Nicola Rossi, dimissioni respinte.Critica tremenda al PD.

Riporto sotto uno stralcio di un intervento del Prof. Nicola Rossi, uno dei tanti
 deputati imbarcati dal MONDO DELLA SINISTRA  POLITICHESE per portarli dentro la macchina legislativa. Ora, il Rossi lamenta nella sua lettera del 1 Febbraio in cui annuncia le sue dimissioni da senatore Pd, di sentirsi un nominato e non un eletto. Giusto: ma mi chiedo, quando mai un personaggio preso tout court dall'università, si prende i voti necessari per essere eletto a senatore? In altre parole, chi conosce in quel di Roma il Prof. Nicola Rossi, uno dei tanti professori di quel guazzabuglio che è l'Uniroma, a parte colleghi, amici e studenti?


La domanda allora è questa: caro Prof. Rossi, Lei accetterebbe di candidarsi e affrontare una bella campagna elettorale in concorrenza con altri candidati della sua parte politica e di quella avversa? E quanti voti pensa di poter raccogliere?
Ma non è la sua, una storia simile a quella di tanti intellettuali ed economisti tirati dentro la macchina parlamentare del vecchio e rottamato Pci?
Infine, il prof. si è da tempo accorto che il Pd, e la sua fusione fredda, costituisce una anomalia italiana, la vera anomalia, quella che impedisce da anni un ricambio nella politica sia di sinistra (il termine lo uso io) che di destra, dal momento che il Pd non ha mai assunto un programma di identificazione unitario, cui poi far seguire fatti concreti. Caro prof. Rossi, mi creda, non ci vogliono lauree, né titoli di docenza per convergere su tale osservazione, e forse, nemmeno tanti mesi per manifestare delusione nel sentirsi inutili nel mega partito denominato Pd, a mio avviso avvitato in una spirale che perversamente lo porterà alla sconfitta per molti altri anni, salvo colpi di testa dentro il Pdl.

Ma poi, che roba l'è quella Proposta per il rilancio del Paese, termine vago ed oscuro, politichese allo stato puro, che da mesi Bersani va sbandierando? Sarà mica il solito minestrone preparato nella solita cucina, mestato dai soliti cuochi esclusivi (i soliti nomi dei consigliori tipo Umberto Eco, e tutta la corte di intellettuali ed economisti di elite, totalmente estranei alla logica di dialogo dal basso, cioè democratico)? La cosa migliore che il Prof. Umberto Eco e lo stesso Nicola Rossi dovrebbero fare, è di andare nelle strade, raccogliere le idee e i progetti dei simpatizzanti, chiamare i più volenterosi a partecipare alla stesura di un prgramma di rilancio o come vogliamo chiamarlo e aiutarli a stenderlo in modo chiaro e puntuale, mettendo tutto in rete, compresi i nomi dei partecipanti.

Diversamente, tutto si risolvera nel mantenimento delle preblende per i giornali e Tv amici, per le aziende e cooperative amiche, per i lavoratori dei settori dove si pescano più voti (scuola, sanità, enti pubblici) e nel mantenimento dei privilegi delle solite caste (a cominciare da quella dei sindacalisti, dei politici, dei giornalisti e dei frammassoni di consorteria imprenditoriale).
 E si continuerà a parlare dei 30mila posti di lavoro della Fiat, come se si fosse ancora negli anni settanta, quando erano però 300mila, alla faccia di tutte quelle realtà locali dove i lavoratori non statali, sono fregati dieci volte, senza ottenere la minima attenzione né dei media né degli amici del Pd (e direi che in parte se la sono voluta, a cominciare dalla fatidica marcia dei 40mila di trenta anni fa, io c'ero quel giorno, come ex militante di LC, proprio a vedere la macelleria, la codarderia di quegli stessi lavoratori che noi credevamo di poter "elevare").
 Auguri.


...Si dice – lo abbiamo letto negli ultimi anni – che la crescita mondiale sia ormai a tre velocità: il 6 per cento per le potenze emergenti, il 4 per cento negli Stati Uniti, il 2 per cento per l’Europa. Se si guarda però dal punto di vista dell’Italia, purtroppo le velocità non sono tre, ma quattro, perché il nostro Paese, se va bene, cresce a ritmi prossimi all’1 per cento e non oltre.

A questi ritmi l’Italia, che come osservano gli storici dell’economia nella seconda metà del ’900 era passata dalla periferia al centro del mondo, ci metterà solo pochi lustri a ritornare dal centro alla periferia.

In questo contesto ai parlamentari si richiederebbe, oltre al rigore personale che certamente li contraddistingue tutti, anche una piena e totale indipendenza di giudizio, in grado di evitare quella che a molti spesso appare, a seconda dei casi, come la miope rigidità o, se volete, la boriosa debolezza dei contrapposti schieramenti, ed in grado di evitare che questo si traduca a sua volta, come spesso purtroppo accade, in un danno per la collettività e in un pregiudizio per l’interesse nazionale.

Questa indipendenza di giudizio – e qui mi riferisco solo ed esclusivamente a me stesso e non estendo questa argomentazione a nessun altro – trova un limite invalicabile nell’attuale legge elettorale, che priva i parlamentari della legittimità popolare senza la quale, e parlo nuovamente per me, non può esserci indipendenza di giudizio con buona pace del dettato costituzionale.

Avendo vissuto nel 2001 l’esperienza del collegio uninominale, mi sento oggi – e parlo ancora una volta di me – nominato, e non vedo altro modo per riacquistare anche solo in parte la mia libertà di azione e di giudizio, se non quello di rinunciare alla nomina.