della Massoneria e di Gelli in persona e con un blasone lungo quanto l’elenco telefonico, di nome Domenico Napoleone Orsini. Bene, il principe Orsini da qualche tempo ha preso una sbandata per la Lega di Umberto Bossi, tanto che ne ha una fondata pure lui: “Lega Italia federata” si chiama. Che ha anche ospitato una sera il leader della Lega in un salotto gremito di belle signore, giornalisti e uomini d’affare e di politica. A Roma. Nella Roma ladrona. Quel fatidico 4 febbraio, orsini comincia abbastanza presto a telefonare agli amici. Abbastanza presto per un principe, s’intende: le 10,50. A quell’ora – dicono i tabulati – chiama Stefano Tempesta, un leghista vicino al partito di Bagarella “Sicilia Libera”. Non è dato sapere di cosa parlino. Ma, nel pomeriggio, altre telefonate corrono tra Nord e Sud dello Stivale. Alle 15,55 Orsini chiama Tullio Cannella, uomo di Bagarella, il più presentabile, a quel momento, di “Sicilia Libera”, quello che, da pentito, nel 2001 parlerà dei contatti tra Marcello Dell’Utri e i Graviano, riferendo episodi di sei anni prima, cioè del 1995. I due, Orsini e Cannella, parlano. Probabilmente di politica. Probabilmente in vista di qualche accordo. La sensazione – considerati anche i contatti successivi, nel di quella giornata – è che Orsini sia un a sorta di mediatore. Alle 16, 14 sempre Orsini chiama la sede di Palermo di “Sicilia Libera”. Alle 18,43 l’attivissimo Orsini – evidentemente in possesso di notizie rilevanti provenienti dalla Sicilia – chiama Arcore, parla con Silvio Berlusconi. Subito dopo, fa squillare il telefono di Marcello Dell’Utri. Altra chiacchierata. Alle 19,01, dopo avere chiuso con Dell’Utri, richiama Stefano Tempesta, il leghista amico dei siciliani di “Sicilia Libera”. Tempesta non c’è? O servono altri chiarimenti? Non si sa, fatto sta che una nuova telefonata raggiunge il leghista alle ore 19,20, a farla sempre Orsini, il mediatore, si direbbe. Punto. La storia finisce qui. O meglio, inizia qui. Da lì a poco, “Sicilia libera” scomparirà. Forza Italia sarà presente e forte in Sicilia, accogliendo i più presentabili del disciolto movimento bagarelliano. Lo stesso faranno buona parte delle altre leghe meridionali: o scompariranno, anche come sigle autonome, ed i loro uomini confluiranno in Forza Italia, o si alleeranno con il “Polo delle Libertà” (che al Sud, invero, si chiamerà “Polo del Buongoverno”) oppure resisteranno, ma avranno vita magra e difficile: alle elezioni, intorno allo 0 virgola. Ma c’è di più. Alle 18,11 del 19 marzo, quando mancano dodici giorni alle elezioni, gli inquirenti intercettano – tra molte – una telefonata all’utenza telefonica 091.6882…. tra il massone-mafioso Pino Mandalari (ex commercialista e socio di Totò Riina), sotto inchiesta, e Giovanni Ferlito. Questi chiama Mandalari, tra l’altro attivista del neopartito forzista e fondatore di una sua sezione a Palermo. Ecco il dialogo, tratto dal libro L’orgia del potere di Mario Guarino:

- Ferlito: In questo monmento ti ho disturbato?

- Mandalari: No, no, Giovanni, domani c’è Silvio a Palermo!

- Ferlito: Sì, domani c’è Silvio, tu cobn lui ti sei visto?

- Mandalari: Sì, sì, sì!

- Ferlito: Eh?

- Mandalari: Sì, già precedentemente.

- Ferlito: Vi siete visti già?

- Mandalari: Sì, sì!

- Ferlito: Quindi tutto predisposto. Hai parlato pure di me… no?

- Mandalari: Sì… della tua situazione, sì.

- Ferlito: Come?

- Mandalari: Lui mi ha detto che appena possibile ti scriverà una lettera. (…)

- Ferlito: No, dico con Silvio vi siete incontrati qua a Palermo?

- Mandalari: No, no, non è sceso… domani scende, stasera arriva lui… ci siamo incontrati fuori…

- Ferlito: Ah, fuori? Vi siete incontrati fuori?

- Mandalari: Sì, sì!

- Ferlito: Quindi di me ne hai parlato… va bene.

- Mandalari: Certo! E lui mi ha detto… appena possibile… appena fionisce tutta questa baraonda gli scriverò.

- Ferlito: Io, io gli ho detto… io gli ho mandato un pacco da 16.

- Mandalari: Sì, me lo ha detto, sì, sì.

- Ferlito: Lo sapeva lui?

- Mandalari: Sì, esatto, sì.

- Ferlito: Va be’, comunque io rinnovo i migliori auguri a te e…

- Mandalari: Grazie, grazie., Gianni, ‘u frate, ti ringrazio.

Restano alcuni interrogativi. Mandalari e Berlusconi si sono incontrati davvero il 20 marzo? E , ancora, cos’è questo “pacco da 16”, cosa conteneva vista che le feste natalizie sonopassate da un pezzo? Qualcuno sospetta… Quasi un anno dopo, il 25 gennaio 1995, Vincenzo Scarantino, coinvolto nella strage di Via D’Amelio, enlla quale morirono Borsellino e gli uomini della sua scorta, rivelò qualcosa di interessante, che il quotidiano la “Repubblica” pubblicò: “Dopo aver racontato (ai giudici) i dettagli della preparazione della strage, Scarantino ha fatto il nome di Berlusconi al quale, secondo il pentito, mandavano tanta di quella cocaina (…) che Ignazio Pullarà mi riferì che gli mandava due chili di cocaina ogni 20 giorni-un mese (…). Per le feste Berlusconi mandava 50 milioni alla “famiglia” di Santa Maria del Gesù.” Che era, poi, la famiglia mafiosa di Vittorio Mangano, a capo della quale c’era Pippo Calò. Alle opesanti acuse di Scarabntino, Berlusconi replicherà con ironia: “Sì, è vero, mi mandavano anche dieci cannoni, quattro carri armati e, naturalmente, a mesi alterni, un sottomarino".