Le televendite di quadri sono delle buffonate, quasi sempre.

A parte le vicende processuali di alcuni grandi imprenditori del settore delle vendite e commercio di opere di
arte moderna, leggi quadri, per me la vera truffa si cela in genere, ma con alcune eccezioni, poche, nel fatto che i venditori televisivi sono degli imbonitori di piazza, che dopo aver rastrellato una ventina di nomi, peraltro assai discutibili quanto ad originalità, continuano a propinarvi questi venti nomi, ossessivamente, magnificandone le virtù e il valore economico e di futuro investimento delle opere presentate.
Per dirne una, ad esempio, alcuni quadri dei 8000 lavori di Schifano, venivano venduti 10 anni fa attorno alle 4-6-mila euro, mentre oggi si gira attorno alle 1200 euro!
Ma lasciamo perdere, pensiamo a Cascella, un pittore super valutato, che ha il difetto di essere facilmente imitabile e comunque le cui opere sono vendute a prezzi del tutto sovra stimati, anche tenendo conto del numero delle opere in giro, praticamente sterminato.
Insomma, se volete acquistare dei quadri anche per investire nel futuro, girate, andate nelle botteghe dei pittori e trattate il prezzo: dovete fidarvi del vostro intuito e puntare sul fatto che con 5 mila euro, vi meterete in casa una collezione di quadri di pittori non affermati ma che potrebbero darvi buone soddisfazioni in futuro, piuttosto che acquistare due o tre quadri dei soliti nomi noti, ultra stimati.

Da Il giorno

Brescia, 17 aprile 2014 - «Un nome conosciuto fa sempre comodo in un processo». Così Giorgio Corbelli, amministratore della casa d’arte Finarte e di Telemarket, spiega il suo coinvolgimento nell’inchiesta partita dalla procura di Verona ed ora passata aBrescia, insieme al gallerista bresciano Roberto Agnellini. Tutto inizia nel 2008, quando la Procura di Verona indaga sulle acquisizioni di dipinti importanti,da Picasso a Warhol a Fontana, da parte della veronese Mondialfruit.
Secondo l’accusa, le opere sarebbero state acquistate a prezzi esorbitanti con fondi sottratti al fallimento della società, un crac da 30 milioni: in totale, 15 milioni di euro che dovevano andare ai creditori, sarebbero stati spesi per i quadri (mai ritrovati). Tra quelle acquistate, una tela arriva da Finarte, l’altra, un Picasso, dalla galleria Agnellini, che a sua volta l’aveva acquistata da Telemarket. Per l’accusa, parte dei soldi, sarebbero stati rigirati ai compratori. «Io non conosco i protagonisti veronesi — ricostruisce Corbelli — conosco solo Roberto Agnellini. Tutti i pagamenti sono regolarmente documentati».

Ma la vendita è stata gonfiata? «Io avevo comprato il Picasso per 1,2 milioni, Agnellini l’ha preso per 1,4 milioni e l’ha rivenduto per 1,7 milioni alla Mondialfruit. Sono ricarichi compatibili con investimenti economici», sottolinea Corbelli. Ora il tribunale del Riesame, con sentenza depositata l’11 aprile, ha stabilito il trasferimento di tutti gli atti al tribunale di Brescia, come chiesto dalla difesa di Corbelli. «Dei bravi giudici — commenta Corbelli — avrebbero dovuto sapere che quello non era il loro ambito d’inchiesta. E mi chiedo: sarebbe giusto indagare i costruttori di un edificio per riciclaggio, quando gli acquirenti non onorano il mutuo? Se errore c’è, è stato nell’affidamento della banca all’azienda». Ora Corbelli è ottimista rispetto all’esito del processo, anche se nella prima udienza preliminare (la data è da fissare) potrebbe essere confermato il rinvio a giudizio. Conseguenze sulla attività? «Sicuramente la situazione incide negativamente. Nel marzo 2002 sono stato arrestato sul nulla, ma per sette giorni mi toccò la galera. Non sono mai stato rinviato a giudizio, ma le persone pensano che ho fatto qualcosa».